
Vocazione di san Matteo
Avevo vent’anni, da tempo non rivedo
né lui, né gli altri che mi erano accanto.
Ricordo il buio della bassa stanza e l’improvvisa
luce nata dall’orizzonte coprire
la pallida luce interna densa d’ombre, rendere
latteo, opaco, morente il cielo esterno.
E poi la mano, luce piena su un volto,
un’altra mano chiamata, tesa verso di lui,
e lui chino, già in una zona umile d’ombra, raccolto.
Non so se fu la luce o fu il buio
che lo avvolse in un cono di bruma,
e chino lo vidi scrutare il tavolo come il catino del tempo.
Passi, gli omeri nella luce piena, la porta
aperta, lo scalpitare di un cavallo che si allontana.
Ma qui inizia il dopo, la storia che non so o non ricordo.
So che mori in Persia, o in Etiopia,
che come Ettore cadde nel sangue.
Ma il ricordo si fissa in quella luce soltanto
che rese vivo il corpo mortale
più di ogni luce mai vista fino a quel giorno,
e come se toccassi i colori del suo corpo
lo vidi andarsene, aprire la porta.
La stanza era invasa di luce rosseggiante,
fibre di sangue nell’aria, e corpi scolpiti.
Poi anche noi uscimmo da quel tempo,
di nuovo soli, incerti, dispersi.
Ma la luce, la luce io la ricordo,
e il suo movimento e il suo respiro solenne,
oltre l’eternità del buio, più nuda
eternità, ricordo.
Non so nulla di questa poesia, ma mi piace pensare che sia stata scritta guardando il quadro omonimo del Caravaggio. Tutto si gioca nei versi finali:
“Ma la luce, la luce io la ricordo,
e il suo movimento e il suo respiro solenne,
oltre l’eternità del buio, più nuda
eternità, ricordo.”
***
Ogni cosa converge in questa esclamazione, in questo stupore, da accostare all’annotazione del Vangelo di Giovanni: “erano le quattro del pomeriggio”, riferita all’indimenticabile incontro col Messia. La fede, in fondo, è tutta qui: in questo incrocio imprevedibile tra umano e divino, che segna per sempre la vita.
“Ma il ricordo si fissa in quella luce soltanto
che rese vivo il corpo mortale
più di ogni luce mai vista fino a quel giorno”.
Sembra di sentire Agostino, che rammenta il miracolo dell’apparire di Dio, la luce che supera e trascende, che travolge e coinvolge in una nuova dimensione. Mussapi è riuscito a regalarci un brandello di eternità, e di questo ci confessiamo grati.

“Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre” (Gv 1, 1-5)
Il miracolo dell’apparire di Dio in questo chiaroscuro di parole che si intrecciano, quelle dei versi e quelle del commento.
“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.”
Platone