
Giuseppe Cinà, L’àrbulu nostru / Il nostro albero
di Giorgio Morale
Il titolo del nuovo libro di Giuseppe Cinà, L’àrbulu nostru / Il nostro albero (La vita felice, 2022) costituito dal calco della denominazione romana del Mediterraneo (Mare Nostrum), è di sicuro richiamo per chi è cresciuto con il suono del mare nelle orecchie. È questo il compito di quelli che Gérard Genette chiama paratesti, ovvero gli elementi testuali e grafici posti alle soglie di un testo, che, oltre a completare il suo significato e a favorire la sua ricezione, segnalano le ascendenze culturali e la tradizione in cui l’opera si colloca. Il Mediterraneo difatti è lo sfondo onnipresente nel libro, sin dalla prima sezione, Semu ancora vivi, dàmmuni aiutu! (Siamo ancora vivi, diamoci aiuto!), con il ricordo delle più grandi culture che si affacciano al mare nostro, l’ebraica e la greca, di cui si raccontano leggende e personaggi diventati parte della memoria collettiva, e con l’emergere ricorrente del paesaggio siciliano e di quelle piante che più che regionali sono emblema della civiltà mediterranea, ovvero la vigna e il frumento, che insieme all’ulivo “S’accasaru nna stu balcuni di terra / affacciatu a lu Mari Nostru” (Si sono accasati in questo balcone di terra / affacciato sul Mare Nostro).
Ne L’àrbulu nostru il paesaggio non si esaurisce in una descrizione inerte, ma cantare un ramo, una roccia o una radice è realizzare una intima comunione con lo spazio e cogliere il senso e la lezione etica in esso sedimentata. E la storia non ha nulla di archeologico, stagnante o notarile. Le versioni-rielaborazioni dal Genesi e dall’Odissea, dall’Orazione per l’ulivo sacro di Lisia e dai frammenti di Empedocle, danno il tono narrativo-sapienziale al libro e sono indici della permanenza di una cultura che dalle figure della storia antica trapassa in quella folclorica di Giufà e in quelle dei contadini che popolano il libro. Oltre che nell’immaginario collettivo la storia quindi vive nel paesaggio, malgrado le trasformazioni che esso ha subito nei secoli, e vive nelle immutate aspirazioni umane: è ancora nostra l’esortazione della colomba “supravivuta a la natura ruinata / e a li celi sdignati” (scampata alla natura devastata / e alla collera dei cieli) che dopo il diluvio ritorna all’arca con un ramoscello di ulivo nel becco a dare l’annuncio che dà il titolo alla sezione: “Semu ancora vivi, dàmmuni aiutu!”. È ancora nostra la soddisfazione del capofamiglia di fronte a una giara di olio sacro vinta dal figlio atleta in una competizione sportiva: “Sé, nn’avìamu bisognu, pi la cucina e la biddizza / ma puru p’arrifriscari l’armi di li morti” (Sì, ce n’era bisogno, per la cucina e la bellezza / ma anche per rinfrescare le anime dei morti). Come anche il gesto di pace: “rami d’alivu aìsanu li marinari in cerca di asilu” (rami d’ulivo alzano i marinai in cerca d’asilo). Vorrei dire che è ancora nostro lo smarrimento di pastori e contadini di fronte alle depredazioni di Verre in Sicilia nel I secolo a.C.: “Lassa stari, nuatri la guerra la facemu ogni jornu / ma cu l’armi nostri, zappa e faucia. / … / Un c’è patria pi nuatri nna la citati” (Lascia stare, noi la guerra la facciamo tutti i giorni / ma con le nostre armi, zappe e falce. / … / Non c’è patria per noi in città). Ma questa affermazione merita una verifica sul campo e nella storia.
Sotto il segno di Atena
L’àrbulu nostru nasce sotto il segno di Atena, e non solo perché essa è la dea a cui è dedicato l’ulivo. Atena è la dea che Omero definisce “famosa per saggezza e accortezza”, e a cui Walter Otto in Theophania attribuisce la chiarezza diurna, la chiarezza dell’azione consapevole, del comprendere e realizzare, con ponderatezza, progettualità e immaginazione pratica. Infatti non c’è nulla di misterioso o di ambiguo in questo libro, come è di Atena. La dea insegna la sapienza non come speculazione astratta o ermetica ma come intelligenza della realtà. Ne sono un esempio gli insegnamenti che Empedocle impartisce agli allievi all’ombra di un ulivo: non hanno nulla di misterico, proclamano l’amicizia dell’uomo con l’universo e danno luce anziché ombra:
L’universu c’avemu davanti parra latinu
e pi capillu nn’abbastanu la menti e lu cori.
Taliati comu tuttu si manteni
la terra e la cubba di lu celu pàrinu spattati
ma basta stu peri d’alivu chi l’abbrazza pi juncilli.
(L’universo intorno a noi ci dice cose chiare / e per capirlo ci bastano la mente e il cuore. / Guardate come tutto si lega / la terra e la volta del cielo sembrano separati / ma basta l’abbraccio di questo ulivo a congiungerli.)
Atena rivela all’uomo la nobiltà del lavoro e la grandezza dell’azione assennata. E L’àrbulu nostru canta la poesia del lavoro, quello che richiede arte manuale e conoscenza, spesso sedimentata in detti popolari, di cui qualcuno è accolto nel libro, come in “Dissi l’alivu a lu zu Ciccu / tàgghiami lignu ca ti fazzu riccu” (Disse l’ulivo allo zio Cicco / tagliami legno che ti faccio ricco), e di cui il contadino è maestro: “Sè, lu viddanu ascuta li raggiuni di l’àrbulu / sdisiccuma, cimiddìa, sdirrama / l’esperienza si cummina cu la ‘notomia” (Sì, il contadino ascolta le ragioni dell’albero / toglie seccumi, accorcia cime, taglia rami / l’esperienza viene a patti con l’anatomia). Ne L’àrbulu nostru si nominano le varie fasi del lavoro dei campi, come in una sorta di versione contemporanea de Le opere e i giorni o de Le Georgiche. Apprendiamo dove piantare gli ulivi (“Li vecchi lu sannu / l’alivu voli muntagna”, I vecchi lo sanno / l’ulivo vuole montagna) e quando innestare (“Quannu pàrtinu li ciuri d’alastru / e la scòrcia s’intinnirisci”, Quando fiorisce la ginestra spinosa / e la corteccia s’intenerisce), seguiamo le attività dalla potatura alla macina nei frantoi.
Velio Abati nella Prefazione al volume nota l’“assenza di accenni alla fatica del lavoro nei campi”. Penso che questo sia dovuto all’entusiasmo di Giuseppe Cinà, già docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, nell’essere ora diventato neocontadino in una campagna presso Castellammare del Golfo e la Riserva naturale dello Zingaro. Il lavoro pertanto non è quello alienato del sistema capitalistico, bensì un’attività che consente la piena realizzazione di sé. Infatti la considerazione che conclude un elenco di regole della potatura nella poesia “Li dutturi di l’alivi” (I dottori degli ulivi) è un elogio della coltivazione delle piante come cura di noi stessi: “chiddu chi cumanna daveru è la felicità / di canciari lu munnu cu li propri manu / grapennu finistri nna lu paraddisu” (quello che comanda davvero è la felicità / di cambiare il mondo con le proprie mani / aprendo finestre sul paradiso).
Il dittico del ritorno
Il primo volume di Giuseppe Cinà, A macchia e u jardinu / La macchia e il giardino (Manni, 2020) era marcato dallo spettacolo della natura multiforme, vista nel suo aspetto venusiano di fascinosa bellezza, fecondità e sovrabbondanza, e colta nelle ore più suggestive: ci sono notti e albe, risvegli e tramonti, “ciàuru ri terra ùmita” (odore di terra umida) e l’“oru ri matinati” (oro del mattino) che tengono sospesi fra “sonnu o virità” (sogno o realtà) e fanno “i sensi maravigghiati” (i sensi sbalorditi) rendendo persino un petalo di fiore di mandorlo come un “passiggeru alluccutu/ mmenzu e biddizzi ru munnu” (passeggero trasognato / in mezzo alla bellezza del mondo). Ne L’àrbulu nostru domina invece la luce meridiana nella quale si stagliano per nulla attenuate le forme sgraziate dell’ulivo “tortu e minortu” (storto e ritorto) e “li campagni senza fini / di sicchi timpuni e pitrusi scunfurtati” (le campagne immani di aride colline e pietraie sconfortate) e le giornate di scirocco opprimono con “un càvuru mpiciatu” (un’afa di pece). Ma nonostante le differenze, il primo e il secondo volume costituiscono un dittico del ritorno, questo topos ricorrente nella letteratura mediterranea e siciliana nonché nelle esistenze di tanti siciliani. Sono la celebrazione di questo ritorno il sorgere della poesia e l’adozione del siciliano, lingua della verità e lingua illustre di cui l’interpretazione di Cinà evidenzia le origini latine. I due libri sono animati dallo stesso entusiasmo che si esprime nel primo con la meraviglia e l’ammirazione, nel secondo con un radicamento come per riprendere le tracce di un cammino. L’origine di questa seconda prova di Cinà mi pare di coglierla in un passo di A macchia e u jardinu, precisamente in questi versi:
Nta stu santuàriu ri aranci e mantrina
chi me patri chiantò,
l’annu stessu ca iu nascivu, ritrovu
ancora na vota i virdi maniàti
ru me caminu,
unni l’uocchi cèrcanu un viaticu
o u filu r’Arianna ri un distinu.
(In questo santuario di aranci e mandarini / che mio padre piantò / l’anno stesso che io sono nato, ritrovo / ancora una volta le verdi tracce / del mio cammino, / dove gli occhi cercano un viatico / o il filo d’Arianna di una meta.)
Un segno della continuità si può cogliere anche notando come questa poesia si concluda con due versi, “all’urtimata semu ancora tutti cca, / vivi e morti, òmini e àrbuli” (infine siamo tutti qui, / vivi e morti, uomini e alberi), che richiamano la circolarità di vita e morte dentro cui sono accomunati tutti gli esseri viventi.
La lode e il biasimo
L’entusiasmo e la fecondità del nostos si manifestano nella duplice modalità in cui si esprime il carattere epidittico della poesia, la lode e il biasimo. La lode domina il libro, che è soprattutto un elogio dell’ulivo e dei suoi doni, della sua essenzialità e della sua ’lezione’. Il rovescio è la consapevolezza che “Veru è, la terra è malata” e il biasimo va a chi non ne apprezza i doni di civiltà e la lascia morire oppure l’aggredisce, come nella elegia/denuncia del taglio degli alberi che la tecnologia porta fuori controllo (“Motosega Stihl MS 170″): “Cent’anni pi crìsciri / un minutu pi mòriri, li rami / càdinu nna lu celu chi si sbalanza / comu un sipàriu a fini tragedia” (Cent’anni per crescere / un minuto per morire, i rami / cadono nel cielo che precipita / come un sipario a fine tragedia). Ma il biasimo esplode nella penultima poesia, “Vuatri ca currìstivu a li tirrazzi belvidiri” (Voi che siete corsi ai terrazzi belvedere), dove la denuncia assume un tono di invettiva che ha un termine di paragone in U rancuri di Ignazio Buttitta, con le dovute differenze di contesto. Gli interlocutori di Buttitta sono i feudatari: “Vuàtri nte cità, / nte palazzi muderni / chi cammareri in divisa; / chi fimmini in vestaglia” (Voi nelle città, / dentro i palazzi moderni / coi servitori in divisa, / con le donne in vestaglia), a cui rimprovera la disumanità, l’ingiustizia, lo sfruttamento. Gli interlocutori a cui si rivolge Cinà sono invece i visitatori per turismo, siciliani e non, anche quelli mossi da buone intenzioni e provvisti di adeguate conoscenze, perché è anche da loro che ci si aspetterebbe un intervento in direzione del riscatto del mondo rurale:
Vuatri ca currìstivu a li tirrazzi belvidiri
a mmriacàrivi di paisaggiu
…
E prestamenti passàstivu pi li regni antichi
di l’alivu, la vigna e lu frumentu
…
ca ora turnati a la casa
e pigghiati l’aèriu cull’occhi lucenti
…
A questi visitatori distratti Cinà rivolge la critica di una visione riduttivamente estetica del paesaggio-mondo rurale che usufruisce della tradizione antichissima dell’agricoltura in un modo consumistico che non ne contrasta la devastazione:
Ma vuatri
ca turnàstivu a li vostri citati
un trasìstivu nna lu campu, ch’era ddà
un metru cchiù avanti di lu tirrazzu belvidiri
e un vidìstivu unni l’ùrtimu alivu s’abbrazza
a la vigna nna lu silenziu di la terra e a la sira
…
Siddu unn aviti vistu l’agunìa di ddi campagni
Aviti vistu sulu la mità di lu munnu,
ddu menzu campu unni si joca
na partita truccata.
(Ma voi / che siete tornati alle vostre città / non siete entrati nel campo, ch’era là / un metro più avanti del terrazzo belvedere / e non avete visto dove l’ultimo ulivo s’abbraccia / alla vite nel silenzio della terra e a sera / … / Se non avete visto l’agonia di quelle campagne / avete visto solo una metà del mondo/ quel mezzo campo dove si gioca/ una partita truccata.)
Sono contento che questo libro ci sia, mi sento a casa nel suo linguaggio e nel suo mondo e non credo che ciò sia dovuto solo alle comuni radici. Esso è lontano da luoghi comuni lirici come la contrapposizione fra poeta e società, l’esaltazione della sofferenza come valore assoluto e l’identificazione del poeta con il puer, il fanciullino nelle diverse declinazioni novecentesche, ed è controcorrente rispetto ai codici sia lirici sia sperimentali che oggi vanno per la maggiore, ma la sua voce ha un carattere sapienziale che, a saperla ascoltare, parla all’oggi come una pagina di Seneca.
