Estratto di un’intervista a cura di Roberta Petacco all’autore Mauro Macario, dal libro L’opera nuda (Puntoacapo editrice)
Penso che la poesia sia già in essere in ciò che la provoca prima ancora di filtrarla nelle parole.
E’ preesistente al compito in classe. Ritengo davvero intrigante la protopoesia, l’evento che la determina, quasi sempre ignoto agli altri. Avendo lavorato in gioventù fra teatro, cinema, televisione, mi son fatto l’idea che la poesia non è una esclusività del mondo letterario come vorrebbero gli accademici, perché alla poesia non importa la scocca, il veicolo che s’intende usare per animarla e rappresentarla. Non è il genere che ti dà la patente. E’ la poesia che decide quel giorno dove andare, con chi uscire, a chi concedere la chiave d’entrata. Può essere un poeta letterario, certo, ma anche un cantautore, un regista, un pittore, uno scultore… Ferré, il mio maestro diceva : “ Non è la parola che fa la poesia, ma la poesia che illustra la parola “. Naturalmente all’estero questa diatriba è già stata risolta da più di 60 anni con un tacito decreto egualitario che ha posto alla linea di partenza, artisti provenienti da pascoli creativi diversi e solo apparentemente lontani tra loro. Le classificazioni gerarchiche/razziste non esistono in arte, esistono nella critica teorica. D’altra parte, qui da noi persiste un equivoco calcificato in una sclerosi catto-scolastica che vede nella poesia il luogo della sublimazione celeste, dotata di un trampolino che la proietta tra un verso e l’altro, in un’ascesi mistica che, non arrivando tra le nuvole bibliche, atterra solo al bar di Medjugorje. Anche nelle recensioni, oltre che nelle ascensioni, si constata la presenza invasiva di questa tendenza, quando certi critici citano passaggi poetici concernenti l’elevazione spirituale, l’amore universale, l’eternità, il Signore onnipresente, gli angeli e altri volatili di origine divina. Così salmodiando anche lo stile ne risente, ripiegando su moduli formali obsoleti e stucchevoli. La parte laica, minoritaria, sovente perdente, cerca di controbattere questo fenomeno tutto italico. Meglio sarebbe stato se, oltre la naturale inclinazione intimista cui la poesia necessariamente attinge ( l’amato e imbattuto Pavese su tutti), ci fosse stata da parte dei poeti moderni anche un’attenzione partecipata e magari furibonda ai processi socio-storici del nostro tempo, alle utopie critiche, alle rivolte ideologiche o ribellistiche, all’indignazione morale.
Vedi Pasolini, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Hirschman, Beck, Rothenberg. Macché, troppi gerani da cantare, troppe lune a cui ululare. Attenzione viscerale e dirompente invece che troviamo in altri paesi dalle tensioni contenutistiche più evolute e libere che non hanno circoscritto le tematiche alla lista nozze. La grande poesia si sposa in basso, dal ventre fin sotto i piedi e brinda col sangue alle miserie del mondo: Baudelaire, Rimbaud, Bukowski. Spesso, tra convegni e incontri individuali, ho avuto la sensazione che l’innovativa e rivoluzionaria letteratura poetica della beat generation, portatrice di libertà e libertarismo, sia nella forma sia nei contenuti, fosse ancora oggi, qui da noi, pressoché sconosciuta, intendo non letta, addirittura ignorata magari con supponenza sprezzante, senza mai aver aperto uno di quei libri leggendari. Se solo avessero sfogliato quelle pagine, certi poeti non sarebbero stati più gli stessi e le loro poesie avrebbero scardinato e rifiutato strutture pericolanti e costrittive entrando nel mondo nuovo come dinamite pura. I loro poeti di riferimento sono, al contrario, asfittici, astemi, carducciani, fegatosi, vesco-vili , si beano delle loro cattedre funebri perché quella poesia è in avanzato stato di decomposizione. E pensare che tutto questo era stato spazzato via tra Woodstock, Kronsdat e il maggio francese. Invece siamo sempre in epoca vittoriana.
AUTOPSIA D’AMORE
a mio figlio
Taccheggia lungo il corridoio
a passo d’uccello
come una cicogna cattiva
dal profilo di falce
a guardarla così è pure elegante
distaccata
altera
le mani da pianista
invece squarta
è una macellaia di Stato
seziona e ricuce
al mattatoio giudiziario
ligia al suo dovere
di operaia specializzata
alla catena di smontaggio
dove rottama le salme in esubero
senza fermare i ritmi di produzione
osserva distrattamente
– lei sì con occhi vitrei –
l’estraneo allungato sul tavolo
pronto alla mattanza
è nessuno
freddo e rigido
come un suppellettile
in una casa abbandonata
è nessuno
non appartiene alla madre
né al padre
è proprietà dello Stato
che ne fa libero scempio
e spettacolo didattico
per un loggione di matricole
ora lo gira su un fianco
poi sull’altro
sa bene il suo mestiere
la cicogna cattiva
col becco ricurvo
come un uncino da asporto
che fruga e saccheggia
un’identità sottratta al mio sangue
ad una carne condivisa nel crearsi
dunque anch’io vengo macellato
attraverso la mia progenie
il suo taglio blasfemo
lo fa uscire dal sogno
come un palloncino sfuggito di mano
e rincorso in quell’eco d’infanzia
rimasta nei tratti a mostrare la sua forza
contro la logica occidentale della morte
dove cattolici e laici si trovano d’accordo
a non rispettare il corpo inerte
profanarlo
con le sue chele smaltate
profanarlo
con asettica meticolosità
offende la sua anima terrestre
quello che ha vissuto
come ha amato
i suoi pensieri
lei offende il Tao
e se stessa
in cortocircuito
con l’armonia degli elementi
ma lo shen
non potrà farlo a pezzi
su quel bancone da pescivendola
dove lo ha eviscerato
e ripulito con la canna dell’acqua
come si fa al mercato a fine giornata
quel corpo è il corpo del mondo
adesso lasci fare a me
mi guardi
si fa così
raccolgo
non asporto
raccolgo tutta l’età
anno dopo anno
lo sguardo che aveva
la tristezza di solitudini sconosciute
il suo sopravvissuto odore di latte
le tragiche miserie che lo hanno abbattuto
il liquido lucente dei suoi occhi
e ricompongo
impari
è un’occasione per capire
un’autopsia d’amore
(Sarzana, 30 -10-2010)
LA COLLINA DEL BELVEDERE
Là
nel giardino delle delizie
dammi sepoltura clandestina
nascondendomi così
ai garages pubblici dei morti
dove la folla silenziata
mi è pur sempre estranea
come lo Stato
che ancora più della morte
a te mi sottrae
dichiarami scomparso
sui verbali del nulla
fingendoti donna tradita
e parla male di me
affinché i paggi neri
portino altrove
la deferenza di servizio
per quel sequestro di persona
ordito da un mandante intoccabile
dì loro che qui
è riserva indiana
e Santa Romana Chiesa
non entra
col suo turibolo di cancri odorosi
e la certezza che l’utopia inapparsa
debba spalancare le porte
alla lugubre processione
di impiegati mistici
venuti a umiliarmi
con la loro assoluzione
non affidare le mie spoglie
a questa gente di Transilvania
che s’appropria delle salme
per sostenere l’Opus Dei
con un macabro still-life
se c’è un Dio
è la tua mano al crepuscolo
che carezza la mia terra
come nudo fosse il corpo
e ancora tutto in fiore
tu sola
hai diritto
di trovarmi rifugio
molto più a sud
dell’eternità inventata
in onore alle etnìe selvagge
che non sbattono su un carro
i bei resti dei tempi andati
trafugarmi è sacro
se per reciproca appartenenza
legittimiamo i luoghi
del nostro immaginario
da qui al muro di cinta
scegli un angolo ombroso
dove tu possa con i gatti
sdraiarti nell’ora magica d’estate
e cura la vendemmia del glicine
lasciando filtrare nell’erba
quei rivoli viola
che mi travasano a volte
un’illusione di cielo
è bello immaginarti
in cucina verso sera
nel tuo scialle
infreddolita
lottare alla finestra
pensandomi immenso
nel mio sottomare
da non più trovarmi
neanche con le unghie
amore che non si dice
in poesia
per timore di scomunica
qui davanti al belvedere
te lo dico senza stile
e depongo anche il verso
come ora io vivessi
la vita dall’inizio
verrà un tempo
da leggenda popolare
diranno sottovoce
è la donna della casa sommersa
e quando le sterpaglie
saliranno alle finestre
leggerai nell’abbandono
la rinascita all’assenza
tu spogliati
vecchia e bellissima
e avanza in quelle onde
verso l’angolo ombroso
non temere di sparire
dentro la serra fantastica
sirena e squalo
torneranno liberi
nell’alta marea
(Mauro Macario, 1994)
Note bibliografiche
Mauro Macario è nato a Santa Margherita ligure nel 1947.
E’ poeta, scrittore, regista.
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: “Le ali della jena” ( Lubrina, Bergamo 1990), “Crimini naturali” ( Book editore, Ro Ferrrarese 1992), “Cantico della resa mortale” ( Book editore, Ro Ferrarese 1994), “Il destino di essere altrove” (Campanotto, Pasian di Prato 2003), “Silenzio a occidente” ( Liberodiscrivere, Genova 2007), “La screanza” (Liberodiscrivere, Genova 2012) Premio Eugenio Montale Fuori di Casa 2012) “ Metà di niente” ( Puntoacapo editrice, 2014, Premio Lerici Pea 2015 per l’Edito), l’opera omnia (1990-2017) Le trame del disincanto (Puntoacapo editrice 2017), Alphaville (Puntoacapo editrice 2020), L’Opera Nuda (Puntoacapo editrice, 2021), Piccole Infinitudini (Puntoacapo editrice, 2022)e l’antologia dei suoi testi tradotti in Francia da Marc Porcu “La debacle des bonnes intentions” (La rumeur libre, 2016).
Ha scritto la biografia del padre “Macario un comico caduto dalla luna” (Baldini& Castoldi,
Milano 1998), e un secondo libro di carattere privato “Macario mio padre”(Campanotto, Pasian
di Prato 2008). Nel 2004 esce il suo primo romanzo “Ballerina di fila” (Aliberti editore, Reggio Emilia, poi Puntoacapo editrice 2021) Premio Il delfino per la narrativa 2021 e Premio Montefiore 2022. Suoi sono i testi del libro fotografico “Fabrizio De André in volo per il mondo” di R. Kohl ( Mori editore, Aulla 2001) e del successivo libro collettivo “Volammo davvero”(Bur,2007 prima, poi La nave di Teseo 2021).
E’ curatore di quattro antologie: due sulle opere di Leo Ferré: “Il cantore dell’immaginario” ((Eleuthera, Milano 1994), e “L’Arte della rivolta” (Selene, Milano 2003), la terza , insieme a Claudio Pozzani, sulle poesie di Riccardo Mannerini “Un poeta cieco di rabbia” (Liberodiscrivere, Genova 2004) e la quarta intitolata “L’invenzione del mare” (Puntoacapo editrice) vede 13 poeti liguri contemporanei interpretare il mito del mare.


