I Corvi, ovvero intervista a Claudio Benassi, di Guido Michelone

La vera storia di un gruppo rock italiano

Da qualche tempo in libreria circola un gustoso volumetto Ragazzi di strada… i Corvi, scritto da Claudio Benassi, il batterista di un quartetto, appunto i Corvi, che spopola nell’Italia della seconda metà degli anni Sessanta, ponendosi all’avanguardia del rock tricolore e unico – tra i gruppi all’epoca celeberrimi, dai Pooh ai Nomadi, dall’Equipe 84 ai Dik Dik, dai Giganti ai Rokes – a suonare una messa beat in una Parrocchia di Parma, la loro città d’origine. In quest’intervista appunto Claudio Benassi parla del libro, dei Corvi, dell’atmosfera di un periodo irripetibile. 

Claudio, che effetto fa portare avanti i Corvi ormai da 55 anni?

Vorrei risponderti con una frase che ha scritto l’amico Robi Bonardi nella presentazione del libro: “Per gli aficionados “senza tempo”, per i fan generazionalmente fedeli e per i tanti giovani coinvolti strada facendo e soprattutto per i tre indimenticabili e irrepetibili amici che con Claudio hanno potuto rendere questo racconto e questa splendida storia. “Che strano effetto” che è sempre mio caro amico, grazie”.

Il rispetto per la musica, l’amore per la mia batteria, la consapevolezza dell’importanza dei Corvi e della loro musica, dopo la morte di Angelo mi ha portato a formare un nuovo gruppo, con quattro ragazzi che hano condiviso il mio progetto di riproporre gli storici brani della band con sonorità e arrangiamenti più moderni, in linea con la filosofia della band originale come se non ci fosse stata interruzione tra ieri e oggi.

Eravate consapevoli all’epoca di essere una rock band innovativa?

Direi proprio di sì. Venivamo dalla strada e già questo ci portava ad essere trasgressivi. Non accettavamo di essere pilotati da altri, le nostre scelte erano molto precise nella musica, nell’abbigliamento e nel comportamento: anticonformisti, indipendenti, ribelli e anarchici. La nostra musica era scarna, secca, tagliente e graffiante, con atmosfere e suoni più duri rispetto agli altri. Noi non mettevamo niente che potesse abbellire o addolcire i pezzi, solo l’essenziale espresso con energia. L’esempio è “Bang Bang”: rispetto alle altre edizioni, come quelle degli Equipe 84, di Dalidà o Milena Cantù, la nostra interpretazione è diversa, notevolmente indurita e scarna, il che colloca il brano in una dimensione per certi versi anticipatrice di un certo suono “hard”.

Come siete arrivati a scegliere delle cover assolutamente impensabili per gli altri complessi beat italiani?

Le nostre ricerche erano indirizzate soprattutto sui gruppi inglesi e americani meno conosciuti sul mercato discografico, con quel tipo di sound scarno e aggressivo che noi ascoltavamo con molta attenzione in quanto si avvicinava allo stile che ci apparteneva. Non cercavamo la melodia, cercavamo l’energia, l’originalità, la novità, quello che ci rappresentasse davvero e che in Italia non trovavamo noi e non trovavano tanti giovani.

Cosa ascoltavate all’epoca? Conoscevate la psichedelica o il soul, il r’n’b e il blues neri?

Ascoltavamo spesso radio Lussemburgo, che per noi era l’anteprima della discografia internazionale. Sentivamo con molto interesse i brani dei Pink Floyd, dei Deep Purple, dei Beatles e dei Rolling Stones. Quando era possibile, perché dovevamo trovarli in prestito, sentivamo anche gli LP dei Kinks, dei Them, degli Who e degli Animals.

Con riferimento alla tua seconda domanda, eravamo molto attratti dal blues e dal soul in quanto sono state le basi della nostra formazione musicale. È quello che ci ha permesso di trovare il nuovo sound che negli anni sessanta, in molti gruppi, ha rivoluzionato il modo di concepire e fare musica.

Nel libro racconti di alcune truffe nei vostri confronti. Un amico, già scomparso mi disse la stessa cosa a proposito di una casa discografica dove falsificavano i dati SIAE per non pagare il gruppo. Ma erano così frequenti i casi truffaldini?

Purtroppo era così. La maggior parte dei gruppi era condizionata dalle case discografiche che facevano il bello e il cattivo tempo. Noi eravamo semplicemente merce di consumo, quindi le anomalie sulle royalties erano all’ordine del giorno. Quando ci siamo accorti che la nostra casa discografica non ci aveva pagato il dovuto, abbiamo rotto il contratto procurandoci una causa. Ti assicuro che non è stata una scelta saggia, ma noi eravamo così, incapaci di scendere a compromessi.

A proposito di libro, cosa ti ha spinto nel 2020 a scrivere l’autobiografia dei Corvi?

Sono rimasto l’ultimo dei Ragazzi di Strada, così ho sentito il desiderio di scrivere la storia dei Corvi così come l’ho vissuta, di scrivere qualcosa che potesse trasmettere le mie sensazioni, le mie esperienze e le mie emozioni ma in modo semplice, come semplici ragazzi di strada eravamo noi che, senza un soldo in tasca, grazie a questa “favola”, siamo arrivati alle più alte vette della notorietà. Ho la consapevolezza che la nostra presenza nel movimento beat di quegli anni sia stata una presenza molto importante, così volevo che la storia e la musica dei Corvi non fosse dimenticata. Con Pierangelo Pettenati ho scritto un racconto ricco di aneddoti divertenti e di avventure, alternati a momenti tristi, di grandi tragedie. Volevo soprattutto che tutti potessero leggerlo facilmente e che si potessero immedesimare nella storia. In tanti mi hanno detto di averlo letto tutto d’un fiato e questa è una grande soddisfazione perché è proprio quello che volevo. 

Quali sono le cose belle che emergono dal libro?

Sono tante: l’amicizia, la musica, l’anticonformismo, l’idea di gruppo e in tempi recenti il tuo desiderio di evitare un inutile revival ma proporre vero rock con gente più giovane. Sono questi i tuoi ideali e c’è altro ancora? Sono gli ideali che mi accompagnano da sempre. Eravamo ribelli, eravamo anticonformisti, volevamo apparire per come eravamo davvero, a costo di scontrarci con i discografici e rimetterci dei soldi ma solo per un desiderio di sincerità e di onestà. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per passione, per amore della vita e della musica ed è per lo stesso motivo che anche oggi voglio un gruppo vero che faccia musica vera, che nasce dal cuore prima ancora che dalla testa e dall’esperienza. Questi saranno sempre i miei valori.  

Ma era tutto vero ciò che oggi si fantastica sugli anni Sessanta?

Non eri tu o altri a che fantasticare, era tutto felicemente vero. Anche qui vorrei risponderti con un paragrafo del libro: “Nel locale potevi sentire il piacere palpabile e la gioia di ognuno di far parte di un gruppo, o meglio, di un vero e proprio movimento che da lì a poco avrebbe iniziato a delineare i confini tra il nostro mondo e quello degli adulti. All’interno di questo nuovo mondo, ci sentivamo liberi di esprimere tutto ciò che di più magico c’è nella giovinezza: esuberanza, eccesso, coraggio e sessualità e dove chi parlava di tutto ciò non eravamo più noi, bensì la musica, la “nostra” musica. Era un ambiente fantastico che ti faceva sentire libero e accettato… forse perché qualsiasi discorso esuberante, strambo o eccentrico, se fatto con un bicchiere ed una chitarra in mano non comporta necessariamente giudizi ma canti e balli”.

Ma alla fine cosa e rimasto, per te, di quei favolosi anni Sessanta?

Il ricordo di un periodo meraviglioso, dove tutto stava cambiando e nel cambiamento è maturata una generazione, la mia. Sono nato ragazzo di strada, la notorietà non ha mai scalfito il mio “essere” di persona libera e indipendente e, ancora oggi, alla soglia degli “ottanta” mi sento sempre lo stesso Ragazzo di Strada.

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