Recensione di “Nella foresta” ( Ensemble) di Franz Krauspenhaar


di Paolo Del Colle

 

 

 

In questa ultima raccolta, ‘Nella foresta’, Franz Krauspenhaar si libera di se stesso o meglio fa diventare il proprio io una attesa di se stesso, ora che pare uscito da un ciclo di inutili rinascite.

“E quando venne il mio turno sentii nel petto un altro cuore, che comandava altri organi, altri polmoni, altro fegato, stomaco, reni. Dentro sentivo dunque le altre vite a mezzo di un dolore leggero ma persistente, e una strana angoscia, uno strepito essenziale.”

La sua poesia non si esaurisce più nella spietata dissezione anatomica, nei pezzi o brandelli che formano quell’elencazione furibonda di una vita senza senso che è sua riconosciuta caratteristica; è come se con questi pezzi, di se stesso e del mondo, avesse creato un nuovo imprevisto puzzle, una figura diversa di sé e della realtà, un’immagine che potrebbe essere un miraggio; ma l’importante è sempre ciò che vediamo e diventa vero. Ma dobbiamo partire dall’immagine finale:

“L’ultima sera il dolore vinse ogni natura, ti vidi andare lungo la tua gola, all’interno, e smettere di battere il tuo antico tempo. Da allora sono solo, per mano alla foresta, un bastone di difesa, la mia lunga mano.

E quanto freddo nuovo.”

Inutile sottolineare le suggestioni immediate che suscita ‘la foresta’ (consapevoli o meno nell’Autore, ma quel che conta è ciò che viene scritto e occupa la mente): la selva o l’Eden, lo smarrimento o la felicità, l’inizio o la fine. Possiamo anticipare che ogni scelta è plausibile, perché Franz, nella vita e nei versi, fa cosa unica di queste apparenti contraddizioni, quelle che in fondo lacerano l’anima di ognuno e le sue estreme domande. Così è come se evitasse il quesito, e si ponesse in un tempo inesistente ma vero che possiamo collocare al di qua o al di là della interrogazione. Franz sa come e quando vi è entrato. Ci si trova da quando è ‘solo’. Ma attenzione a quel che viene detto prima: ”ti vidi andare lungo la tua gola, all’interno, e smettere di battere il tuo antico tempo.”

Perché attenzione? Perché va detto che l’elemento principale della raccolta è la presenza costante di un tu, una seconda persona detentrice di suoi possedimenti, suoi ricordi, sue terre, irripetibili e perdute, ma anche portatrice di un altrove, anche quando fosse il doppio di Franz; perché quelle parole rivolte a stesso sono come una risposta alle domande mute di quel ‘tu’, non tanto analisi di se stesso ma un bilancio da mostrare, sia che lo si intenda come una giustificazione o una accusa, scelta impossibile per Franz se l’altra voce è muta: così assumono il tono di una preghiera o una dichiarazione di disperato amore. I versi non vogliono più scoprire niente, vivono in questa distanza tra le due persone eun basso aldilà, un soffitto fissato dalla poltrona, sia che cammini per Milano, o sia dentro casa, o in un vagone, sotto il quale Franz scopre un nuovo significato di ciò che è, e di ciò che non è stato, di ciò a cui si è ridotto e lo scopre grazie a una reciproca dimenticanza dell’io e del tu. Dimenticanza forse è sbagliato: un non comprendersi più, perché le parole non ricuciono le ferite del corpo e della memoria. La vita di ognuno è destinata a scomparire dentro il proprio corpo “lungo la tua gola, all’interno”, la morte rende l’esistenza di ognuno di noi un errore, un racconto mai condiviso: lo spazio doloroso dell’amore. ”Ti sei accontentato( di sbagliare; come sbagliasse solo/ chi è sempre pronto a pagare/ anche un conto che non ha mai speso.“

Quel conto mai speso, quel non senso di cui si è caricato ora non è rancore, aggressività, distruzione del mondo e di sé, è la possibilità di perdersi come se ciò che non è stato o ciò che è stato nell’errore aprisse nuove possibilità, per sé e per la scrittura.

Da sempre in Franz c’è dicotomia e guerra tra il corpo e la storia, il destino individuale e quello collettivo ( sia detto d’ inciso, ciò gli ha permesso di scrivere uno dei migliori romanzi sulla storia italiana: “Le monetine del

Raphael”.) Ora sembra farne una cosa sola mentre la ripropone:” Il tempo o gli anni, scegliere – /senza guardare il baratro; se il tempo/ decade, gli anni ancora respirano./ Perché sono pezzi concreti, sono/ numeri d’una scatola. Il tempo/ muore da sempre. Io non voglio morire,/ e il tempo, in fondo, nemmeno.”

In fondo anni e tempo hanno un metabolismo che li accomuna, anche se quello del tempo, della storia, non individuale ma collettivo, pare un’immobilità profonda del paese, un ruminare, rispetto ai mutamenti corporali, i soli cui aggrapparsi per trovare un senso. La sapienza, il dolore sono negli anni, nel corpo ferito da malattie, da cruenti duelli veri o immaginari con la realtà.

Nella elencazione furibonda di Franz ho sempre creduto che non agisse un processo analogico sfrenato, quanto quello metonimico che esclude l’attimo privilegiato perché subito ne diventa un altro altrettanto privo di verità e questa privazione tiene accostate le immagini.. Vero è il filo orizzontale su cui si succedono, escludendo l’idea di un progresso.

“Sotto di noi la funicolare,/ un destino appeso per caso alle nuvole,/ il futuro che si svuota come una neve,/ che è stata perenne fino a che ha potuto.“

Franz parte da un mondo che è già rivelato, o che non ha nulla da rivelare. Ciò che è appeso per caso ora pare rinviare a un’altra possibilità. Come la neve, tutto può esistere finché può, dunque il futuro si può immaginare, può anche essere quel che non è stato: “ avresti potuto vivere altro, grandi eventi”.

Questa fuga da acrobata sul filo parte dalla incolmabile distanza dal tu, colui o colei di fronte a cui siamo responsabili, di fronte a cui siamo inevitabilmente una delusione, una promessa non mantenuta. Il corpo, ciò che Franz è diventato in questa mancanza, può offrire una salvezza, l’esercizio fisico che è sempre una preparazione per una gara che volevamo vincere da giovani. Vittorie immaginarie, ricordi che alterano il tempo, un essere giovani, un forse, come nei versi che seguono, che pur non fosse vero si proietta nel futuro:

“Non hai corso per quarantadue minuti,/ non hai giocato a palla con le mosche/ per dilettanti fino alla fine, perché/ i polmoni li sentivi una capsula e la gola/ era la camera di una casa, invasa/ dal gas prima dell’esplosione./ O forse da piccolini ho corso per ben/ più oltre di quarantadue minuti, anche/ quasi due ore intorno al caseggiato.“

Allora se ci si allena, si corre e si fugge, si può entrare nella foresta da cui siamo partiti; e rileggiamo: tenuto per mano: dalla foresta; o è lui che la tiene per mano: chi guida? La lunga mano, il bastone con cui difendersi è un’evidente deformazione del corpo, una mutazione. Un freddo nuovo ci attraversa, un brivido di speranza: ci verrà incontro il ‘tu’, se siamo soli non potrà abbandonarci.

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