L’addio al meticciato

di Cecilia Pannacini

Parla Jean-Loup Amselle
Il paradosso contemporaneo – spiega l’antropologo francese – è che mentre gli etnologi e gli scienziati sociali insistono sulla mutevolezza dell’identità etnica e culturale, le «minoranze» rifiutano totalmente questo orientamento, affermando la purezza della loro discendenza, spesso per avanzare rivendicazioni territoriali
Responsabile di avere indotto un dibattito fondamentale per le scienze umane, il libro titolato L’invenzione dell’etnia è curato da Jean-Loup Amselle e Elikia M’Bokolo (Meltemi, 2008) e ha denunciato la natura storica, costruita e talvolta finzionale del concetto, appunto, di etnia. Attraverso l’analisi di alcuni casi africani, gli autori – storici e antropologi – descrivono i processi che hanno portato all’emergere, durante l’amministrazione coloniale, di determinati gruppi, nonché i successivi irrigidimenti, gli scontri e la moltiplicazione delle identità etniche. L’etnicizzazione del mondo appare in effetti in costante aumento, sia nelle ex colonie sia in Occidente, dove le politiche migratorie e l’esigenza di gestire e controllare la convivenza tra gruppi di diversa origine rischiano di riprodurre percorsi ed errori già compiuti in passato. Il problema si è proposto drammaticamente in Italia nei confronti degli immigrati di prima o di seconda generazione, così come verso gli zingari e i rom – una forma di alterità radicata all’interno del nostro corpo sociale, che ripetutamente è stata oggetto di attacchi xenofobi. Nei confronti degli immigrati gli atteggiamenti variano tra l’esigenza di ribadire i confini fra le culture, riproponendo classificazioni fondate per lo più su semplificazioni storiche o su stereotipi razziali, e un ideale multiculturalista che ricerca una convivenza in grado di promuovere la diversità, ma nel fare ciò ribadisce ancora una volta l’esistenza di categorie fisse e immutabili. I problemi dell’identità e della sua complessa e spesso controversa definizione continuano dunque a riproporsi in maniera drammatica: è questo il tema dibattuto durante il Festival di Antropologia di Ivrea, nel corso del quale abbiamo incontrato Jean-Loup Amselle, che dei concetti di identità, etnia e cultura è stato negli ultimi decenni uno dei critici più attivi e innovatori.

Nel mondo globalizzato le rivendicazioni basate su presupposti etnici (oltre che religiosi) si stanno moltiplicando. È un fenomeno recente, che tuttavia era già emerso anche se con modalità e caratteristiche diverse nel passato coloniale. Come spiega questo ritorno alle etnie?
Effettivamente l’etnicizzazione del mondo è un fenomeno globale che si estende sempre di più. Se prendiamo ad esempio l’America Latina, osserviamo il riemergere sulla scena politica delle popolazioni originarie, gli Amerindi, e la crescita dei movimenti indigenisti. In Bolivia è un fenomeno recente promosso dal presidente Morales, lui stesso di origini amerindie. Qualcosa di simile si osserva anche in Ecuador e in Peru, tuttavia sono fenomeni che partono dall’alto, dalle élite, e si dirigono verso il basso. Per rimanere sul continente americano, anche l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti è stata interpretata da molti come un evento straordinariamente importante non tanto per via della politica che avvierà, quanto perché è un nero. In Francia i moti scoppiati nelle periferie parigine sono stati descritti come la rivolta dei «Black» e dei «Beure» (giovani di origini africane o arabe), occultando l’aspetto sociale ed economico della protesta. Si è persino detto che erano giovani la cui instabilità psicologica derivava dal fatto di provenire da famiglie poligame. Questo intensificarsi del discorso etnico va posto in connessione con le ideologie post-coloniali.

Quindi l’attribuzione di un’appartenenza etnica, di un’etichetta, può giungere dall’alto, come avveniva nelle colonie, oppure dal basso, a partire da esigenze interne al gruppo. Spesso, infatti, sono gli stessi gruppi a rivendicare una loro identità, come nel caso dei movimenti indigenisti in America Latina o anche delle richieste di riconoscimento espresse in Australia dagli Aborigeni o in Canada dai superstiti degli Indiani e degli Eschimesi. Cosa vogliono ottenere questi gruppi attraverso simili rivendicazioni? Le rivendicazioni dal basso in termini di etnia e di identità servono, il più delle volte, ad alimentare richieste economiche relative alla terra; mirano spesso a proteggere i gruppi dalle compagnie petrolifere e dallo sfruttamento dei territori oggetto di rivendicazione. Credo, però, che questo modo di vedere le cose possa nascondere una trappola, dal momento che occulta ed espelle le lotte sociali, economiche o per i diritti umani, sostituendovi la lotta per i diritti culturali dei gruppi. Che richiedono legittimamente un loro riconoscimento, ma fondando tale richiesta su una base etnica rischiano in futuro di rimanere ancora una volta intrappolati all’interno dei confini identitari che avevano rivendicato, andando incontro a nuovi problemi. La rivendicazione identitaria è dunque un’arma potente ma a doppio taglio.

In effetti l’antropologia e la storia stanno dimostrando in maniera sempre più convincente la natura costruita delle identità etniche. Più studiamo la storia dei gruppi più diveniamo consapevoli dei processi di costruzione e decostruzione identitaria, e anche delle trappole connesse ai processi di etnicizzazione.
Precisamente. Proprio per questo, nel corso di un’indagine di terreno condotta nel Mali meridionale su di un insieme di popolazioni vicine – Peul, Bambara, Malinke, Senufo e Minyanka – ho deciso di ricorrere al concetto di meticciato, che poi ho sviluppato in Logiche meticce. L’Africa era stata a lungo considerata il continente delle etnie, ciascuna delle quali era ritenuta possedere un sistema religioso, politico ed economico fisso. Si pensava che queste etnie fossero strettamente delimitate e che fossero all’origine dei molteplici conflitti che insanguinano ancora il continente africano. Tuttavia attraverso le mie indagini ho potuto constatare che prima della colonizzazione le appartenenze etniche, culturali ed identitarie erano estremamente malleabili. Non si era Peul, Bambara o Malinkè per l’eternità ma lo si diventava: i Peul potevano diventare Bambara e poi Malinké, i pagani potevano diventare musulmani per poi ritornare al paganesimo, società di villaggio potevano trasformarsi in regni per ricadere poi nell’anarchia segmentaria, società di auto-sussistenza potevano aprirsi al mercato per poi ricadere nell’autarchia. Tutto questo contraddiceva l’immagine di un’Africa irrigidita nella tradizione, che si apriva solo con grande difficoltà alla modernità coloniale e post-coloniale, la stessa immagine utilizzata da Nicolas Sarkozy nello scandaloso discorso pronunciato a Dakar, in Senegal, nel giugno del 2007, quando il presidente francese disse che l’africano non riusciva a entrare nella storia.

Tuttavia, nella sua opera successiva, «Connessioni», lei ha deciso di abbandonare il paradigma del meticciato, sostituendolo con la metafora delle connessioni, di derivazione elettrica e informatica. Cosa l’ha motivata?
Ciò che imbarazza nella nozione di meticciato è la sua base biologica: per pensare il meticciato bisogna sottintendere che all’origine ci siano gruppi puri, siano esse razze o culture. Come nella zootecnia, per «meticciare» o ibridare bisogna in primo luogo selezionare delle razze pure da cui nasceranno forme più resistenti. Per questo sono passato all’idea delle connessioni, che è più neutra. Io penso che ogni cultura sia il prodotto di connessioni, cioè di derivazioni operate a partire da una rete di significanti, che è più vasta della cultura propriamente detta. Di conseguenza per me tutte le culture scaturiscono dalla torsione di significati inglobanti e dalla trasformazione di questi significanti in significati locali. Oggi la rete dei significanti possibili è molto più vasta che in passato ed è almeno in parte controllata dalla cultura occidentale, dunque osserviamo fenomeni come l’occidentalizzazione del mondo, la sua «McDonaldizzazione» o la «Coca-colonizzazione». Tuttavia, vorrei sottolineare che questo fenomeno di omogeneizzazione non è ineluttabile ed è indissolubilmente connesso a fenomeni che lo contrastano. Ad esempio mentre alcune lingue scompaiono molti pidgin (lingue che mescolano tradizioni locali con le lingue dei colonizzatori), stanno nascendo.

Esiste anche un fenomeno di moda, legato al consumo «etnico» e al mercato di prodotti ibridi, meticci, frutto dell’incontro tra culture diverse. Come valuta questo fenomeno?
Tutto l’universo del consumo, in generale, è oggi investito dai temi del meticciato e delle connessioni, nell’alimentazione e nella cucina ad esempio, dove non c’è ristorante trendy che non mescoli le specialità più tradizionali di ogni paese con ingredienti esotici, in modo da produrre un fusion food molto apprezzato dalle classi medie urbane che io chiamo «ethno-bobo» (la giovane borghesia bohemienne). Nei cosmetici le cose vanno nella stessa direzione, così come nell’abbigliamento, bsterebbe pensare agli United Colors of Benetton. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Il meticciato è dunque di moda, ma bisogna interrogarsi riguardo alle ragioni di questo successo. Inoltre se l’Occidente si tuffa, nel bene o nel male, nella cultura meticcia, nel sud del mondo le cose sono molto diverse. Nell’Africa sub-sahariana, ad esempio, la purezza razziale e culturale è altamente valorizzata mentre il meticciato e l’imbastardimento sono violentemente respinti. Come ho già detto, nei contesti contemporanei la purezza razziale serve molto spesso a sostenere rivendicazioni politiche o economiche.

Dunque esistono due percezioni diverse, quella dei movimenti di rivendicazione identitaria da un lato e quella degli antropologi e degli storici dall’altro. In che modo queste due prospettive potrebbero incontrarsi?
È un paradosso profondo perché nel momento stesso in cui gli antropologi e gli scienziati sociali insistono sulla plasticità dell’identità etnica e culturale, i protagonsiti direttamente interessati dal fenomeno rifiutano totalmente questo orientamento affermando la purezza della loro discendenza. A questo punto ci si potrebbe domandare se il meticciato non sia un lusso per i ricchi che non hanno nulla da perdere, e che possono dunque decostruire le loro identità.
Al contrario per i poveri e i dominati la difesa dell’identità etnica e culturale è una necessità strategica, un «essenzialismo strategico», come ha detto Gayatri Spivak. Questo spiega anche il fatto che gli organismi internazionali, come le Nazioni Unite o l’Unesco, spingono gli attori sociali del sud a dare alle loro rivendicazioni una connotazione identitaria. In conclusione, la nozione di meticciato è contestabile sul piano intellettuale ed è respinta da numerosi attori sociali del sud. È inoltre una nozione dalla «geometria variabile», che costituisce un nodo sociale controverso, il cui utilizzo o rifiuto non è significativo se non all’interno di un contesto dato.

L’antropologo torinese Francesco Remotti, nel suo intervento al festival dell’Antropologia, ha provocatoriamente proposto di abbandonare la nozione di identità etnica. Lei in quanto etnologo, studioso di una disciplina fondata su questa nozione, come risponderebbe a tale proposta?
Per me il punto fondamentale è mostrare che le identità sono fluide e negoziabili. La gente costruisce la propria identità giorno per giorno, nei rapporti personali, nelle conversazioni, attraverso strategie estremamente dinamiche, che fanno perno su categorie utilizzate a seconda della situazione, passibili di essere negate in contesti differenti. Non si tratta, dunque, a mio parere di abolire la nozione di identità quanto di contestualizzarla, opponendosi a una sua formulazione fissa e a-temporale. Tuttavia questo sta divenendo sempre più difficile anche per via dell’introduzione dei test del Dna – utilizzati ad esempio dagli afro-americani che richiedono risarcimenti dei danni subiti a causa della tratta – per dimostrare l’origine etnica di popolazioni che si sono in realtà profondamente mescolate con altri gruppi. E questo tipo di procedimento irrigidisce ulteriormente le classificazioni identitarie.

pubblicato su il Manifesto il 17 dicembre 2008

2 pensieri su “L’addio al meticciato

  1. macondo

    Non conosco la situazione africana, ma per quanto riguarda l’America Latina posso dire che la situazione della cultura e dell’identità indigena e del meticciato è complessa, e questa complessità l’hanno presente le comunità indigene. Non mi pare che le minoranze etniche rivendichino semplicemente la “purezza della loro discendenza” di contro alla “mutevolezza dell’identità etnica”. I movimenti indigeni di lotta più avanzati, cone la Conaie in Ecuador, chiamano le diverse “etnie” che li compongono “popoli indigeni”, per sottolineare il fatto che sono ed erano popoli con una loro precisa fisionomia culturale, e giocano su due piani: da un lato difendono le popolazioni indigene locali dalle usurpazioni di loro terre e dalle persecuzioni attuate, ad es., dai governi nazionali e dalle multinazionali presenti che estraggono il petrolio, e nel fare ciò si basano sulla rivendicazione della loro identità “etnica” forte (es. sono quichua o shuar e come tali dotati dei diritti derivanti dalla loro purezza “etnica” o di popolo). Ma in queto caso non vedo nessuna trappola, i confini identitari sono ciò che li preservano dallo strapotere dei “bianchi”. Dall’altro, a livello nazionale, sono consapevoli del loro “meticciato”, ossia di essere il prodotto di “connesioni” o di “incroci”, e rivendicano pertanto uno Stato multiculturale. Altra cosa, mi pare, l’aspetto culturale. In questo caso, la rivendicazione e la riaffermazione della propria cultura è lo strumento principe, come avviene con gli indigeni zapatisti del Chiapas, per conseguire la loro autonomia, ossia per governarsi secondo i costumi e le tradizioni ancestrali indigene, anche a livello giuridico. Cosa che gli zapatisti hanno conquistato e stanno attuando nei territori sotto il loro controllo. Infatti, per le questioni di ordinaria amministrazione della giustizia, le giunte di buon governo zapatiste applicano la giustizia comunitaria, che differisce da quella nazionale e governativa. Invece per i delitti maggiori, la questione di quale pena applicare e sulla base di quale diritto giudicare è ancora controversa e irrisolta.

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  2. Marco Di Pasquale

    Sul dibattito sulla validità del concetto di meticciato e del su utilizzo come arma di copertura di un’intensificazione e rafforzamento dei confini culturali e politico-economici, non sono particolarmente preparato, quindi non mi esprimo.
    Ma mi sembra abbastanza evidente che non sia da deplorare una quanto mai inadeguata ed insufficiente, sebbene necessaria, autodifesa da quello che è il massiccio ed inesorabile affondo della monocultura occidentale su civiltà che non avevano mai, finora, percepito la necessità di affermare con la violenza le proprie peculiarità biologiche. La sistematica negazione delle radici, fino a mettere alla berlina come popoli sottosviluppati coloro che non s’ingozzano di BigMac e Coca, ha fatto emergere rabbia e disperazione che non può che trovare sbocco in forme di protesta anche violenta ed anche violentemente “ottusa”, nel segno di un rifiuto totale di quelli che possono essere i vantaggi di un contatto, di una connessione tra le civiltà.

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