Il vostro seme viene da lontano,
da una terra in cui gli aranci
profumano le notti azzurre
e sono afflato e tregua breve
dopo il torrido del giorno.
I vostri occhi, prima di fiorire,
videro cieli
tanto blu e abbacinanti
che lo sguardo a stento
riesce a sostenere,
e per mille volte
il turchese della riva
è sfumato innanzi a voi
fino all’orizzonte d’oltremare.
Le vostre bocche
ancor prima che nasceste
ebbero assaporato
la mandorla verde e nuova
e il fico dolce e bruno
senza toglierne la buccia.
L’isola da cui venite
può essere mangiata e bevuta
così
prendendo i doni benedetti
senza parsimonia,
ché il suo sortilegio è tale
da offrire frutti e abbondanza
là dove si ricambia
con astio e dannazione.
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Se tu, figlio mio, sei il cielo
allora la mia carezza
è la Via Lattea che di notte l’ammanta,
come di stupore e amore,
come un guanto gentile
che sparge polvere di stelle.
Traccio un solco di luce
tra Vega e Antares,
mentre Deneb col Cigno
plana leggiadra sulla Lyra.
Nei tuoi sonni io congiungo galassie,
attraverso nebulose, esploro costellazioni:
è il mio, per te, un amore tanto inquieto
che ha bisogno di spandersi
nello spazio interstellare,
che sgroppa e scalcia all’idea di un recinto,
che Dio solo
ai margini dell’universo può contenere.
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Io ti amo
mezzo, principio e fine
di tutte le cose,
mezzo, principio e fine
del mio amore,
di quelli che ti cercano,
di quelli che ti hanno già trovato.
Ti amo quando emerge vivida
la tua presenza dalla parola,
quando ostenti il volto
più che raggiante,
quando viole e incenso si confondono
prima che tu mi riceva.
Di ogni mio amore affranto
tu sei cura, sangue e digiuno,
mentre io sono acqua
che lambisce le tue piaghe.
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Tracce di memoria
scombinano il letto
sporco di salsedine e sorrisi,
e di abbracci
dove l’amore è più che amore
e dove si stratifica la passione,
estate sopra estate,
ognuna così diversa eppure uguale
alla precedente,
col sole forte,
col fischio di cicale
nelle orecchie,
con l’odore di ricci e molluschi
che dà alla testa,
mentre i corpi sudano
e i gesti, nuovi nella passione,
sembrano già ricordare
qualcosa del passato.
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Prova a farmi ricordare
quello che sarai.
Un giorno – forse –
tu me lo dicesti.
Vengo a proteggerti,
a reggere la tua mano
nei momenti duri,
quando il sogno sembra infranto
e la gioia traballa
come un funambolo sulla distrazione.
Ricordami qual è
la tua consolazione
per me
perché io la accolga
con un abbraccio.
Ancora non lo so
ma è così.
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Giuseppe Raudino è nato in Sicilia nel 1977 ma vive nei Paesi Bassi, dove insegna Giornalismo e Teoria dei Media all’Università di Scienze Applicate di Groningen. Si interessa di scrittura creativa, interculturalità e storytelling. Collabora con diverse riviste, occupandosi principalmente di critica e analisi di testi letterari. Ha pubblicato i seguenti romanzi: Mistero nel Mediterraneo (Genesis, 2019), Stelle di un cielo diviso (Alessandro Polidoro Editore, 2019) e Quintetto d’estate (Ianieri Edizioni, 2022).

