Si vis pacem, para pacem. Che parli la politica

Propongo due articoli che ritengo vadano integrati. Un articolo, uscito oggi su il Foglio, è una testimonianza di Olesia Ostrovska-Liuta, direttrice dell’Arsenale dell’arte a Kyiv. L’articolo è coinvolgente e mostra i disastri che fa la guerra, ogni guerra, distruggendo  palazzi e beni personali ai quali sono legate le nostre radici. La mia considerazione è che esso suscita una forte reazione emotiva. Una risposta immediata può essere aiutare i civili che soffrono e fuggono dai luoghi di guerra. La risposta strategica può essere di due tipi: o far parlare le armi (con tutte le scelte intermedie che precedono questo passo) o intraprendere una lucida azione politica. Lo evidenzia il secondo articolo che propongo, di Lorenzo Guadagnucci, uscito anch’esso oggi su Volerelaluna. Come scrive Guadagnucci. “Pensiamoci. Forse oggi in Ucraina c’è bisogno proprio di questo: di intelligenza politica, di pensiero, di iniziativa diplomatica, di una regia internazionale che impedisca ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi: un imbarbarimento bellico che renderà sempre più difficile un’intesa diplomatica fra le parti; un’escalation militare senza ritorno”.

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Le bombe russe sfasciano la memoria e i cimeli delle famiglie ucraine
di Olesia Ostrovska-Liuta

Più di cento anni fa, Rainer Maria Rilke scrisse nel suo romanzo “I quaderni di Malte Laurids Brigge” che per costruire le nostre radici abbiamo bisogno dei cimeli e dei ricordi di famiglia: la casa, i mobili, i libri e tutto ciò che le nostre famiglie possiedono negli anni. Queste cose danno al mondo che ci circonda – e a noi in quel mondo – una base solida, ci garantiscono certi poteri, danno significato alla nostra esistenza. Quei vecchi muri, gli armadi scuri, i quadri in cornici mangiate dai vermi e le fotografie gialle tramandate di generazione in generazione creano una continuità di cui abbiamo bisogno soprattutto nei momenti di crisi. Mezzo secolo dopo, Milan Kundera ha descritto una sensazione simile ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”: estromessa da ciò che prima era stabile, una persona diventa molto simile a un palloncino che vola via senza peso, stordita dall’insignificanza della sua vita.

Sto scrivendo questi miei pensieri a Kyiv, ma non posso accedere alla mia libreria, e quindi non posso cercare citazioni o controllare i dettagli: devo fare affidamento solo sulla mia memoria. Mentre sono qui, posso vedere in tempo reale – grazie alla tecnologia moderna – i russi che bombardano il mio quartiere in periferia, che fanno saltare in aria luoghi che conosco, i loro razzi che distruggono complessi architettonici che sono sopravvissuti anche alla Seconda guerra mondiale…

Improvvisamente mi viene in mente che la mia generazione, gli ultraquarantenni, è la prima generazione di ucraini ad aver ereditato qualche tipo di bene materiale. Le nostre nonne hanno vissuto due guerre mondiali, l’Holodomor e l’Olocausto, l’espropriazione e la deportazione in Siberia: non avevano nulla da tramandare. Hanno solo perso, ancora e ancora. Nella mia famiglia, per esempio, i miei nonni contadini avevano ereditato della terra dai loro genitor, che era la risorsa più preziosa. Gliela tolsero e mia madre a volte ricordava che suo padre le aveva detto: “Non posso darti nulla, quindi devi studiare e provvedere a te stessa”. I nostri genitori raccolsero i loro averi e racimolarono di che vivere dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Le città dell’Ucraina erano in rovina, gli edifici distrutti, e i mobili antichi, le porcellane, i quadri e persino le fotografie – tutto ciò che viene tramandato da una generazione all’altra – erano andati perduti. Ecco perché solo la mia generazione ha ereditato qualcosa – o almeno avrebbe dovuto farlo – dalle proprie famiglie, anche se non era altro che un vecchio appartamento sovietico, un minuscolo appezzamento di dacia, una collezione di libri o un polveroso tavolo di vetro scheggiato. Qualunque cosa fosse, eravamo i primi a ereditarlo dopo molto, molto tempo. (continua qui)

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La Resistenza tra pacifisti e interventisti
di Lorenzo Guadagnucci

Pacifisti (in apparenza pochi) da una parte, interventisti (in apparenza molti) dall’altra e un clima mediatico e politico che ricorda sinistramente la primavera del 1915, il “maggio radioso” che spinse l’Italia, fin lì neutrale, a partecipare alla Grande Guerra, l’“inutile strage”, secondo la celebre definizione che ne diede papa Benedetto XV.

La divisione fra i due punti di vista si è manifestata soprattutto il 5 marzo scorso, con il corteo pacifista di Roma, il suo no all’invio di armi in Ucraina e il suo sì a una mediazione internazionale in sede Onu, ma poco compare nei flussi informativi quotidiani, dominati – nei maggiori quotidiani, nei principali network radio e televisivi – dall’opzione interventista, che pure, mentre invoca sostegno militare al governo ucraino e la necessità di “fermare Putin”, resta ambigua e silente sui passaggi cruciali indicati dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che non si stanca di chiedere un intervento diretto della Nato, a cominciare dall’istituzione di una “no fly zone”.

Pensiamoci. Forse oggi in Ucraina c’è bisogno proprio di questo: di intelligenza politica, di pensiero, di iniziativa diplomatica, di una regia internazionale che impedisca ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi: un imbarbarimento bellico che renderà sempre più difficile un’intesa diplomatica fra le parti;? un’escalation militare senza ritorno. Si prospetta una carneficina che va invece evitata: salvare vite? umane dev’essere un obiettivo primario; sale di giorno in giorno il numero delle vittime militari e civili di guerra, ma dovremmo avere imparato dalla storia che il compito precipuo in situazioni di crisi dev’essere la “conta dei salvati”, per riprendere il titolo del libro di Anna Bravo (Laterza, 2013) dedicato ai tanti che nel ’900 hanno “tramato per la pace” restando ingiustamente ai margini dei manuali di storia, ancora pieni di leader politici e militari descritti come strateghi ed eroi in combattimento, a dispetto delle macerie e dei cumuli di morti rimasti sul terreno.

Dell’esperienza della Resistenza, allora, è oggi necessario studiare e aggiornare le forme di azione e opposizione non armata e riprendere l’ispirazione che portò alla nascita del Cln, cioè la priorità da attribuire alla politica, alla diplomazia, rilanciando le Nazioni Unite e aprendo la strada a una Conferenza internazionale sulla sicurezza in Europa. Lo scomposto interventismo di questi giorni, l’informazione ossessivamente emozionale tracimante da tutti i media stanno depoliticizzando la guerra in Ucraina e così proseguendo continueranno a parlare solo le armi. Non è per questo modo antico e barbaro di “gestire” i conflitti e rispondere alle aggressioni militari che combatterono i nostri partigiani e agirono i nostri resistenti non armati; forse siamo ancora in tempo a fare tesoro della loro complessa esperienza e del loro prezioso insegnamento. (continua qui)

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