
Il parcheggio al buio è un simbolo eloquente del momento, una tenebra da cui spunta qualche luce sparsa qua e là: quella di un letto d’ospedale, le ore passate a scrivere disperatamente, il pensiero del paradiso che si fa più vicino, perché prima o poi, di certo, quella porta si aprirà e allora tutto finalmente sarà chiaro: sorrideremo tranquilli delle tragedie che ci attanagliano il cuore, ogni cosa sarà solo una memoria dolce di sofferenze come grani di rosario; litanie di paure, di angosce, diverranno salmi e cantici di un coro celestiale. Queste notti sono il trailer di un film che vedremo con più calma, seduti su una nuvola, nel momento in cui di tanto dolore resterà soltanto il ticchettio sulla tastiera, il ronzare della cinepresa, e tra un popcorn e una patatina l’eternità scorrerà senza più traumi, come un cinema all’aperto in cui farsi due risate con gli amici. Bisognerebbe rovesciare il tempo e vedere tutto quanto da lì, quando ogni storia sarà finita da secoli e l’esito sarà dimenticato nel suo sfumare lento, in dissolvenze al contempo spaziali e temporali. Solo dall’eternità si spiega il buio del parcheggio da cui scrivo, come se ogni lettera arrivasse da lì, e qui restasse un’eco sbiadita del futuro, anzi, come se il futuro fosse l’unico, vero presente ed io che batto il dito sullo smartphone fossi un passato difficile da ricordare, m’impegnassi nello sforzo inverosimile di credere di stare ancora qui, di non essere ancora in paradiso.

Bellissima questa idea di guardare alla realtà attuale come un eco sbiadita del Paradiso! Ogni situazione, ogni gesto si illumina di energia nuova.