
di Pasquale Vitagliano
Terra nullius è la nuova raccolta di Doris Emilia Bragagnini, pubblicata da Anterem Edizioni (2025), da cui discende il prestigioso Premio di Poesia “Lorenzo Montano”. Dove ci conduce la lettura dei suoi versi? La destinazione è scritta nel titolo, una terra che non appartiene a nessuno. Dunque, per converso, che appartiene a tutti noi. Principalmente, mi pare di cogliere, una terra dove la parola grazie alla poesia sgorga liberata, senza obbligo di dare senso, ma portatrice naturale di significato. Questa parola risale in superficie dalle cose che non sono. E in questo movimento ci permette di compiere una riabilitazione della nostra umanità, come l’attraversamento infantile senza dare la mano.

Dopo il sonetto incompleto della poesia di apertura, la raccolta si articola in endecasillabi spezzati e irregolari, divisi in due sezioni, in pochi casi introdotti da titoli, senza alcuna maiuscola. La lettura prende il ritmo di un basso continuo che da ritmo ad un’azione di scavo, facendosi spazio tra le parole e il loro significato. Si sente, anzi, quasi si vede che l’autrice appartiene al popolo scomparso/ invisibile, una minatrice nel giorno dei pensieri.
Il percorso di (ri)significazione della Bragagnini è integrale, verbale e sonoro, fisico e immateriale. È una apofenia totale. Ma non si tratta di ridare forme e modelli al caos nel quale stiamo gettati, magari finendo per essere vittime inconsapevoli di effetti illusori dei sensi. Si tratta di riabitare le nostre forme di vita attraverso la pratica della poesia, constatato che il riverbero grida più forte della voce che lo emana. Siamo consapevoli che il viaggio della poesia è un transito nel dolore. Persino l’inferno, tuttavia, è la tappa di un ritorno alla matrice della nostra identità autentica, un nostos senza nostalgia. L’eco di ciò che abbiamo compiuto nel nostro passaggio terrestre ci sopravvive perché conserva l’orma di tutto quanto di buono e di giusto abbiamo fatto. Senza questa trasmissione la poesia sarebbe un canto per sordi.
