Tito Sannìo. Unanima. Romanzo

 

 

Ci sono romanzi che sanno intrattenere e avvincere piacevolmente il lettore, e null’altro, e romanzi, invece, che nutrono lasciando un segno forte. Il romanzo di Tito Sannìo, scrittore sardo alla prima esperienza editoriale in campo narrativo, mi sembra che faccia parte di questa seconda categoria. E’ un libro che commuove, nel senso che muove indubbiamente qualcosa in chi lo legge. Non solo perché parla di anima, in modo colto e originale senza mai cadere nei luoghi comuni sul tema, ma perché la storia e l’intreccio di vicende umane tocca la carne viva delle nostre stesse esistenze e coscienze, in modo profondo, sensibile e con acume introspettivo.

La storia “si apre nel pomeriggio di una giornata soleggiata e tersa a primavera inoltrata, con un uomo sulla quarantina, di aspetto curato e di profilo colto, inquieto, immobile in attesa di un silenzio, all’ingresso di una villa nella campagna di Mascari, tra Nurra e Romangia, nell’isola di Sardegna verso il golfo dell’Asinara, al centro di un mare chiuso fra tre continenti del pianeta Terra, in uno dei tanti sistemi solari di questo universo, che non è più il mio.”  Quest’uomo si chiama Francesco, e ritorna in Sardegna per il funerale del padre, dove riceve “la lettera lasciata per lui dal genitore, che lo implora di cercare la sua anima. Con l’aiuto di Mariane, un monaco isolato nel monastero di Sorres per sospetta eresia, Francesco insegue l’anima del padre, in una Sardegna traboccante di storia, natura, spazi, silenzi e poesia, che accompagnano e intrecciano la narrazione.”

La storia di Francesco, protagonista principale del romanzo, e di Mariane si sfiorano, e, nel contempo, procedono verso epiloghi diversi eppure simili, per la granitica coerenza e fede nel proprio sentire profondo. Mariane, “tormentato da un sogno ricorrente, farà lentamente i conti col suo passato e con un segreto rimosso, fino alla drammatica confessione pubblica finale. Entrambi capiranno che l’anima non fugge, ma raggiunge l’intimità di chi resta, se un amore costante la trattiene.”

Entrambe, quella di Francesco e quella di Mariane, sono storie segnate da ferite, di quelle che impastano la nostra esistenza condizionandola, ma, anche, a volte, come in questo caso, fortificandola, compiendola: “Non avevo ancora dieci anni quando andò via. Lasciò all’improvviso la nostra casa senza parlarmi, senza spiegare nulla. Ero un bambino quando lacerò la mia anima. Ora che è morto non lo vedrò più vicino a Lucia, finalmente non sarò costretto a incontrarla e fare finta di niente. Ancora sento la mia anima infrangersi contro la loro felicità e frantumarsi in tante schegge disperse, in mille frammenti di quel pensiero unico che per un figlio sono il padre e la madre.”

E’ una storia pervasa di mistero e di fede: “Aprì inutilmente il petto con l’ultima forza che aveva, spalancò gli occhi fissi di fronte a sé, il cuore cedette, come si spezza il legno puntato al ginocchio, quando è inarcato oltre il limite di resistenza con la forza delle mani strette alle estremità. In quel preciso istante, riconobbi il suo spirito entrare in me, lo sentì pervadere la mia anima come la luce che attraversa e impressiona la pellicola; percepii chiara la sua presenza, dentro, come un’immensa frequenza di amore che riordinava il mio essere e stampava la sua impronta nella mia anima. Improvvisamente compresi di essere diverso, ero la stessa persona ma arricchita da un amore intenso che si era stabilito dentro e aveva completato il mio essere, con un’energia che dava forza e non disperazione, serenità interiore e non disordine. Confidai questa esperienza a padre Mariane Zichi, un teologo (si dice in odore di eresia, perché vicino alla dottrina pelagiana) che si è stabilito da qualche tempo nel monastero di San Pietro di Sorres, sulla collina che domina la Valle dei Nuraghi, vicino al paesino di Borutta. Padre Mariane mi ha parlato dell’emozione intensa che si sviluppa nel momento della morte, particolarmente quando ci lascia una persona amata. Lui non ha escluso che nell’istante del passaggio possa effettivamente verificarsi un’esperienza spirituale intensa come quella che avevo provato, una sorta di “communicatio in morte”, così l’ha definita.”

E’ un romanzo pervaso di descrizioni e immagini intense, di bellezza profonda, in cui la  scrittura non è mai banale, scontata, avendo l’autore indugiato sulla parola e sulla pagina senza fretta, con la perizia e la cura artigianale che sempre più di rado si trovano. Un libro, insomma, da leggere.

Giovanni Nuscis

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Tito Sannìo

UNANIMA

ARACNE Editrice (Roma, 2020)

Tito Sannìo è nato e vive in Sardegna. E’ laureato in Giurisprudenza e, dopo alcune brevi ma intense esperienze lavorative, ha raggiunto l’obiettivo professionale che si era prefissato. Dopo varie pubblicazioni di carattere giuridico, Unanima è la sua prima opera di narrativa.

 

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