“Le stagioni del viaggio”, di Maria Pia Romano

Recensione di Francesco Improta

Maria Pia Romano, Le stagioni del viaggio, Besa Muci Editore, 2021

Placida notte, e verecondo raggio // della cadente luna; e tu che spunti // fra la tacita selva in su la rupe //nunzio del giorno…

È questo l’incipit bellissimo dell’Ultimo canto di Saffo di Giacomo Leopardi che fa da cerniera tra le Canzoni della sua prima giovinezza e gli Idilli della maturità. Leopardi in questo canto accoglie la leggenda di Saffo più facilmente assimilabile alla sua condizione fisica e psicologica, in quanto anche egli non diversamente dalla poetessa di Lesbo per la veste corporea non molto gradevole si sente escluso dall’amore e dalla comunione con la natura. E Saffo ha un posto significativo nell’ultimo romanzo di Maria Pia Romano, Le stagioni del viaggio, che è ambientato non a caso nell’isola di Leucade dove, secondo la leggenda menzionata in precedenza, Saffo pose fine ai suoi giorni, lanciandosi giù da una rupe. Se mi spingessi oltre nel cogliere cor­rispondenze, analogie o semplici suggestioni letterarie non renderei un buon servizio ai lettori, scoprendo le carte prima che inizi il gioco, per rimanere nell’ambito della metafora.

Il romanzo della Romano nasce in un periodo particolare della sua vita di donna e di scrittrice, contrassegnato molto più del solito dalla dialettica lacrima/sorriso, quando la gioia per il successo di critica e di pubblico de Le amiche imperfette viene soffocata dal dolore straziante per la morte dell’amato genitore. Non è un caso che l’esergo sia tratto da una poesia di Alfonso Gatto dedicata al padre e che tutto il prologo sia incentrato sulla figura del genitore, oggetto di un amore profondo e devoto e costante punto di riferimento morale e comportamentale.

Un padre è un padre. All’improvviso, ad occhi aperti, l’epifania di altri due occhi, gli unici che sanno veramente chi siamo. Non smettono mai di accudirci e sorriderci con l’anima muta. […] Carezze sospese, nel lago denso delle cose non dette, capaci di cancellare antiche cicatrici madreperlacee, quelle iridescenti sulla pelle sottile, che ricordano che il dolore è prezioso, come un gioiello.

Un romanzo, quindi, decisamente autobiografico in cui la Romano, senza remore e senza filtri, se non quello della necessaria distanza per focalizzare eventi e stati d’animo, mette a nudo la sua anima e rovista tra i suoi ricordi. Operazione, quest’ultima, tenera e dolorosa per aver con la devozione di una figlia sensibile e innamorata dischiuso le porte della memoria. Il padre viene ricordato in momenti di grande affetto e tenerezza quando sulla spiaggia le trasmette l’amore per il mare, simbolo di libertà, che rimarrà una costante nella vita e nella produzione della Romano, si pensi alla protagonista de La cura dell’attesa, Alba, liquida dentro, mentre qui  a pagina 61 si legge testualmente: “alla vita di plastica dei sorrisi patinati, ha preferito sempre un salto nel blu, senza vedere il fondale”, dove il richiamo del mare trasmette il senso di una più ampia e profonda avventura esistenziale. Senza contare che sulle onde del mare Ionio, dove si affaccia Gallipoli, la città in cui vive la Romano, quando soffia il vento, riecheggiano suoni dell’antica poesia eolica e più in generale echi della grande mitologia greca.

A ben guardare si tratta di un sequel. La protagonista, infatti, è una de Le amiche imperfette, Elisa, la giornalista e ghost writer quarantenne, che si rifugia nell’isola di Leucade, per sfuggire all’ipocrisia del suo ambiente, per coltivare come fiori pregiati, nella serra della memoria, i suoi ricordi a contatto con i miti greci (cfr. Saffo) e per ritrovare, infine, il senso della libertà e della riscoperta a cui sembra vocata dal suo stesso nome. Nell’isola si sforza di elaborare il lutto, scrivendo (le storie sono l’unica cosa che resta per non impazzire, si legge a pagina 93) e soprattutto recuperando il contatto con la quotidianità, con quei piccoli gesti che danno concretezza e sapore alla nostra esistenza: una passeggiata, la colazione al mattino, la visita al fornaio per l’acquisto del pane, i vicendevoli saluti con chi la ospita o incrocia il suo cammino. Saluti che diventano un modo semplice, elementare ma autentico, per scambiarsi vibrazioni, sintonie, energie positive. La lentezza di quei gesti, appa­rentemente insignificanti, in contrapposizione alle affannose corse in città, ai ritmi estenuanti della vita urbana, alla precarietà di un lavoro insoddisfacente anche a livello economico riesce in parte a risollevare Elisa dalla prostrazione in cui era caduta in seguito a una delusione amorosa e alla morte dell’adorato genitore. Non manca in questa cronaca familiare (poche ma significative le analogie con il romanzo di Pratolini e il film di Zurlini) la figura della madre con cui la protagonista ha – e non potrebbe essere diversamente – un rapporto conflittuale, ma sincero e affettuoso. La madre cerca di dissuadere la figlia dal rifugiarsi sull’isola, lontano da tutto e da tutti e per giunta fuori stagione, ma alla fine dinanzi alla risolutezza della figlia e alla validità delle sue argomentazioni (“chi sa stare con sé stesso non soffrirà mai di solitudine”) si rassegna a vederla partire. L’incontro, poi, occasionale con Lorenzo, un uomo dalla pelle scura e dalla barba incolta, che sembra venire dal passato, che cavalca le onde con la sua tavola da surf e canta con una voce calda e pastosa apre uno squarcio nel cielo nuvoloso della protagonista e accende una fiamma nel suo cuore gelido, oserei dire in inverno citando il titolo di un bellissimo film di Claude Sautet. Eppure, la fiamma anziché divampare ben presto sembra estinguersi o comunque perdere d’intensità. I loro incontri, brevi ma frequenti, si nutrono di colori, di sogni e di nostalgie inespresse e il desiderio reciproco rimane inappagato sotto la cenere:

Lorenzo la guarda e le sorride, lei scopre che è struggente aver trovato un filo d’acqua per dissetarsi e tuttavia essersi fermati prima di aver assaggiato quell’acqua. Elisa respira ancora il collo di lui, poi si volta avviandosi verso casa e avvertendo un languore dolcissimo dentro, da riassaporare lentamente.

Mi sembra doveroso interrompere qui il racconto delle vicende narrate nel romanzo per non privare i lettori del piacere della scoperta, vi anticipo, però, che non mancheranno sviluppi imprevisti, nuovi scenari e… “personaggi” simpatici e amorevoli come Duchessa.

Credo che Le stagioni del viaggio sia il frutto più sapido della produzione di Maria Pia Romano. Un’opera matura nella concezione, nella costruzione e nella realizzazione, sorretta da uno stile unico e inconfondibile che coniuga cronaca e leggenda, pubblico e privato e che indulge a frequenti digressioni, di carattere riflessivo o descrittivo, che l’autrice si concede per esprimere emozioni e convinzioni senza interferire nella vicenda principale e senza appesantirne il ritmo narrativo. Da rilevare anche l’utilizzo di un’efficace contaminazione linguistica (italiano, greco, inglese e napoletano) che vivacizza la narrazione e in particolare i dialoghi con gli abitanti dell’isola e con il padre, originario, come lei del resto, di Benevento.

A conferma della bellezza e dell’originalità della scrittura della Romano, mi sembra doveroso riportare un breve passo di questo romanzo struggente, intenso, in cui si alternano in maniera estremamente efficace idillio ed elegia, un passo da cui traspaiono l’innocenza della fanciullezza, la ritrovata comunione con la natura e una non troppo latente sensualità, e dove la parola non solo descrive con esattezza la realtà circostante ma si fa anche specchio di paesaggi interiori più o meno accidentati. Si tratta di una delle tante digressioni, intitolata “Le piccole gioie di Elisa”:

La cipolla cruda tagliata a fette nell’insalata di pomodori e cetrioli. (La lingua a punta di coltello sulle labbra di conchiglia salata). Mangiare lo ztaziki sulla fetta di pane, all’imbrunire sul balcone di casa. (Il prodigio di una carezza lenta si compie sul fianco della sera). Leccarsi le dita sporche di miele dopo il kataifi. (La dolcezza che cola inattesa sulla bocca bambina aperta al sogno). Camminare col mare di lato mentre il sole va giù dietro il monte. (Scivolano via i vestiti dalla pelle calda, leggeri come schiuma di mare). Stendersi sulla spiaggia di notte a guardare le stelle. (Il ruggito del tempo è lontano, la mano esplora un fogliame d’oro).

Cosa altro aggiungere se non l’invito a leggere il libro con l’attenzione che merita, ne uscirete arricchiti e pienamente soddisfatti, avendo la possibilità di godere appieno di quello che Proust chiama il piacere della lettura. E dall’autore della Recherche la Romano mutua anche la concezione del tempo ritrovato, che si ricollega direttamente alla memoria, volontaria o involontaria che sia, che rimane il tema principale del romanzo, non a caso a pagina 43 si legge: “Segmenti di vita sparpagliati, che l’hanno appagata più a ripensarli che a viverli.”

                                                                                                

 

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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