di Luca Pizzolitto
1) La primissima domanda che ti faccio, prima di entrare, più nello specifico, nella tua raccolta è la cosa che, fin da subito, mi ha incuriosito: questo è il tuo esordio poetico, a 40 anni; ma ti sei, da sempre forse, occupato di poesia. Questa tua attività di studio verso la poesia è sempre stata accompagnata dalla scrittura, o la scrittura poetica è un qualcosa che è venuto dopo, negli ultimi anni?
E’ una domanda che naturalmente investe un aspetto biografico e psicologico, ma che riconduco anche alla posizione stessa della mia scrittura, non solo poetica. Ti rispondo infatti chiamando in causa il filo conduttore di gran parte dei miei scritti critici per la rivista online Nuova Ciminiera (tra gli altri su Benzoni, Scarabicchi, Garufi, Davoli, Sissa, Piersanti, su cui ho scritto anche il mio primo libro, Il mito ritrovato), cioè il fatto che gli autori indagati, quasi tutti contemporanei, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, non nascondevano affatto il proprio debito verso il Grande Stile e la tradizione, esibivano la propria appartenenza a quel “filo di fedeltà”, per dirla con Fortini. In un certo senso anche la lezione del futurismo fiorentino, studiato nella mia tesi di laurea su Ottone Rosai, mi ha spinto a riconoscere questo rapporto fecondo con il passato, un rapporto ineludibile per la fondazione di un classicismo non classicistico, in poesia e in arte (non a caso è stata la fortuna delle migliori avanguardie artistiche, quelle del Primo Novecento; nel Secondo Novecento artisti fondamentali come Beuys, Kiefer, Richter, si sono addirittura definiti neoromantici, a sottolineare che nemmeno la frattura Ottocento-Novecento doveva essere così netta). Se in poesia le avanguardie hanno avuto poco respiro, dai futuristi fino al Gruppo 63, è stato proprio per questa cesura netta con la tradizione che ha inaridito la forza evocativa della parola. D’altro canto bisogna poi chiedersi quanto i maestri del Grande Stile del Novecento italiano (Bertolucci de La camera da letto, Luzi di Nel magma, Sereni da Gli strumenti umani in poi) abbiano sperimentato, senza bisogno di grida e di sensazionalismo. Mi sembrano riflessioni necessarie, in un tempo che sembra assolutizzare l’originalità della parola e dell’opera, quasi fossero uno scoop, rimuovendo il principio di Callimaco di percorrere sentieri non battuti, anche grazie a una conoscenza della tradizione precedente.
2) “D’altra luce” mi ha colpito, fin dalla prima lettura, per il forte equilibrio e la precisa dosatura nell’uso della parola poetica: chi potresti riconoscere, in questo particolare approccio alla scrittura, come tuoi “maestri”, punti di riferimento?
Il dialogo instaurato con te sul testo è stato sia divertente, nell’accezione più ampia del termine, sia utile a chiarire alcune ragioni di fondo della mia scrittura. Inoltre lo spirito che lo ha accompagnato è in fondo lo stesso di un’operazione culturale che si vorrebbe onesta, all’insegna cioè del principio del cenacolo, non del circolo letterario (il club esclusivo di chi si sente “arrivato”); lo stesso spirito presente ad esempio nelle grandi riviste dal Primo Novecento (La Voce, Lacerba), passando per quelle del dopoguerra (Officina, Nuovi Argomenti), fino a quelle a me più vicine (Sul porto, Ciminiera); il cenacolo come palestra in cui mettere in discussione ed affinare i ferri del mestiere. Ci si dimentica spesso che il dialogo tra i poeti è stato sempre presente (Dante e Cavalcanti si sfidavano a colpi di sonetti; Pound ha asciugato a dir poco La terra desolata di Eliot, che ha definito il suo amico “il miglior fabbro”, significativa citazione dantesca; Giudici ha fatto grande profitto dell’amicizia con Sereni, soprattutto per La vita in versi). Naturalmente facciamo sempre le debite, imbarazzanti proporzioni con i “giganti” che sto qui a ricordare. Sento nella mia scrittura l’influsso, l’incidenza di Scarabicchi per la voluta economicità di mezzi espressivi. E’ evidente l’apporto di alcuni leopardismi o di una malinconia leopardiana, nel rapporto con il passato, e la tensione verso una patria poetica, che è motivo fondamentale in Piersanti. Il magistero di Sereni e Benzoni lo avverto nella dimensione colloquiale della scrittura che accomuna vivi e morti. Quando mi rileggo ho l’impressione quasi che per il lettore non sia sempre scontato comprendere se mi rivolgo a una persona che posso incrociare oggi o ad un mio caro che non c’è più. Anche in questo senso la poesia dovrebbe assurgere al ruolo di “preghiera laica”, capace di accudire nel profondo del cuore i vivi e i morti.
3) La raccolta si presenta, come anticipa Giancarlo Sissa nella sua bella nota introduttiva, “come luminosa possibilità di romanzo in versi, di carattere anche famigliare oltre che antropologico e a tratti visionario”. In che misura questi tre aspetti (romanzo in versi famigliare, antropologico e visionario) senti che si intersecano e caratterizzano la tua scrittura?
Mi accorgo che finora mi sono diffuso un po’ troppo in questioni culturalistiche, citando autori, movimenti, ecc. quando la poesia teme invece l’eccessiva erudizione. Questo per dire anche della ragione biografica e psicologica da cui sono scaturite queste poesie, il fatto di cambiare lavoro, da insegnante di sostegno a insegnante di lettere, sempre alla scuola media. Credo di aver fatto l’insegnante di sostegno con coscienza ed impegno; tuttavia, se la pandemia ha provocato in me una crisi profonda, mi ha anche rivelato quale fosse il mio vero mestiere. Fare l’insegnante di sostegno, seguendo pochi alunni in difficoltà, per quanto impegnativo, mi preservava dalle complessità di un’intera classe. Avevo quindi a disposizione molto tempo libero, che riempivo con degli studi diffusi confluiti nella mia scrittura critica. La poesia, invece, era bloccata poiché, psicologicamente, mi fece notare Francesca Serragnoli, stando troppo comodi, la poesia si sottrae. Non puoi ingannarla. Capii che per sbloccarmi dovevo cambiare (nell’etimologia di “guarire” è contenuta la parola “cambiare”), mi venivano spesso alla mente le parole di Franco Loi, “ogni uomo che fa il proprio mestiere con passione è un poeta”. Questo per dire quanto la poesia, la scrittura, per essere autentica, debba per me aderire profondamente alla vita. Ma lo stesso Leopardi raccomandava di ascoltare il popolo perché, senza accorgersene, quando parla spesso fa poesia. Insegnando lettere quei caratteri famigliari, antropologici e visionari si sono imposti in maniera naturale, dalle “occasioni” fornite dalle “zattere” (metafore delle classi scolastiche) che ero chiamato a condurre in porto sicuro, alla riflessione sulle mie origini, compreso il rapporto con mio padre, che in un gioco di specchi mi si ripresentava a scuola, visto che il mio ruolo di educatore non può sottrarsi a una componente genitoriale di responsabilità. Decisivo, per portare a maturazione questi aspetti, è stato il laboratorio online con il maestro ed amico Giancarlo Sissa, alla cui bottega mi sono rivolto. Ci tengo a sottolineare la definizione di “bottega”, in senso rinascimentale, poiché credo che nessuna arte sia astratta. Come ricordava il grande Francesco Scarabicchi, l’arte è sempre corpo, respiro, sangue.
4) Tre poetesse o poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama o scrive poesia.
Sereni, Diario d’Algeria;
Scarabicchi, Il cancello;
Leopardi, Canti.


