Ho voglia di una luce che si accenda nei cieli e annunci
la venuta di un bimbo già morto
che renda vano viaggiare
per i deserti e la speranza dell’acqua dimenticare la vita
stessa. Ho bisogno di cambiare il mio nome in Tommaso
toccarti e dire amore non è vero, io non credo
ma sento il sudore colare le vene pulsare e a questo cedo,
per questo rinuncio a consolazioni e null’altro bevo
che i tuoi umori.
Sarò blasfemo in questo osannarti terra per me disperso
in altri mari anni luce lontano dagli incavi
delle tue mani, vorrò
vigliaccamente abbandonarmi all’onda di dicembre
altrove per qualche riva dell’asia, pastore in assenza di luna:
saprò orientarmi ancora senza lancette in quest’ora
puntando le dita dove?
Relativamente mi concedo al niente del tuo alito e senza
la linea del tempo sarei
sabbia che cammina se stessa, parete dell’orma fasulla,
e la mano del vento che l’annulla.

Bravissimo Simone… sempre più musicale, ritmico. Liquido. Davide
“ho bisogno di cambiare il mio nome in Tommaso” – una davvero splendida dimensione gnomica…
grazie, Fabrizio
un viaggio,
nella liquidità dell’essere…
“disperso in altri mari
anni luce lontano dagli incavi
delle tue mani, vorrò…”
Vi ringrazio tutti, Fabrizio per primo che mi ha ospitato, Davide che ha sempre creduto in me, Enrico e Carla per l’essersi soffermati e aver letto.
E’ -questa- una poesia che ha stupito il sottoscritto, per come è nata, per quello che contiene; mi sono sempre considerato un non-credente, anche se non ho mai negato l’importanza di una dimensione spirituale, magari non trascendentale ok, ma necessaria almeno per nutrire l’orgoglio di non sentirsi “già determinati”; mi ha stupito -appunto- per l’improvvisa eruzione del sacro, qui presente non soltanto in chiave simbolica e funzionale al testo; mi ha stupito il riscoprire un verso fluido e rapido, in un momento in cui mi stavo quasi per arenare compiacente nella prosa. Mi ha stupito averla prodotta in quindici minuti.
Ciao
Piacevole conferma delle qualità di Simone Lago!
Un caro saluto
l’incipit è folgorazione: ho voglia di luce
credo che tutti la cerchiamo, a volte, come per miracolo, ecco che la poesia ce ne offre squarci improvvisi.
grazie
saluto tutti
elena f.
ahh, finalmente ti leggo, avevo sentito parlare di te. Mi piace questa poesia, ha un bell’incedere, i riferimenti sono chiari, soprattutto all’inizio, e possiede anche quella acutezza che strizza l’occhiolino al lettore, soprattutto nella rima ravvicinata dell’ultima strofa che rende musica tutte le assonanze che (mai rime) che c’erano state in precedenza.
L’unica cosa che trovo, che non mi suona, sono proprio le metafore finali o alcune prima, che mi sembrano un po’ forzate, ragionate ma, questa è una mia impressione innanzitutto, e poi ho il pallino del chaos, come si dice, il chaos apparente ha bisogno di cura per apparire chaos, l’ordine è dappertutto con i suoi cicli e i suoi cucchiaini da caffé, pronto a comparire. Piacevole scoperta, comunque.
A
Metafore pensate a tal punto che solo ora mi rendo conto della vicinanza (nella semantica del contesto biblico) di “alito” e “sabbia” 🙂 Personalmente non mi piace come suona quell’ “orma fasulla” che ha un suo perché solo se collegata al “niente” dell’alito; pare voglia proprio sottolineare l’equazione “niente dio = niente uomo”. E questo, ripeto, va abbastanza contro a ciò che ho sempre voluto esprimere, o tentato di. Per me questa è una poesia molto importante, forse la più personale e la più spontanea che abbia mai scritto, e quasi completamente fuori dalla traccia della mia piccola produzione. Mi provoca uno stupore forte a ogni rilettura, quasi volesse costringermi a dubitare della sua paternità. Ma la poesia non è di nessuno, e forse è bene sia -qualche volta- altro da sé.
Ringrazio tutti gli intervenuti, ancora.
Saluti
Simone
Sì Simone, che bello scoprire di essere mani e non autori. Lasciarsi andare, farsi scrivere, e poi rileggersi tornati in sè come primi lettori di sè stessi. Questo si intende per fiume, per acqua. Un caro saluto d’amicizia e fratellanza, Davide
“Relativamente mi concedo al niente del tuo alito e senza
la linea del tempo sarei
sabbia che cammina se stessa, parete dell’orma fasulla,
e la mano del vento che l’annulla”
di questa e in questa chiusa – al niente del tuo alito – contraddizione bellissima tra alito e niente – l’espulsione finita, il parto, Simone. finita rimane la valenza del testo proprio in queste tue ultime righe.
un testo che si imprime autoanaliticamente avvitato come su se stesso grave di dolore e smarrimento coraggiosi che schioccano a terra
a noi lettori in pasto tutta la nudità fragile del tuo dubbio adulto.
è una chiusa che non si ferma, uno stato di stupore che continuerà come del resto tu stesso fai supporre di volere fortemente questa continuità anche se
in contrasto “con il filo del tempo”
stupore che sarà necessario praticare per o concretizzare o difendersi (da) questa “voglia di Dio” fermo resti orbitante la non credenza che contorna, che ti accompagna, traguarda e sorpassa più spesso di quanto vorresti concedergli lo spasmo che ti taglia.
grande magma.
grande turbamento.
grande avventura, del resto.
un saluto
paola
Una lettura come questa di Paola toglie il respiro. Davvero, credo proprio di non aver null’altro da aggiungere. Grazie. Grazie. Grazie.
Cari saluti
Simone