La ricerca della verità e del senso di un ragazzo, poi prete, poi uomo che ama

di Sabatina Napolitano

Alberto Ravagnani, classe ‘93, era un prete: ad oggi non lo è più. Per questo raro evento che capita nella vita di pochi ha dedicato una autobiografia dal titolo “La scelta” (Sem, 2026) a metà tra un libro di formazione e un diario spirituale. Il libro comincia con una esortazione chiara e una parolaccia: “Cazzo, la Messa!”, nonostante l’incipit il racconto continua come una espiazione e una introspezione continua, in un gesto pieno di amore. Un’enfasi immaginata lungo il percorso di sentieri definiti dal binomio, “bravo” e “cattivo” passando per il “bravo bambino”, “bravo seminarista”, “bravo prete”, “bravo padre”, e poi il “cattivo maestro”, “il dubbio”, “la scelta”, “la libertà”. La parte del bravo sembra una parte passiva, sofferta di abnegazione e rinuncia, mentre dalla parte cattiva si traccia una linea ribelle. Potrebbe risuonare così a una prima lettura, frettolosa. Ma andando più a fondo della penna dello scrittore e dell’uomo, si nota una acuta analisi sia della sua stessa evoluzione personale che dell’evoluzione della collettività. Un uomo che si è cercato pregando, arrivando a consacrare la sua intera esistenza a Dio, a sposare la chiesa. Letto il libro come il film di una vita appare pieno di chiaroscuri, di ossimori tra ombre, spazi privi di luce e improvvisi raggi tra le azioni. I gesti di preghiera si mischiano al desiderio di salvare il mondo, sé stessi, abbracciare l’umanità intera. E sebbene io mi ponga ora da poeta e da lettrice (non da catechista, o teologa o biologa o insegnante) non posso tralasciare di dire che il percorso chiarisce la consapevolezza della scelta: appartenere alla libertà per amare in modo libero e consapevole. Il libro parte da un ritardo alla messa, con un corpo privo di luce cioè di vita, eppure Alberto cominciava già a sentire una differenza fra la vita sacra e quella semplice degli uomini. Tra la differenza delle luci. Lo stato d’animo persistente è il senso di colpa, l’ansia. Semplicemente perché lo scrittore ha cominciato a sostituire l’amore plurale, poetico per le folle e per gli sconosciuti, e per i giovani all’amore per sé stesso e il suo proprio destino. Il racconto dei gesti così sofferti e degni di poesia rimandano alla condizione umana: un prete ha una gestualità sacra di chi rinnova un sacrificio e si fa sacrificio. Eppure dal primo capitolo introduttivo si comincia a illanguidire la figura del prete per fare spazio all’uomo con le sue derivazioni sensibili e intime. 

Seguono pagine molto intense e delicate di un uomo che ha tanto amato e donato e che di fondo dalla chiesa voleva semplicemente essere capito. 

Partono così nel libro una serie di immagini, nel film della vita piene di tenerezza e perdono. Come i denti caduti dopo aver ricevuto un pugno a cinque anni, una lunga panoramica sull’universo infantile con la sua delicatezza e timidezza interrotta dalla brutalità di un gesto feroce. Perchè tutta la vita si pone tra il sogno dell’amore casto e la brutalità della dimensione umana. L’infanzia si svincola in questa consapevolezza esitante a riconoscere il male del mondo.

A sostenere questa brutalità il ricordo dei nonni paterni e la campagna di Crespino, il paese dell’infanzia “e lì ho imparato il rapporto con la terra, il valore della fatica, la forza dell’umiltà. Allo stesso tempo ho imparato a stare davanti alla rabbia degli altri, ai litigi tra adulti, ai pianti dei miei nonni […]”. 

Il vuoto d’amore raccontato dai nonni diventa la porta sull’età adulta. Il congedo dall’infanzia, che si concretizza nel volo di un calabrone, che tanto spaventa (“il calabrone, come un elicottero della polizia in cerca di fuggitivi”), nelle piante di oleandro della nonna, temibili e minacciose (nonostante la nonna le amasse), nel nascondersi sotto uno stendino, per poi essere ripreso dai genitori. Gesti che possono sembrare privi di simbolismo in vite non straordinarie, ma essendo questo il racconto di una vita straordinaria si caricano di meraviglia e mistero. Così “si sa, ciò che seppellisci non muore: germoglia”. 

E da qui si riprende la domanda sulla felicità e sul senso. Cosa può essere la felicità? Una isola celeste nella realtà superba e meschina? La porta che riempie quel vuoto d’amore di cui parlavano i nonni nel lettone? Cosa può essere la felicità? È la domanda insinuosa di un seminarista (“Quella notte non ho dormito, perché per la prima volta nella mia vita mi sono fatto quella domanda”).

Soprattutto se si chiede cosa sia la felicità a un ragazzo di sedici anni cresciuto nell’ultimo decennio del secolo scorso. Ed è a questo punto che Alberto prende in carico la sua insoddisfazione, la sensazione di non sentirsi felice. Quella che si prova da adolescenti, la perenne nostalgia dell’infelicità propria dell’adolescenza ma in lui convoglia in un arrivo più radicale.

Le immagini e le visioni che si aprono sul futuro di Alberto sono filtrate dall’amore spiegato in oratorio, dal modo in cui l’oratorio calibra uomo e donna nella società, così che il senso della corporeità, delle lontananze, del modo di nutrirsi proprio degli adolescenti in lui non è feroce e istintuale, infinito come per la maggiora parte degli adolescenti ma è controllato, sopito, placato non avido e tumultuoso. 

Così che anche andare nella camera delle ragazze in una vacanza in montagna con l’oratorio, per Alberto è un gesto senza misura, destinato a ridurre troppo le distanze, così resta in camera, come avrebbe fatto qualsiasi ragazzo con una indole timida e riservata. Eppure nel contesto dell’introspezione psichica questo ricordo è stigma, che riprende le tante cicatrici rigide, per il ragazzo che era Alberto, che poi diventeranno ferite interiori che condizioneranno il suo sguardo a tal punto da lasciare che la chiusura vinca sull’apertura. Una chiusura alla scoperta dell’universo femminile che in questo caso ha rappresentato l’apertura ad un contesto maggiore, destinato a puntare in alto. 

E ancora il cercare di sciogliersi nel mondo dell’altra luce, quella delle donne, delle ragazze, ha come mezzo la distanza, campo riempito dalla pornografia come per tanti adolescenti giovani e timidi. Ma la pornografia lo rendeva infelice perché non era quella riva dove il mare dell’indole carismatica incontra il corpo, la corporeità. 

E quindi il dissidio del bisogno di dare e di ricevere si faceva più profondo.

Il momento in cui ci si chiede della felicità appartiene all’esistenza di ognuno, e tutti ricordiamo quando ci siamo posti questa così crudele questione: in una crisi adolescenziale ho trovato la mia risposta nella lode. Non so se possa essere utile al fine di una speculazione antropologica e filosofica, il concetto andrebbe seriamente amplificato. Mi limito a suggerire che viviamo semplicemente per partecipare alla volontà del creato, per lodare dio, per partecipare alla natura di Cristo, e diventare in questo desiderio costante e continuo uomini e donne di buona volontà. Un concetto di una natura semplice e tenera eppure per me è stato una illuminazione in un percorso interiore che chiedeva rivelazioni. Mi rendo conto che questo punto di vista parte da una poeta che mastica la materia invisibile con una certa dimestichezza per natura. I poeti hanno per natura una profonda amicizia con l’invisibile. Nella lode ho trovato una risposta esaustiva ed esauriente alla ricerca del senso ultimo dell’esistenza. Poi da adulta il senso di lode è diventato anche servizio, responsabilità umana e civile, compartecipazione alla volontà, alla vita creativa dell’altro come alterità, sopportazione delle solitudini, delle amarezze, dei lutti, degli abbandoni, delle solitudini. Fa tutto parte della lode. Della necessità di dire comunque “sì”. 

La domanda della felicità è anche la domanda dell’amore. Questo argomento è quello che preferisco essendo una poeta d’amore. Il bacio di marito e moglie stanno nel cerchio della fede e del sacro, ma il bacio furtivo della scoperta ha anch’esso una sacralità: quella dei ricordi, della memoria. Il primo amore, il primo trepidare è come il grande amore sospeso e si insinua in tutti gli amori della vita. Anche Alberto adolescente tenta di innamorarsi, tenta il primo amore, “seduti sull’erba, con un cielo di stelle sotto le nostre teste […]”. 

Così è l’amore. Il primo amore, il sogno rivelatore di un destino. E quindi dove troveremo il nostro bacio? In un posto dove l’anima si sente rapita dal desiderio, sulla soglia dei vivi e dei morti, in un nuovo oratorio che insegni come le anime si toccano attraverso le labbra e come ci si può guardare l’anima attraverso gli occhi e come le orme e i ricordi diventano la necessità di una nuova casa. Anche la fiamma della passione è un oratorio di bene, anche attraversare mari e terre sono un nuovo oratorio. L’anima che si evolve cerca nuovi oratori, non rimpiange i vecchi per comodità.

I ricordi del primo amore non stanno solo nell’organizzare raduni, nel rendersi capaci di radunare persone sotto il nome di un ideale, non siamo i pr di Dio. Riempire il vuoto interiore vuol dire anche imparare a sentirlo, e farselo amico. Quel vuoto è la forza che ridefinisce i confini della nostra personalità. Non bastava l’amore più grande di tutti, quello di Dio, non bastava l’amore di una ragazza, non bastava il vuoto. Cosa può riempirci adesso? Sicuramente accettare la maturità della sconfitta, la grazia della resa.

Dopotutto si può cambiare nella vita, si cambia. Molti matrimoni finiscono, molti desideri prendono nuove pieghe. Ma quando crollano i riferimenti, a chi affidarsi quando ci sentiamo spezzati e complessi, quando perdiamo il bambino interiore. 

In quella tenda siamo noi salvati. Meraviglia e miracolo sui venti delle assenze, una nuova Elena come la possibilità di riposare in qualcuno che ti possa far sentire il suo respiro.

Del resto la poesia di questa dimensione sta nel brivido della corporeità, che tanto ci invidiano gli angeli e che tanto è preziosa. Provare a baciare una nuova Elena, trovare un nuovo oratorio dove piantare la tenda di una nuova fede, quella nell’amore. Un nuovo passo nel vuoto, nell’abisso dell’abbandono, nella caduta. Del resto i processi sono simili dare la vita a Cristo è cadere come dare la vita a una donna. Anche se sostenuta dal desiderio la seconda scelta, sul piano filosofico è comunque una caduta nell’abisso.

Innamorarsi è un processo complesso che richiede una buona dose di irresponsabilità, di incoscienza. Dio non lo puoi baciare, una donna sì, così come una donna ti dà piacere, un uomo ti dà piacere. Si può servire Dio anche attraverso l’aurora del corpo, dei sensi, e sicuramente non rappresenta una scelta di tipo B. 

Sottrarsi al gioco dell’amore per paura è il dramma più concreto, c’è bisogno di sporcarsi, di toccare l’amore, di assaggiarlo e saggiarlo. Ma quando ti tocca l’anima ed è sublime come un salmo e ardente come un vespro allora la passione e l’amore ti avvicina  al vero cammino di salvezza. Che è anche il cammino di liberazione dai pesi. 

Le forme di Elena non erano abbastanza da distrarlo da Dio eppure con la crescita Alberto ha cominciato a sentire i pesi di una scelta costrittiva. C’era bisogno di una nuova Elena, di una scossa profonda per riempire il nuovo oratorio interiore. 

L’amore va a riempire quella ferita dell’anima, che ora deve rimarginarsi. “Voglio amare una sola donna oppure rimanere libero per amare tutti quanti? Mi sposo o mi faccio prete? La bacio, sì o no? […]”. 

Dopo tanti anni di carità il Signore torna a dare a quel giovane Alberto la possibilità di baciare una nuova Elena, di riempire il suo oratorio interiore di nuove presenze e sogni, di nuovi attori.

Segue il racconto degli anni di seminario, che Alberto vive con l’emozione di chi è innamorato “Sta di fatto che partecipare a quegli incontri era un po’ come andare a un primo appuntamento: bello, ma emotivamente faticoso […]”. 

Queste pagine sono molto toccanti, abbattono le mura dell’egoismo e ci calano nella dimensione del discernimento “Ricordo come se fosse ieri la prima notte in seminario. La luce della luna filtrava attraverso le imposte e disegnava il profilo degli oggetti attorno a me. Il letto nuovo. La camera nuova. La vita nuova […]”.

Alberto racconta tutto con fiducia, sentimento, gratitudine, come se il seminario avesse rappresentato un percorso per avvolgersi interiormente, proteggersi, acquietarsi. Come se avesse eroicamente corrisposto al suo intimo bisogno di pace dei sensi. E qui la prima transizione da ragazzo dell’oratorio a seminarista, “ Un luogo davvero magico. Nel senso che, a volte, ti chiedi se non sia tutto un incantesimo. O un miracolo. Non perché la fede sia magia, ma perché è davvero straordinario che così tanti giovani decidano di dedicare la vita a Dio nella Chiesa […]”.

L’immersione nella vita di Gesù e la voglia della santità “All’inizio ero completamente affascinato dalle vite dei santi: san Francesco, san Giovanni Bosco, san Filippo Neri, ma anche quelli più di nicchia, come Charles de Foucauld o Clemente Vismara. Mi perdevo nelle loro storie, sapevo a memoria le loro frasi, e attaccavo alle pareti della mia stanzetta le loro immaginette come fossero poster di rockstar. Erano i miei idoli, e volevo diventare come loro. La mia preghiera, in quei giorni, era semplice e ambiziosa: “Signore, fammi diventare santo. Aiutami a essere perfetto […]”.

Cosa fa un ragazzo in seminario? “In seminario si pregava tanto. E io pregavo tantissimo. La giornata iniziava presto, con lodi, meditazione e Messa, tutte di fila – e a digiuno, che non è proprio un dettaglio da poco: ci vuole il fisico. Alla sera, prima di cena, c’erano i vespri. La compieta si recitava in comune la domenica sera, e ogni tanto, per qualche festa mariana, spuntava anche il rosario comunitario. Un giorno alla settimana era dedicato all’adorazione eucaristica e a una celebrazione penitenziale. Poi, naturalmente, c’erano le “edizioni speciali”: novene, Corpus Domini, santi patroni, inno Akathistos alla Madonna e altre pratiche di cui ignoravo l’esistenza fino al mio ingresso in seminario. Insomma, se la preghiera fosse uno sport, noi eravamo in ritiro permanente. […].

La prima cosa che facevo appena sveglio era un segno di croce e un saluto a Gesù: “Eccomi!”, “Pronto a servirti!”, oppure semplicemente “Grazie perché sono vivo”. E l’ultima, prima di addormentarmi, dopo aver letto il Vangelo del giorno successivo, era lasciarmi cullare da una breve litania ripetuta nella mente, a occhi chiusi, mentre scivolavo nel sonno: “Ave Maria, Santa Maria”, “Signore Gesù, abbi pietà di me”, oppure “Gesù, ti amo” […]”.

 Alberto si è spinto a questa vita perché era e si sentiva radicalmente convinto di doverla vivere per sempre. Il suo armamento era quello del celibato e della fede. E negli anni asseconda quelle disposizioni in lui sempre con più naturalezza, con un atteggiamento sempre più pacato e pietoso, umile di cuore. Da seminarista diventa infatti un prete esemplare. 

Riporto queste parole di Alberto, così come sono testuali, nella speranza che arrivino a tutti quelli che, non avendo comprato il libro, non attraversano le angosce, le esperienze, i travagli di Alberto prete: “Gli insegnamenti più belli della mia formazione li ho ricevuti fuori dai libri e dai foglietti di meditazione – anche se per anni mi sono ostinato a cercarli proprio lì dentro. Dai disabili dell’ex manicomio di Limbiate ho imparato che la dignità umana non si misura con l’intelligenza, la salute o il comportamento. Tutti hanno diritto a essere amati: anche chi è legato a un letto perché urla o morde, anche chi ha un corpo che fa paura solo a guardarlo. In casa di riposo, imboccando un’anziana signora veneta con l’Alzheimer – che tra un boccone e l’altro bestemmiava fragorosamente, lamentandosi di tutto, dal sapore del purè al colore della mia maglietta – ho imparato che mettersi a servizio non è sempre poetico. A volte significa solo ingoiare la pazienza. Durante l’anno trascorso al carcere di San Vittore sono entrato nelle celle dei detenuti e nelle loro storie. Ho guardato negli occhi un uomo che aveva dato fuoco alla moglie e non ho dormito per giorni; ho provato a consolare ragazzini stranieri divorati dai sensi di colpa e lacerati nella pelle; ho confessato e raccolto le lacrime di energumeni violenti che, in fondo, volevano solo essere abbracciati come bambini. E lì ho capito che non si può dividere il mondo tra buoni e cattivi. La differenza tra me e loro era solo la fortuna: una famiglia presente, una scuola seria, un oratorio che mi ha tenuto al riparo dal buio. In Zambia, giocando a piedi scalzi con i bambini del villaggio, aiutando i loro genitori a costruire una cisterna per raccogliere l’acqua piovana, partecipando a messe infinite – tre ore di canto, danza e sorrisi – ho scoperto che la gioia, quella vera, non dipende da ciò che hai, ma da come guardi ciò che c’è […]”.

Il libro è anche l’allegria della carità, perché lui è innamorato della carità. Non vi riporto tutti i suoi pensieri, ma trovo queste pagine intense e poetiche. La premura per l’umanità è quello che fa questo libro grande. La sensibilità verso l’umanità. Il racconto della condizione umana, da i pensieri solenni e grandi. E Alberto, abituato ad essere un uomo di carità, non ne fa una esperienza di vanto, ma semplicemente una esperienza normale di croce. Leggendo la sua biografia, accostandosi un po’ a lui, è impossibile non innamorarsi di lui.

Ma il modo che hanno dei ragazzi di innamorarsi del prete che li guida non è il modo in cui una donna si innamora di lui. Banale, ma vero. Alberto viene smistato dopo la sua ordinazione alla parrocchia di San Michele Arcangelo a Busto Arsizio.

A Busto Arsizio si lascia plasmare dall’esperienza dell’oratorio che si rivela terribile e rivelatrice ma anche tenera e gioiosa “Ci avevo messo sei anni di seminario per diventare prete, ma nessuno mi aveva insegnato a fare il prete”.

Questo è il campo concreto della teoria, come si fa a seguire Cristo tra le persone, in una comunità. La comunità di Busto Arsizio è raccontata come una realtà viva, vibrante che ha necessità di un riferimento forte. “Perché, nella realtà, fare il prete significava tutt’altro. Certo, un prete è – almeno in teoria – un uomo di Dio: pastore di anime, testimone del Vangelo, guida spirituale, punto di riferimento per la comunità, mediatore tra cielo e terra, come pensano alcuni. Ma in pratica, un prete di parrocchia – o peggio ancora, di un oratorio ambrosiano – deve essere anche manager, amministratore, psicologo, animatore, cerimoniere, designer di interni, tecnico del suono, esperto di grafica e all’occorrenza pure elettricista. Insomma, tutto fuorché solo un uomo di preghiera. Nessuno mi aveva detto chiaramente che diventare prete in una comunità voleva dire mettere le mani in ogni questione: i conti della parrocchia, la manutenzione degli edifici, l’organizzazione delle feste, i turni dei volontari, i problemi del catechismo, le riunioni coi genitori, i litigi tra educatori. E poi i rapporti con la curia, con il Comune, con le associazioni, con i fornitori. Un mondo fatto di preventivi, scadenze, moduli, telefonate, chiavi, riunioni, firme, numeri di conto corrente. Altro che Vangelo.”

In queste pagine, uno dei momenti più belli del libro e più significativi, Alberto ha ventiquattro anni e tutta una vita davanti a sé da passare accettando il dono del sacerdozio e soprattutto la paternità della vita spirituale di una comunità intera, al di là di quella che coltivava sul digitale fatta di anime da crescere, da accudire, da rassicurare. Si capisce che fare il prete è un impegno totalizzante che non lascia spazio per sé, se si è preti con un animo grande e generoso che vuole sempre accogliere e abbracciare. Cambia la visione dell’oratorio, che viene letto ora in modo adulto. Nell’infanzia l’oratorio è quel luogo dove l’anima scoperta cerca un riparo, uno scudo. Nell’età adulta l’oratorio perde un po’ il fascino dell’aggregazione, del gioco, delle endorfine per finire con l’essere letto anche come una realtà di potere, il potere tra chi gestiva la comunità e il parroco. Questo processo è naturale. Ma Alberto che è indefesso, si dona totalmente ed è sempre presente. Racconta il segno lasciato, le opere, i cambiamenti anche delle strutture logistiche. 

Poi segue, – sotto la speciale sensibilità di Papa Francesco che esorta e innamora,- la comunità salesiana degli adolescenti difficili, il carcere di San Vittore, il liceo dove insegnava religione.

Nella parte dedicata al racconto del “bravo padre” Alberto ci dona le visioni e i ricordi della vita coi ragazzi che lui ha curato, seguito e amato come figli spirituali. “Forse è così che si sente un uomo quando scopre che diventerà padre: felice e spaventato insieme. Perché sai che la vita cambia per sempre. E farà anche male, ma d’amore”. La paternità spirituale a cui si riferisce è Fraternità in primo luogo, ma anche tanti ragazzi che ne erano a conoscenza da tutta Italia. Sono pagine piene di amore e di nostalgia scritte con sensibilità tenera e paterna. Dove vanno a finire i ricordi delle grandi opere quando si chiudono? Sicuramente nella successione degli eventi della provvidenza, si trasformano, cambiano destinazione. Nel cuore e nell’anima non si chiudono mai. Anche se l’idea e la consapevolezza di fare davvero qualcosa di utile per le anime suona grandiosa agli spiriti sensibili, probabilmente è proprio così che si diventa santi, portando le anime a Cristo, santificandosi attraverso gli altri. Aggregare i giovani nel nome di Cristo non è solo una opera evangelica, la carità attiva è bella quando è anche libertà e non limita. “Ovviamente ne avevo parlato con il parroco e con gli adulti della parrocchia: in linea di principio, tutti d’accordo. Poi, però, la situazione è letteralmente sfuggita di mano. L’oratorio si è davvero riempito di ragazzi. Il lunedì c’era la catechesi, il martedì il musical, il giovedì sera tutti in oratorio dopo l’adorazione, il venerdì si riempiva di ragazzini delle medie, il sabato sera manco a dirlo, e la domenica dopo la Messa pure. Venivano anche al pomeriggio: chi per studiare, chi per incontrare qualcuno, chi per pregare. E non solo i “soliti” ragazzi dell’oratorio o della parrocchia. Al Neri arrivavano adolescenti rumorosi, curiosi, qualcuno senza nessuna intenzione di mettere piede in chiesa, ma felici di stare lì a giocare a calcio o a ping-pong. A volte passavano perfino al mattino, se non avevano scuola (o se avevano deciso di saltarla). Dopo la settimana dei dodici ospiti, le porte del Neri si sono spalancate anche a ragazzi di altre diocesi, e grazie alla rete di Fraternità il flusso è aumentato ancora. L’estate successiva abbiamo ripetuto l’esperienza, anzi: l’abbiamo moltiplicata. Cinque settimane, ogni volta una dozzina di ragazzi accolti. Poi ho iniziato anche a ospitare alcuni giovani a casa mia: chi per qualche mese, chi per un anno, qualcuno perfino di più. Erano ragazzi che volevano vivere un’esperienza forte, capire la propria strada, dedicarsi più intensamente a Fraternità. E, abitando lì – dentro l’oratorio – finivano inevitabilmente per viverlo come casa loro. Anche se, di fatto, non appartenevano a quella parrocchia. A quel punto hanno iniziato a contattarci altri oratori, gruppi scout, perfino scuole, chiedendo di venire a trovarci e di vivere qualche giorno insieme ai miei ragazzi. Abbiamo così organizzato una vera e propria accoglienza, semplice ma dignitosa, in perfetto stile oratoriano. I ragazzi arrivavano e trovavano dei fratelli custodi pronti ad accoglierli: a turno dormivano in oratorio, preparavano da mangiare, stavano con loro, li custodivano come fratelli e sorelle maggiori. Non saprei dire quante persone siano passate al Neri dal 2021 in poi. Ma, a occhio e croce, più di un migliaio. Bello, meraviglioso… ma anche un gran casino.”

Questo è il racconto del sogno di Alberto, ed è commuovente e delicato. È implicito che in quegli anni lui abbia fatto tanto bene a tante persone, evitando tante brutalità e disumanità. Facendosi strumento di Cristo. Fraternità è il sogno più concreto e più emozionante che ha piegato molte incredulità intorno ai fatti dello spirito e alle risposte del Paraclito perché era il campo più tangibile di quanto il Paraclito operi intrecciando vite alle vite, e cuori ai cuori. 

Fin qui abbiamo seguito la scia del “buon” (bravo bambino, bravo seminarista, bravo prete, bravo padre), ora cominciano i titoli negativi “cattivo maestro”, “il dubbio”, “la scelta”, “la libertà”.

Cosa intende Alberto per “cattivo maestro”? In queste pagine racconta che dovendo lasciare Busto Arsizio chiede ai ragazzi di fraternità una scelta di consapevolezza più profonda. 

Nella parrocchia di San Gottardo quindi vanno ad abitare i ragazzi della comunità insieme ad Alberto che animano il centro di Casa Fraternità come il punto di riferimento per tanti giovani di tutta Italia. “ A Milano la mia vita è cambiata completamente. A Busto Arsizio vivevo in una casa a due piani dentro un grande oratorio – che, di fatto, era l’estensione di casa mia. A San Gottardo, invece, mi sono ritrovato in uno stabile della parrocchia insieme ad altri condomini. Una specie di parrocchia internazionale: oltre al mio appartamento, c’erano quello di un prete coreano, di un prete rumeno, di un missionario in Brasile, di una famiglia dello Sri Lanka e di un ragazzo del Kosovo. Nel condominio c’erano anche uno studio di pittura, uno di fisiatria e una palestra con corsi di karate, danza e capoeira. Insomma, un bel cinema.”

Ovviamente essendo Fraternità una esperienza di comunità vera e propria aveva delle regole: “Sveglia alle 7 in punto, poi preghiera delle lodi e meditazione personale (oppure predicata da me). Alle 8 colazione, e poi via: si iniziava a lavorare per Fraternità. Nel pomeriggio i ragazzi seguivano le lezioni di scienze religiose, e alle 18 c’era la Messa. La sera, quasi sempre, qualcosa da fare: lunedì le prove del coro di Fraternità, martedì la catechesi delle Dieci Parole, mercoledì cena con ospiti, giovedì adorazione e serata di Fraternità, venerdì rosario… e nel week-end, spesso, via di nuovo per le missioni in giro per l’Italia (altrimenti ritornavano dalle loro famiglie) […]  Non eravamo semplici coinquilini. Eravamo una comunità vera e propria. Strutturata, anche se piccola. In un certo senso, una specie di seminario domestico. E, in realtà, era proprio così che la volevo” […] Ma la regola più importante – e anche la più delicata – era un’altra: vietato fidanzarsi.”

Alberto sembra scoprire una stanchezza piano piano, al secondo anno della condivisione comune degli spazi in Casa Fraternità, passeggiando a piazza Duomo. Ma la sua stanchezza ha una genesi più profonda da ricondurre a tanti episodi che lentamente negli anni gli stavano donavano un altro tipo di palpitazione “Come se la casa – la mia casa – stesse lentamente cambiando forma. E io con lei.”

Questa è la parte più intensa del libro, più tumultuosa alla scoperta dell’eros, che è il regno dell’amore e della casa interiore, del mondo intimo, in una vocazione matrimoniale soprattutto, in una urgenza di coppia. La Madonnina del Duomo accompagna questi nuovi pensieri cambiati: “Alzo lo sguardo verso la Madonnina, e in un attimo torno indietro nel tempo. Lì dentro, sei anni e mezzo fa, sono diventato prete, per sempre. Ricordo la musica dell’organo, il desiderio sincero di farmi santo, la promessa di rispetto e obbedienza al vescovo. Eppure, adesso, tutto mi sembra così lontano”.

Vivere così a stretto contatto coi ragazzi di Casa Fraternità, in spazi così piccoli, aveva tolto ad Alberto la libertà. “Mi accorgevo che iniziavo a capire davvero Jacopo, Pietro e Francesco: quel bisogno di aria, di respiro, di spazio. La loro libertà, in un certo senso, aveva risvegliato la mia? Ho cominciato a farmi domande”.

Lo spazio interpersonale ha aperto la strada al desiderio erotico che gli uomini hanno come respiro: “Voglio pensare. Voglio trasgredire”. Così uscire da quella casa senza spazi era una molla per vivere, come quell’attimo in cui ci si sente guardati con erotismo, con curiosità da una sconosciuta che lo riconosce alla galleria Vittorio Emanuele.

Dallo psicologo Alberto apre il cuore mostrando le sue ferite ma anche i suoi bisogni: “Poi, un giorno, mi sono guardato allo specchio. Ho iniziato ad ascoltare davvero i ragazzi, e nelle loro fatiche ho riconosciuto le mie. Mi sono accorto che anch’io, in realtà, dietro l’apparenza, soffrivo dentro a tutte quelle regole. E piano piano ho cominciato ad ammettere che potevo concedermi il lusso di pensare fuori dai miei soliti schemi”.

In Alberto da qui si sviluppa il desiderio di scoprire, di non ammettere la preghiera e la dottrina per disciplina e dovere ma per amore, con l’istinto di voler capire la verità del Vangelo, con il suo intuito d’amore e la volontà di abbracciare chiunque. 

Sono pagine belle di un uomo che vive il suo tormento interiore con l’entusiasmo di un ragazzo che vuole capire. Ed è probabilmente in questo spazio di tempo che il Signore gli ha teso ancora più profondamente le sue braccia, ascoltando la sua vocazione più profonda. Più profonda ancora rispetto a quella dell’essere solo Suo.

Milano è il luogo che fa da scenario alla scelta di Alberto, al dubbio: le passeggiate alla Darsena, -dopo la messa del pomeriggio-, sono il posto dei suoi pensieri, dove si ascolta: “In chiesa, l’atmosfera seria e sospesa della liturgia. In Darsena, la luce calda del tramonto e il vociare dei giovani all’ora dell’aperitivo. Avevo mille domande che mi ronzavano in testa. Come posso portare quelle persone in chiesa? Fino a quando ci saranno ancora persone a Messa e preti che la celebrano? La religione cattolica tornerà mai a essere significativa? E poi, le domande più difficili. Perché devo investire energie dentro la Chiesa se i giovani sono quasi tutti fuori? Fino a che punto potrò sentirmi libero di uscire dal mio ruolo per raggiungerli? Come si fa, oggi, a essere preti in un mondo secolarizzato?”.

E uno dei suoi desideri più profondi, portare le anime a Cristo, in particolare quelle dei giovani. In un contesto della Chiesa fatto anche, purtroppo, di abusi e scandali (abusi di potere, psicologici e sessuali che gridano al cospetto di Cristo), quella di Alberto è una volontà pulita e autentica, fuori dalle ipocrisie: portare le anime a Cristo senza bisogno dei vincoli, delle chiusure della chiesa. Rinunciare alla sacralità dei riti, per sentire la vita nei suoi ritmi più autentici, quelli del piano umano degli uomini con una natura normale, non speciale come la sua.

La scelta dell’erotismo e di vivere come gli uomini senza una natura speciale, ha toccato gli aspetti dell’immagine di Alberto nella società, come scegliere dei semplici vestiti che non siano la divisa da prete e il colletto. Andare in palestra, mostrare il suo corpo al personal trainer: “ La palestra era l’esatto contrario della mia vita. Lì non potevo vestirmi da prete: solo pantaloncini e maglietta. Nessuno era lì per ascoltare una predica o per pregare, ma per sudare e faticare. E, volente o nolente, dovevo guardarmi allo specchio o confrontarmi col corpo degli altri. Il personal trainer osservava il mio corpo, mi toccava i muscoli per correggere i movimenti. Mi ha fatto restare in mutande nel suo studio per pesarmi e analizzare la mia condizione fisica. Mi ha perfino fotografato, per poter monitorare i progressi nel tempo. All’inizio è stato imbarazzante, faticoso, perfino umiliante. Dovevo togliermi il colletto, il ruolo, la pretesa di essere io a dire agli altri cosa fare. Lì non si allenava lo spirito, ma il corpo. Non dovevo celebrare il Corpo di Cristo, ma il corpo che Dio mi ha dato.”

Per chi è cresciuto come un ragazzo normale che ha frequentato le superiori, l’università, e ha trovato un lavoro e l’amore, le scelte semplici della vita non hanno nulla di straordinario. Ma per un uomo come Alberto cresciuto in seminario anche mostrare i muscoli è difficile. Ma piano piano prende consapevolezza della propria immagine, del potere che deriva dal suo corpo oltre a quello che viene dalla sua anima. Ma come lui stesso dice: “anche la carne è un luogo di grazia”.

Così anche l’eros si vive in autenticità, reciprocità, passione e desiderio. E l’amato o l’amata sono il desiderio di grazia, di piacere, che cerchiamo. L’amore ci insegna ad essere uomini. 

Alberto non conosce ipocrisie, si pone vero, autentico, sano e buono sotto l’egida del Paraclito. E questo libro, non è una spiegazione all’incongruenza di una scelta, ma è il percorso di un desiderio interiore, di un sacro percorso dell’anima di un uomo che desidera avere un cuore puro davanti al Signore. Un cuore libero a cui non gli viene sottratta la gioia di sentire, in cui Cristo non è l’immagine terribile e rivelatrice dell’Eucarestia ma è anche Signore buono, a cui dedicare la vita intera. 

Il valore riflessivo, umano, e completo di questa autobiografia la riporta negli scaffali dei libri più belli che si possano scrivere per l’umanità. Per ricordarci non solo la nostra armoniosa e sensuale compostezza interiore ma soprattutto il senso della nostra esistenza messa in dubbio alla luce della fede in Cristo.

Sabatina Napolitano

Un pensiero su “La ricerca della verità e del senso di un ragazzo, poi prete, poi uomo che ama

  1. fabrizio centofanti Autore articolo

    Grazie Sabatina, provo a esprimere il mio pensiero al riguardo.

    Prima della critica viene la misericordia. Un sacerdote che lascia il ministero non è anzitutto un “caso”, ma una persona che attraversa una prova. Il Vangelo invita a pregare e ad accompagnare, non a giudicare.

    La vocazione è una realtà profonda e delicata. Insisto spesso sul fatto che il sacerdozio non è un ruolo sociale ma una relazione con Cristo. Quando questa relazione entra in crisi, la risposta non può essere il pettegolezzo, bensì il discernimento.

    Il successo mediatico non basta. I social sono uno strumento prezioso per evangelizzare, ma possono diventare ambigui se l’identità del sacerdote finisce per identificarsi con quella del comunicatore. L’evangelizzazione nasce dalla vita interiore; la comunicazione viene dopo.

    La Chiesa deve interrogarsi. Una vicenda come questa può invitare a riflettere sulla formazione umana, affettiva e spirituale dei futuri sacerdoti, affinché possano vivere la loro vocazione con maggiore equilibrio.

    Cristo continua a chiamare. Anche se un sacerdote lascia il ministero, ciò non significa che Dio smetta di operare nella sua vita. La grazia non viene cancellata; il rapporto con il Signore rimane aperto e può assumere forme nuove.

    Si tratta, a mio parere, di una vicenda dolorosa che invita tutti — sacerdoti e laici — a riscoprire il primato della vita interiore rispetto alla visibilità, e a ricordare che la Chiesa cresce soprattutto attraverso la santità, più che attraverso il consenso mediatico.

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