“Una terrazza sull’Albania” racconto di Beatrice Fiaschi

Scatto di Marcello Samperi

Ringraziamo Beatrice Fiaschi per averci concesso di pubblicare il suo racconto, con cui ha vinto il premio speciale della giuria al “Concorso internazionale città di Latina”, il premio speciale al concorso letterario nazionale “San Lorenzo 2021 poesie e racconti” e si è classificata seconda al premio letterario “Antica Pyrgos – profumi di poesia”. Beatrice Fiaschi è scrittrice, giornalista pubblicista, editor, insegnante di scrittura creativa e ricercatrice spirituale.

UNA TERRAZZA SULL’ALBANIA                                                

“Dalla terrazza di casa, nelle giornate serene, si vedevano le coste dell’Albania”.
Lo dicevi col grigio tra i capelli, ma io fantasticavo fossero ancora neri: magicamente ti visualizzavo nel passato. Il tuo sguardo oltre, sempre severo. Le rughe d’espressione in mezzo alla fronte e la tua pelle, un tizzone sotto il sole del Salento.
La casa di famiglia enorme, esposta a sud-est, mossa solo dallo scirocco. Vedevo ogni dettaglio sebbene non lo avessi davvero conosciuto, percorrevo ogni stanza, ognuna con un ricordo diverso, fino a quell’immenso balcone a cui eri affacciata.
Non sapevi neanche dove fosse l’Albania eppure la scrutavi, fiera: “Io sono albanese”, e mi chiamavi per raccontarmi ancora la tua storia. Era ogni volta uguale e ogni volta diversa, con la tua fantasia aggiungevi sempre un verso nuovo alla poesia della tua esistenza, in modo da non ammettere mai davvero la semplicità del tuo enigma.

Sorridevo. Mi sembrava strana l’idea di avere una nonna straniera. Ti osservavo così ancora più a fondo coi miei occhi, grandi anche se ero piccola, in grado di trapassarti il cuore.
C’era odore persistente di povertà a casa tua, eppure trovavi sempre il modo di riempire le buste di vestiti dismessi da regalare in parrocchia. E non mancava il pane secco per i pettirossi e per i parenti miserabili del fruttivendolo. Hai nutrito chi amavi e chi neanche conoscevi, i vicini e i lontani, perché per te avevano tutti pari dignità. Aiutavi chiunque avesse meno di te ed erano più di quanti immaginassi: la quasi totalità delle persone. Nessuno possedeva quella poesia che a te invece era stata elargita in abbondanza, e la tua bellezza risiedeva proprio nel non rendertene conto.

Toccavo le tue mani ruvide, affusolate, scure, con un’unghia macchiata da sempre.
, lavorava i campi annuivo tra me. In un attimo eri lì, tornata ragazza tra le zolle d’Albania, arsa dal caldo, con la cuffietta in testa dalla quale sbucavano solo le trecce nere. Vedevo l’umiltà, l’esattezza di quella definizione: essere alla stregua della terra. Lì ho capito il mio desiderio più grande: elevarmi a quel livello, diventare come te, in modo da poter attraversare la mia vita come hai fatto tu, senza mai chiedere aiuto, senza mai abbassare lo sguardo, se non per curare la terra.

“Dove si trova l’Albania, nonna?”. Non rispondevi, guardavi di nuovo oltre, da quella terrazza controvento dove non siamo mai state, eppure non c’è luogo per me più reale. Non sapevi con precisione dove fosse situata, eppure fiutavi nell’aria le tue origini autentiche, prive di meridiani e paralleli. Non avevi avuto diritto a sufficienti parole per poterlo esprimere eppure suonava meravigliosamente tra le tue labbra quella candida verità: “Nun lu ssacciu Be Be a du stae l’Albania, ma la biciu”.
Vedere oltre, vedere anche quello che non c’è per la salda fede che un giorno ci sarà. Ecco cos’erano le tue due rughe sulla fronte, l’apertura assoluta sul mondo, il terzo occhio violetto. Erano due coste albanesi desiderose di un bacio, uno strappo nella pelle brunita e profumata di talco. Anche nella bara.

Ero solo una bambina: la frangetta troppo lunga e un taglio a caschetto che non riusciva a contenere i ciuffi più ribelli, ma l’avevo capito. Per te l’Albania era la Puglia, era Roma, era persino Venezia quando la visitasti, già anziana, e dicesti: “Ohimé, ce b’è bella!”. L’Albania erano tutti i luoghi che hai amato, dove hai vissuto anche solo un giorno, dove hai respirato, camminato, visto oltre e lasciato che il vento turbinasse in alto il tuo mistero. Ancora vibra in cielo il tuo segreto, Maria, nel battito del pettirosso. Un violino con le corde usurate echeggia una melodia meravigliosa. È un artista di strada a Piazza San Marco, è tua madre che ti lega i capelli in una lunga treccia, tuo padre che smuove le zolle, sono le tue dita amorevoli nell’impasto delle polpette. Sono io col mio orecchio proteso dalla terrazza per udire quelle note nuove, prima che si disperdano in mare.

“Noi veniamo da lì, nonna, anche se non ci siamo mai state, ora lo sento anche io”.

Tra poco verrà di nuovo il 20 di Marzo in cui te ne andasti: non ti importava del tuo dolore, hai sempre sopportato; ti stava a cuore piuttosto nascondermi la tua ferita per paura mi impressionasse. Quello era il tuo ultimo sguardo d’amore verso di me: risparmiarmi sofferenza ti dava pace, e sei fluttuata via così, su quel desiderio di proteggermi da ogni tempesta, come è sempre stato. Per tanti anni, all’arrivo di quella data, siamo morte insieme di nuovo, per poi rinascere a primavera. Ora, ti prego, viviamo per sempre qui, su questa terrazza, finalmente, ché ho terminato le armi per annientarmi ogni volta.

Rimaniamo in questa luce, ferme, da allora, in questo spicchio di sole a sbucciare e spremere limoni in attesa di un’altra estate. Il silenzio è in ogni flutto: posso udire il tuo respiro nell’incessante, potente, marea del tempo.

Quante onde si sono infrante sulle nostre guance in questi anni, nonna. Ma abbiamo risposto che era solo acqua salata quando ci hanno chiesto se piangevamo.
E abbiamo venduto tutto pur di restare ancora un po’ insieme, in questa terrazza senza coordinate, segnalata soltanto sulla nostra mappa siderale, non accessibile a nessun altro.
Ho annotato nel frattempo sulla carta nautica della mia vita tutti i passi compiuti nei giorni senza te: pochi, decisi, solitari. Mi hanno condotta fino in Albania, senza andarci davvero, come te, senza disfarmi mai la treccia color rame. Ecco il segreto: non scorgere mai confini, solo limiti da sfidare, terre dove seminare altri fiori, curarli, avere pazienza che sboccino, udirne lo schiudersi.

Possiamo alzare finalmente lo sguardo, nonna, e accogliere il saluto intirizzito dell’inverno. C’è la primavera oltre questa ringhiera: la rinascita, non la morte. Più in là l’estate e le nostre mani ancora una volta calde.
Conservo stretta la tua eredità: mi hai regalato la tua visuale incontaminata su una carta nautica tutta da scrivere attraverso inedite linee batimetriche.
Saprò sempre dove trovarti, avvolta dalla residua foschia della notte, ad ammirare l’ultima onda mentre lambisce dolcemente le coste albanesi. La tua fantasia adesso vive in me e ha le parole profonde di questo nostro inarrestabile moto ondoso: un giorno è risacca, un altro giorno tsunami, eppure navighiamo.

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