a cura di Alberto Fraccacreta

Gianni Ruscio, Mutazioni, Terra d’ulivi Edizioni
Mi accarezzavi le pupille
e da loro apparve un abbraccio
luminosissimo. Poi ti scioglievi
nel gioco
scappando qua e là
per nasconderti.
Risalivi la spuma che ti rideva
nel grembo
e così era alito di mare
nelle tue manine
di sabbia. I capelli al vento
rinascevano
in una brezza oltremare.
*
Tra le mani tra le rose e
senza saperlo facevi la magia
più elegante esistere senza spine
esistere
senza peso.
Ti risollevavi sottovento
schiena perfetta e lineare
dove erano incastonate
le ali della tua grazia.
*
Spazio e tempo erano la nostra
ampiezza estetica. Si decomprimeva
dietro gli occhi il passaggio
di ogni ora di ogni era. Venivo là fuori
per origliare le tue conversazioni
con i raggi della notte.
Antro la tua lingua insanguinata
di linguaggio.
Era incandescente la discesa
dentro la tua gola. Il solco respirato
scandiva il ghiaccio
e scioglierà le fiamme dal nodo.
*
Dalla postfazione di Giulio Maffii
C’è un filo, neppure tanto sottile, che lega i vari lavori di Gianni Ruscio nel tempo. Da Proliferazioni passando per Interioranna per giungere alla prova di maturità de L’ottavo giorno. Ruscio sembra partire sempre da fatti autobiografici, per compiere un’orbita di pensiero deviante e non in linea con quanto aspettato. Questo suo astrarsi dal pensiero egotico dominante ne fa una voce particolare e ricercata.
Mutazioni non diverge dal suo concept, o per meglio dire, dalla sua costruzione poetica e di poetica ma qualitativamente il balzo è subito appariscente. Se nonostante i legami con le precedenti prove di scrittura siano evidenti (per cui possiamo parlare positivamente di riconoscibilità dello stile), qui si assiste ad un distacco placentare dal previo poeta e all’esplosione verso una nuova scrittura.
Questa nuova scrittura ha solide basi, una vera e propria ricerca all’interno di un inconscio collettivo adagiato nel contesto naturale di una Roma in sottofondo, una Roma “terra guasta”, non la capitale gloriosa e glorificata, ma una metropoli spersonalizzante ed estraniata. Attraverso una visione mnestica appena masticata, Ruscio ci fa assistere ad un rito di passaggio e bene concepisce il libro in due sezioni, con una filigrana di unità inequivocabile, segno non di frammentarietà semantica ma di visione ponderata del testo.
*
Gianni Ruscio (1984) è nato e vive a Roma. È musicoterapista presso una comunità diurna e residenziale per adulti e minori autistici con disagio psicosociale. Ha pubblicato le raccolte di poesie Amore è l’errore (2008), Nostra Opera è mescolare intimità (Tempo al Libro 2011), Hai bussato? (Aler Ego 2015), Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017), Proliferazioni (Eretica 2017), L’ottavo giorno (Oèdipus 2021).
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Edizioni La Gru
Naufragio
Un vascello
d’oscurità ricolmo
porta l’anima mia,
Caronte al timone
nel dannato Stige
avanza,
spiragli di luce
lungo la via
cullano
l’anima mia.
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Diario di una giornata ascolana
Una brezza estiva
corre come un
torrente sabbioso
ricolmo d’arsura
tra le ascolane rue,
rivoli di gente
lungo le vie,
nei bar,
all’ombra nei chiostri,
tra gotica spregiudicatezza,
nuova vita sorge
e
dall’interno
come la rivoluzione,
insorge.
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Inno alla tradizione contadina
Ormai sparuti e sempre più esigui son
i fuochi
e focaroni
del 9 di dicembre.
Fievoli lembi di fuoco
salutano dal basso
dei colli
il passaggio
della Madonna Nera
che
dalla Santa Terra
a Loreto
si dirige.
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Dalla prefazione di Alessandro Cesareo
Delle pennellate veloci, anzi fugaci, dei tocchi assai lievi e delicati, grazie ai quali il poeta s’innalza sul senso comune e, pur partendo, in alcuni casi, da situazioni di soffusa malinconia, s’innalza subito dopo in un cosmo fatto di contemplazione e di rarefazione, dimensione in cui viene così ad essere immediatamente ricompresa e sussunta una porzione ed una delle più importanti componenti che caratterizzano la nostra poesia lirica da Petrarca in poi, ovvero la capacità di condensare in uno o appena due versi, ovvero in un semplice – quanto scarno – fragmentum, delle esperienze lunghe e complesse.
Dalla postfazione di Luca Berdini
È difficile fare poesia in questi tempi in cui, parafrasando Piccinini, tutti si sentono dotati e, pertanto, autorizzati a farne. Così, al di fuori del grande coro dei cantores Euphorionis, Riccardo Renzi presenta il suo assolo, fatto di pulsanti e limpide polle nelle quali cogliere il riflesso del mondo che lo circonda e che lo suggestiona. Da ciò origina l’arte. Un classicismo sostanzioso e ricercato, ma latente e di
sostrato, appare, permeando illustrazioni e definendone il tratteggio con versi brevi e concisi, indulgendo poco all’epica e molto ad un mesto lirismo che trasporta, ai nostri occhi, l’autore all’interno di quella natura assolata che i pastori bucolici virgiliani vivevano con un recondito fatalismo che i villici di Teocrito non conobbero.
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Riccardo Renzi (1994) insegna materie letterarie presso l’Istituto di Formazione Professionale Artigianelli di Fermo. Dal 2022 inoltre fa parte del Centro studi sallustiani, dell’Unipop di Fermo e del comitato scientifico della rivista di filologia greca e latina «Scholia didattica», in qualità di vicedirettore. Ha pubblicato numerose monografie sugli storici latini e la raccolta Frammenti poetici, con la casa editrice BookSprint. Collabora con le riviste «Scholia», «Storia Libera», «Africa e Mediterraneo», «Riscontri», «Il Segnale», «Il Borghese», «Il Polo», «Marca/Marche», «Inchiostro», «Avanguardia», «Italia medioevale», «Prometeo» e «Miscellanea francescana» e ha pubblicato alcune poesie sulle riviste Versi diversi e Inchiostro.


