Oltre l’indignazione: il ruolo della poesia “civile”

di Raffaela Fazio

Una premessa: tutta la vera poesia, di cui quella comunemente detta “civile” è una piccola parte, rende un importante servizio alla società, perché tiene sveglia nell’individuo la coscienza della sua umanità e, di conseguenza, del suo essere un “essere di relazione”, in quanto essere che nasce e cresce dalla e nella relazione con gli altri, con il mondo, con la storia, all’interno di un gruppo, di una civitas e di una cultura.

Prima di parlare di poesia “civile”, però, è utile soffermarsi su una considerazione più generale. Inizierei con lo smontare un’idea a cui spesso oggi aderiamo senza forse neppure rendercene conto: l’idea che fa coincidere l’impegno civile con l’ostentazione dell’indignazione. L’indignazione è certamente essenziale nell’essere umano pensante e desideroso di compiere scelte etiche, ma è insufficiente e può risultare fuorviante. Perché fuorviante? Perché, quando puntiamo il riflettore su qualcosa, spesso tralasciamo alcune domande.

Ad esempio: la luce proiettata sull’oggetto come agisce su ciò che gli sta intorno? Lascia gli altri oggetti nell’oscurità, facendoli addirittura sprofondare in un buio più fitto? Ne rischiara solo certi aspetti? Illumina l’intera scena? L’orientamento del fascio luminoso è in grado di spostarsi per permettere una visione più completa? Se non si presta la dovuta attenzione al contesto, ovvero al legame organico che unisce eventi/ fenomeni/ tempi diversi, la denuncia rischia di essere troppo facile, condizionata e, in quanto tale, persino deleteria per l’obiettivo stesso che dice di perseguire. Riconoscere che esistano realtà da denunciare senza mezzi termini non vuol dire disconoscere la co-responsabilità di più attori in campo e la confluenza di molteplici fattori all’origine di tali dolorose realtà, ciascuno avente un peso specifico e un impatto.

Nell’epoca in cui l’informazione non è analisi ma scoop, e contano più gli indici di ascolto (come il numero dei like) rispetto alla formazione di un senso critico, l’individuo è esposto a un martellamento univoco che vuole suscitare in lui una reazione istintiva, emotiva, più che una riflessione in grado di produrre un atteggiamento coraggioso perché equilibrato, consapevole non solo della complessità di ogni situazione, ma anche delle possibili conseguenze di una presa di posizione affrettata.

E proprio sulle conseguenze si misura l’importanza dell’indignazione. Perché, dicevo, l’indignazione non basta. È insufficiente se, alla fine, non contribuisce all’obiettivo dichiarato dell’impegno civile, che dovrebbe essere sempre lo stesso: la promozione del bene e del benessere comune in una pacifica convivenza, nella difesa della vita e dei valori favorevoli alla vita, e nel riconoscimento dell’uguale dignità delle persone, ma anche delle legittime differenze identitarie e culturali. Pertanto, se la denuncia suscita odio, contraddice la sua autentica finalità. Una giusta causa si perora in maniera giusta, non con mezzi e parole che generano altra violenza, così come, quando si difendono vittime innocenti, occorre fare attenzione a non escluderne alcune e, soprattutto, a non crearne altre.

Anche la poesia che si dice “civile” dovrebbe porsi le stesse domande. Mi riferisco qui alla poesia di chi non vive gli eventi che tematizza in prima persona, ma di riflesso. Se reagisce all’input dei media facendo il gioco dei media stessi, ovvero rispondendo troppo rapidamente e senza il filtro necessario, che è quello di una più profonda riflessione, difficilmente, dopo l’applauso istantaneo dei contemporanei, riuscirà a resistere alla prova del tempo, perché non condurrà a una reale trasformazione. Non solo non cambierà il mondo, ma non cambierà neppure l’unica cosa che sarebbe possibile cambiare: l’interiorità. E l’interiorità è la spinta motrice di ogni azione.

Ben lo sapeva Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che, a differenza di noi “spettatori” di conflitti ritrasmessi, conobbe l’atrocità nazista e morì ad Auschwitz nel 1943. Etty risponde all’odio comportato dalla guerra con un duplice movimento di disinnesco, interiore ed esteriore, di cui ci dà testimonianza nel suo diario. Il disinnesco interiore di Etty avviene attraverso uno scavo introspettivo per estirpare dentro di sé le radici delle pulsioni negative (le stesse che si riconoscono negli altri), e per mantenere vivo il senso di gratitudine, fiducia e accettazione, che non è rassegnazione o fatalismo, ma capacità di trasformare la prova in forza, in energia costruttiva e benevola. Il disinnesco esteriore prende la forma di una quotidiana dedizione agli altri, nella consapevolezza di ciò che ogni scelta implica e nell’incrollabile amore per l’umanità, nonostante le aberrazioni del suo tempo. Il 15 marzo 1941, Etty scrive: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso… e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”. E il 19 febbraio 1942: “…non vedo nessun’altra soluzione… che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”.

L’indignazione è un sano istinto, un necessario antidoto contro l’indifferenza e il qualunquismo. Ma è anche una lama a doppio taglio. Se lo sguardo è rivolto solo all’esterno, verso realtà addirittura lontane dalla nostra, l’indignazione può essere una scusa per evitare di “fare la nostra parte dentro di noi”, come dice la Hillesum; nel peggiore dei casi, rischia di diventare un canale per riversare fuori insoddisfazioni e sensi di colpa originati altrove.

La poesia civile non dovrebbe mai perdere di vista questa “interiorità”. In fondo, indipendentemente dallo stile che essa adopera – emotivo o, al contrario, scarnificato -, la parola non smuove un granché se si limita a un impatto “visivo”, di superficie. Non basta che la poesia ci metta sotto gli occhi una determinata realtà, di per sé già inflazionata, sollecitando una specie di “indignazione a intermittenza”. Così facendo, la poesia non lotta contro l’assuefazione, ma la incrementa e rischia di diventare voyeurismo. Se il suo linguaggio è apertamente emozionale, s’insinua il pericolo dell’artificio percepito come tale e della scontatezza che svuota il messaggio. Se il suo linguaggio è volutamente asettico e reificante, si ha l’impressione di essere davanti all’ulteriore rifrazione di uno specchio alienato e alienante, che colpisce il lettore ma assai raramente innesca al suo interno un moto costruttivo di riemersione, di riscatto, di katharsis.

In questo caso, la poesia civile inverte e snatura, a mio avviso, il processo messo in campo dalla vera poesia, annullando, da un lato, la distanza necessaria dagli eventi (distanza di riflessione) e, dall’altro, la vicinanza trasformatrice con il lettore. Di fatti, la distanza di cui vive la vera poesia corrisponde al distacco dall’esperito (ovvero dalla materia a volte incandescente all’origine dell’ispirazione) che la poesia si permette al fine di elaborare, con i propri strumenti, il contenuto che vuole veicolare. La prossimità è lo stretto legame che intende creare con il lettore. Ma questo legame sarà duraturo se la poesia riuscirà a “scalfire” e a trapassare gli strati delle prime, scontate pulsioni.

Davanti al lettore, la poesia civile (soprattutto quella di chi non vive i fatti in prima persona) ha probabilmente una maggiore responsabilità rispetto alla poesia tout court. Essa sarebbe fedele alla propria finalità, se aprisse spiragli nell’umano pur nella crudezza della denuncia, se guardasse la realtà in faccia senza sconti ma anche con umiltà, consapevole dei lati oscuri inaccessibili alla visione, se ricordasse che la parola è un seme ignoto persino a chi scrive e che potrebbe mutare a seconda dell’humus, se si prendesse cura del terreno a lei più vicino e non lo ignorasse quando si rivolge a orizzonti più lontani.

Un pensiero su “Oltre l’indignazione: il ruolo della poesia “civile”

  1. Sparz

    grazie, cara Raffaela (così, con una sola elle?) di questo scritto, riferito alla poesia civile, ma che ben si adatta anche alla prosa civile. Sono molto d’accordo e anzi ho imparato qualcosa. Aggiungerei forse una cosa cui comunque tengo molto: non dimentichiamo la gentilezza, che sempre e dovunque rende qualsiasi discorso umano.

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