Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Canto d’amore per il mio amato

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(P.Picasso, Guernica)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a
quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a
un popolo che ne produca i frutti».                            [Mt 21,33-43]

***

È allegria, la vigna. È allegria di convivio. È promessa di incontro, promessa di calore nelle sere d’inverno. È fecondità, la vigna, segno di raccolta e di frutto buono.

Una vigna da coltivare è dono di straordinaria bellezza. Il frutto di questo lavoro, quando sarà il suo tempo, sarà di allegria e di convivio.

Ad ognuno è data la responsabilità di rendere feconda la vigna, ma, né la vigna, né il suo frutto apparterranno mai a chi la coltiva. È nelle nostre mani, perché porti frutto.. “Voglio cantare per il mio amato, un canto d’amore per la sua vigna” (Is 5,1). Questo è il nostro lavoro: un canto d’amore.

Non siamo custodi della vigna: l’amore non custodisce, non conserva per paura di perdere; l’amore fa crescere, è operoso e povero. Non si appropria del frutto del suo lavoro. Siamo operai, contadini che hanno la responsabilità e la bellezza della costruzione. Nostro compito è far sì che la vigna porti frutto, per poi scoprirsene poveri.

Coltivare la vigna è bellezza di creazione. Israele è la vigna. La Chiesa è la vigna. La vigna è la Storia.

Ed è stata messa nelle nostre mani. Mani operaie, fatte per far produrre frutto. Non mani di rapina.

È un canto d’amore quello che ci viene chiesto, non un peana di vittoria.

Amore per l’amato e per la sua vigna.

Siamo operai, perché l’amore rende fecondi. Ci sarà il tempo della vendemmia. Allora, solo allora, si capirà il frutto del nostro lavoro.  Per ora, accontentiamoci di sapere che la vigna non è nostra. La Chiesa e la Storia non ci appartengono. Siamo operai affittuari. Nostro compito è far sì che la vigna produca frutto, ma il tempo del raccolto non lo stabiliamo noi. Responsabilità e bellezza di costruzione. Il frutto sarà dono, inaspettato. Nessuno è escluso.  Nessuno è escluso dal padrone della vigna. Nessuno sia escluso dagli operai. Non c’è una pietra più importante delle altre, ma quella che è esclusa diviene pietra d’angolo. L’escluso e lo scarto vengono presi a fondamento della stabilità della costruzione.  I criteri di scelta non risiedono nell’efficienza di produzione: non c’è un operaio più bravo di un altro. È una responsabilità collettiva che diventa individuale. “Tutti siamo responsabili di tutto”, diceva Dostoevskij. È dono e costruzione, questa vigna. Si costruisce nella misura in cui si riconosce il dono. Si valorizza il dono con l’impegno nella costruzione. Non abbiamo l’esclusiva, non siamo i proprietari, eppure il frutto ultimo passa dal lavoro delle nostre mani. Che non siano di rapina, queste mani; che non si tendano solo per prendere quello che è a portata di mano. Siano le mani callose che sanno di terra, pronte a compiere il loro lavoro ma pronte a non impossessarsi del frutto. Non deve essere questa la nostra preoccupazione. Preoccupiamoci piuttosto di chiederci se stiamo facendo un buon lavoro.

Abbiamo ricevuto una vigna feconda e ricca, bella nella sua promessa di allegria e di convivialità.

Abbiamo considerato che era cosa nostra. Ce ne siamo appropriati e abbiamo fatto della rapina e dell’omicidio i criteri per coltivarla. Non abbiamo esitato a radere al suolo le case e ad uccidere i loro abitanti, abbiamo preteso di tracciare confini e di farne motivo di esclusione. Abbiamo fatto della lingua e dell’appartenenza etnica un motivo di contrasto invece che di arricchimento reciproco. Noi, i vignaioli omicidi, abbiamo devastato e ucciso quella che era meraviglia di costruzione. E, spesso, con il nome di Dio sulle labbra. Rapina e omicidio, sopraffazione e sangue innocente sono i frutti che pendono dalle nostre viti. I grappoli dorati hanno lasciato il posto a frutti di morte.

La Chiesa e la Storia sono da amare, prima di volerle coltivare. Nulla crescerà se non è frutto di cura amorosa. “Ed è una meraviglia ai nostri occhi”.

La pietra scartata rivitalizza l’intero edificio e lo rende stabile nella sua instabilità, forte nella sua fragilità, stabile, nella sua provvisorietà.

Dal Signore è stato fatto questo ed è meraviglia ai nostri occhi.Non è un atto rivoluzionario, frutto di angherie subite, mirante a scardinare un sistema: è l’atto di proprietà del padrone della vigna. È l’affermazione della ingovernabilità della sovrabbondanza di amore, fonte di ogni verità, misura di ogni coerenza, sostegno di ogni tradizione.

È l’affermazione dell’impossibilità di possedere e di rinchiudere in sistemi la straripante fecondità che da quest’amore deriva.

Forse, i vignaioli omicidi non vengono puniti con la morte, semplicemente, vengono messi di fronte alla loro stessa logica: viene loro tolto il possesso di ciò che pensavano di aver posseduto. Le loro sistematizzazioni risultano per ciò che sono: vuoti contenitori.

I loro giudizi si ritorcono contro loro stessi: la pietra scartata è messa a reggere l’intera costruzione.

Siamo capaci di vedere ancora questa meraviglia che si compie davanti ai nostri occhi?

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