Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
*
Buon 25 aprile. Di Andrea Zanzotto ricorrono nel 2021 il centenario della nascita e il decennale della morte: questo è il quarto foglio di un possibile Lunario, o calendario, ricavabile dai suoi versi. Zanzotto partecipò attivamente alla Resistenza. Nelle file di Giustizia e Libertà, in Veneto: «La liberazione, in questi territori, avvenne il 30 aprile 1945, e già si pensava al 1° maggio», annota in calce alla seconda poesia proposta qui di seguito, e aggiunge che la parola “martiri” vale «contro ogni tirannide palese o nascosta, presente o futura», «nei conflitti», e per le «vittime quotidiane del lavoro». Festa della Liberazione e festa dei lavoratori sono dunque vissute e sentite come una cosa sola. E nei versi di Zanzotto la memoria, il ricordo dei morti della Seconda guerra richiama la generazione precedente macinata nel primo conflitto mondiale, tema centrale nella sua opera con Il Galateo in Bosco (1978): quel Bosco del Montello teatro dei massacri della Grande Guerra e immenso cimitero diffuso in cui Natura e Storia oscuramente e incessantemente sedimentano e convivono rigerminando presente e futuro. «Il 25 aprile andando per i cippi / dei caduti, come per le stazioni di un calvario» rimanda al «E si va per ossari» del Galateo in Bosco, proposto con grande efficacia comunicativa dal teatro civile di Marco Paolini.
Zanzotto – che dei fatti precedenti il 25 aprile scrisse anche in prosa, ad esempio in 1944: FAIER (in Sull’altopiano, 1964) – ricorda i compagni della Resistenza, I compagni corsi avanti, in Vocativo (1957), e della “festa della Liberazione” e delle lotte e speranze tradite continua a ragionare in versi a distanza di decenni, in più occasioni: la poesia posta qui in apertura – Verso il 25 aprile – si trova in Idioma (1986). Diplopie, sovrimpressioni è datata al 1995 e segna il mezzo secolo dai fatti (in Sovrimpressioni, 2001). I due testi in chiusura sono stati composti oltre la fine del Novecento, nei primi anni Duemila, e si leggono nell’ultima raccolta del poeta di Pieve di Soligo (Conglomerati, 2009), nella sezione intitolata Tempo di roghi.
I più recenti 25 aprile sono dichiarati «tristissimi», «tutto è perso o / sotto malocchio», eppure il discorso, per il poeta e per noi, non è mai chiuso: «Ma nelle immondizie / troverò tracce del sublime / buone per tutte le rime».
(Giovanna Menegùs)
*
Verso il 25 aprile
Trissotin: Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius: On voit partout chez vous l’ithos et le pathos.
(MOLIÈRE, Les femmes savantes)
Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l’essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accertabile,
reo totale come si vorrebbe;
e l’adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
e il silenzio non dista dal grido –
piamente connessi chi sa dove
entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c’è stato armistizio dopo l’eroica emergenza
e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
che quella per piombo nel tempo sadico/mitico.
Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
È questa dunque la saggezza perversa della sera?
È questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni –
dèi per me malgrado voi stessi –
avvicinandomi per cumulo di età
e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora –
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto. Mi pare
…………………………………………
Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell’essere vissuto,
e passato a un millimetro da dove
la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.
Ma se ancora si gira per i cippi
– emersi a picco –
– nel sacro della primavera –
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s’impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all’obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l’archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall’-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio – mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, né altrove; noi v’inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci
[della pioggia
delle memorie, delle folate eroiche;
se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se se un’insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
nei luoghi dell’insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell’insonnia
anche questo pretendere di darne intepretazioni
ithos pathos
bestemmiarono i cespugli sommessamente
cippi hypnos pretendere
……………………………………………….
Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettini – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
nel vostro assoluto assolvimento
in ciò che punta i piedi seppur
senza più rendersene conto
non culla non tomba non segno
e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
(ithos) (pathos)
[da Idioma, sezione I, 1986]
*
Diplopie, sovrimpressioni
(1945-1995)
I
Lanugini di luce appena bianca
dilagate in lontananza di prati,
Martiri, umili elementi
fratelli sacri alle invasioni dei venti,
è il 30 aprile, questo, il vostro giorno
di anni ormai così alti e remoti
da non essere colti
dallo sforzo degli occhi
semisepolti.
È il 30 aprile, questo il vostro giorno,
Martiri, mirabile
affanno di gioventù –
spari, sangue, non più,
nemmeno lapidi per voi, ma milioni
di leggerissimi globi-soffi, devozioni
tra silenzio e voce
bilichi
verso un’infinita foce.
II
Sempre un po’ storto e stonato
in ritardo entro le vostre azioni,
Martiri, ovunque vi leggo nel tremolio
dei globi di pappi perennemente intenti
a scomparire nascere ridire
ridire di prato in prato
a raso dell’oblio.
Finalmente a ciò ch’è soltanto respiro
di minime, sorde, divine ostinazioni
vi assimilate per sempre, redimete
dal più, dal peggio di ogni dubbio –
che pur del tutto non risolto, in ceneri
qua e là s’intigna e striscia. Ma poi
nel pluvïoso lacrimio
s’affiancano pur quelle a pappi e acheni
e con essi cibo profondo
d’erbe e terra si fanno per noi.
[da Verso i Palù, prima sezione di Sovrimpressioni, 2001]
*
Tristissimi 25 aprile
morti in piedi, sull’attenti
al cimitero
qualche osso perso per la strada
nel sole sfacciato freddo
– o è lo stesso, tutto raggi gamma
noi sordi al 70%
sentiamo gente che parla
come da un altro mondo.
5 pianeti occorrono alla fame dei terrestri
terroristi in favore della
pletora
ma il re degli scemi governa
ma il re degl’ipocriti
da cent’anni siede avvitato al seggio degli idiotitani
SULLA STRADA DEL MURO
La stoltezza che circola si palpa
come un vento
i vecchi partigiani
si perdono coi loro alzaimer
i vecchi ex-internati
nei loro post-ictus
tutto è perso o
sotto malocchio
al gatto Uttino hanno
spezzato la coda
Nulla so del filmato
sulle ceneri già lontane
del ragazzo Turra/ massacrato in Colombia
Non parlatemi più
Ma nelle immondizie
troverò tracce del sublime
buone per tutte le rime
[da Tempo di roghi, seconda sezione di Conglomerati, 2009]
*
Altro 25 aprile
La pletora in cui affoghiamo mi sembra
oggi, o eterno 25 aprile, una golosa pastura
Il mondo gremito di cose fa che
se tenti ritrartene ti fa ancora sprofondare, per questo
è lì, abbondante di cancri, di morti, di non sorti
eppure risorgenti, tra ghost e pietra di cippo
che rompe le teste –
Anche se vi sono i giovani studiosi dell’IRCA (ist. Resistenza)
v’è quest’anno google
che maligno come il sole e suo parente
tutti ci globalizza in peste
padrona finale di tutte le feste
di tutte le storie
di tutte le memorie
e lo scimunito materico suo DNA, parente
del nostro suona il grande intruglio, il guazzabuglio
della Bhagavad Gita, della sua arte infinita che
è pur qualcosa, detto vita (che è?) in orrendi ragù
di baratri di soli fissili di vento che sega giusto nel mezzo
Ma oh che buona stillante sonnolenza
ne viene, a rilento, e contrario
sonnolenza insaziata, incalzante con benigni
pisolini, piccoli pioli che rendono accettabili
destini che pur non son destini
ma solo acronimi:
crimini che diventano acronimi
[da Tempo di roghi, seconda sezione di Conglomerati, 2009]
*

