Intervista a Pietro Romano

di Luca Pizzolitto

  1. Quando e come (o da dove) nasce l’idea (e poi la stesura) di Feriti dall’acqua? Quanto tempo hai impiegato a scrivere questa silloge?

 

Ho iniziato a lavorare a questo libro durante le fasi di stesura di Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020). Il titolo mi è sovvenuto dopo un periodo di riflessione attorno a L’eau et les rêves, di cui mi sono servito anche nel corso del mio lavoro di tesi su Nino De Vita. Alcuni componimenti inseriti nella raccolta risalgono a poco prima di Case sepolte e corrispondono a quelli che, secondo un progetto che poi ho accantonato, sarebbero dovuti confluire in un libro che avrebbe dovuto alternare prosa e versi. Altri sono stati o interamente riscritti o concepiti ex novo. Il fulcro tematico intorno a cui orbita Feriti dall’acqua è la ferita come motivo archetipico che accomuna ogni esistenza. L’uomo che parla la lingua della ferita è colui che ha fatto della necessità di ritornare all’altro la base su cui edificare una propria lingua del ricordo. È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare. C’è stato un lungo periodo nel quale ho vissuto una forma di derealizzazione: mi sono percepito distante, oltre che da me, anche dal tempo che vivevo, come se guardassi alle cose da un treno in corsa o, peggio, attraverso il filtro di una cinepresa cui mi ero assuefatto. Solo dopo qualche tempo ho realizzato che in verità mi ero come addentrato nell’impermanenza di cose e persone. Ero nel pieno di una distanza nella quale ogni cosa riecheggiava nel suo flusso: anch’io scorrevo, senza mai appartenermi. Case sepolte e Feriti dall’acqua evocano, seppure in modo diverso, l’impossibilità di un luogo che faccia “casa”. Di una soglia nella quale la parola si inveri fissando ogni cosa in permanenza. 

 


2) Che posto occupa la poesia (sia la lettura che la scrittura) nella tua vita?

 

La lettura è per me una lente di ingrandimento sulle cose: più leggo, più cerco di capire. Come qualcosa abbia espressione, e cioè si emancipi da sé stessa e dai luoghi dell’interiorità in cui a lungo è rimasta oscurata, è il nodo intorno al quale ho fissato in questi anni il mio sguardo. Anche la lettura è un processo che diviene: sono solito leggere un libro più e più volte nel corso del tempo. Ciò che leggo deve diventare parte organica del mio sguardo: è il modo in cui interpretiamo gli eventi a determinare poi il nostro approccio all’esperienza. La scrittura viene dopo, quando l’occhio realizza di essersi immerso nel flusso dell’esperienza e riconosce di potere dare una lettura –sempre parziale e frammentaria- delle cose del mondo. Per questa ragione, credo che la poesia si attesti laddove si registra l’insufficienza a risarcire lo sguardo di ciò che in quello scorrere ha perso oppure non riesce a registrare né tantomeno a vedere. La poesia è sempre uno stato di mancanza. 


3) A che età hai iniziato a scrivere e come è avvenuto il passaggio dalla “scrittura per te” alla pubblicazione, alla “scrittura per gli altri

 

Ho cominciato a tenere diari e versi da bambino, forse mosso dal bisogno di concretare una qualche possibilità di espressione. L’approdo agli altri è sempre stato per me estremamente difficile: concepisco l’altro come meta cui giungere quando la parola che cerco è riuscita a inglobare dentro di sé l’occhio con cui guardo alle cose. Prima solevo cancellare di continuo tutto quel che scrivevo. Negli ultimi anni ho imparato invece a custodire anche ciò che non avrà seguito. Ogni cosa concorre a dare espressione. Il passaggio dalla «scrittura per me agli altri» è avvenuto quando ho realizzato di dovere rompere la solitudine in cui avevo trattenuto le mie parole: bisognava capissi che una voce non può vivere di solitudine, deve cercare la luce e aprirsi all’inesprimibile del mondo volta per volta.

 

4) Tre poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama o scrive poesia.

Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo e Elegie Duinesi; Paul Celan, Di soglia in soglia; Yves Bonnefoy, L’ora presente

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