Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême
**************************
21.2.1930
All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.
ma dài…. Pessoa ha scoperto “l’esame di coscienza” prima di dormire?
Antica pratica cristiana, dopo la preghiera del ringraziamento all’angioletto, prima di andare a letto o a letto seduti prima di dormire, pare non sia piu di moda e quindi in chiesa si suonano le chitarre sfregate come grattaformaggio e si sbraita al cielo quella ottusità becera d’amore che il poeta individua farne parte pure lui, staccandosi, elevandosi dice. Chissà (dovrei leggere altro di lui) se ha mai imparato a “cantare in coro” senza stonare, perchè le voci che ci ascendono ai cieli munite di potenza collettiva intonata, come motori interstellari ci conducono tutti insieme nell’infinito collettivo, altrimenti, se saliti solitari ai cieli, la tristezza diventa il proprio pane quotidiano, lamento dei poeti tristi affranti, esuli, in esilio.
Simona
Divino. Sono estasiata. L anima che osserva i movimenti, le azioni, i pensieri come sospesa fuori dal corpo terreno. Siamo attori di noi stessi, ma l anima é al di sopra dell esistenza terrena, di cui facciamo tesoro ed esperienza
giovannamenegus
A mettere un “Mi piace” a Pessoa ci si vergogna, ci si sente più che mai inadeguati. Che cosa penserebbe l’immenso, ineffabile Pessoa di un like?
“Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.”
” L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Le città invisibili – I. Calvino
Povero Calvino, forse morto troppo presto per non capire che l’inferno è il ricco mondo dei demoni, mondo lucente, lucifero, anche di notte ha le luci accese per splendere nella zona notturna del mondo per osannare all’infinito muto: ” Guarda come ho abbellito il mondo delle tenebre, è tutto in fuoco, fuoco atomico, fuoco eterno” vantandosi poeticamente con le mie parole_ “ci sono piu stelle in Terra che in cielo! Ci sono piu stelle in Terra che in cielo” e in questo fuoco riposano le sue anime dannate, che per danaro e lussi vari mi hanno venduto l’anima. E cosi la mattina, indemoniati spenti viviamo senza anima per amore della felicità perduta, e ci si lagna ma si ubbidisce incatenati alla produzione dei nostri beni, senza piu l’infinito dentro noi, perchè le stelle infinite ci sono state accecate di giorno come di notte. Le stelle non sono piu, tutto è piatto, tutto è definito, nulla è più infinito del nulla lucente appiattito !
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L’ha ribloggato su l'eta' della innocenza.
Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares
(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême
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21.2.1930
All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.
ma dài…. Pessoa ha scoperto “l’esame di coscienza” prima di dormire?
Antica pratica cristiana, dopo la preghiera del ringraziamento all’angioletto, prima di andare a letto o a letto seduti prima di dormire, pare non sia piu di moda e quindi in chiesa si suonano le chitarre sfregate come grattaformaggio e si sbraita al cielo quella ottusità becera d’amore che il poeta individua farne parte pure lui, staccandosi, elevandosi dice. Chissà (dovrei leggere altro di lui) se ha mai imparato a “cantare in coro” senza stonare, perchè le voci che ci ascendono ai cieli munite di potenza collettiva intonata, come motori interstellari ci conducono tutti insieme nell’infinito collettivo, altrimenti, se saliti solitari ai cieli, la tristezza diventa il proprio pane quotidiano, lamento dei poeti tristi affranti, esuli, in esilio.
Divino. Sono estasiata. L anima che osserva i movimenti, le azioni, i pensieri come sospesa fuori dal corpo terreno. Siamo attori di noi stessi, ma l anima é al di sopra dell esistenza terrena, di cui facciamo tesoro ed esperienza
A mettere un “Mi piace” a Pessoa ci si vergogna, ci si sente più che mai inadeguati. Che cosa penserebbe l’immenso, ineffabile Pessoa di un like?
“Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.”
Che meraviglia!
Speriamo di vedere, presto e poter dire invece: “sono stato io”.
” L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Le città invisibili – I. Calvino
Povero Calvino, forse morto troppo presto per non capire che l’inferno è il ricco mondo dei demoni, mondo lucente, lucifero, anche di notte ha le luci accese per splendere nella zona notturna del mondo per osannare all’infinito muto: ” Guarda come ho abbellito il mondo delle tenebre, è tutto in fuoco, fuoco atomico, fuoco eterno” vantandosi poeticamente con le mie parole_ “ci sono piu stelle in Terra che in cielo! Ci sono piu stelle in Terra che in cielo” e in questo fuoco riposano le sue anime dannate, che per danaro e lussi vari mi hanno venduto l’anima. E cosi la mattina, indemoniati spenti viviamo senza anima per amore della felicità perduta, e ci si lagna ma si ubbidisce incatenati alla produzione dei nostri beni, senza piu l’infinito dentro noi, perchè le stelle infinite ci sono state accecate di giorno come di notte. Le stelle non sono piu, tutto è piatto, tutto è definito, nulla è più infinito del nulla lucente appiattito !
ore 8,30 : accendete i computer, si parte!