
Poesie messaggeri ri un infinitu nustrali. Su A macchia e u jardinu di Giuseppe Cinà
di Giorgio Morale
A macchia e u jardinu, il libro di esordio di Giuseppe Cinà pubblicato da Manni nel 2020,
è diviso in due parti, che concorrono in modi diversi a delineare un quadro di vita che si connota nel passaggio da un mondo agreste, pre moderno, a uno che è già post-moderno, contrassegnato dall’invadente turismo della Riserva dello Zingaro (San Vito Lo Capo, TP). La prima parte, Cuntu ri Sparauli, comprende 22 liriche che restituiscono lo sguardo ammaliato della voce parlante, un nuovo abitante di Sparauli, mentre la seconda, Za Rosa, è un poemetto in 11 canti in cui la voce narrante è affidata al personaggio del titolo, una persona nativa del luogo che ripercorre momenti della sua vita. Il libro ha una bella introduzione di Giuseppe Traina e una nota dell’Autore che fornisce informazioni sul luogo, la scelta linguistica del dialetto, la grafia e i criteri – di servizio – della traduzione a fronte in lingua italiana.
L’esclamazione che dice la presenza
Se è vero, come dice Philippe Hamon, che il testo lirico nasce dall’esclamazione e dalla nostalgia della presenza, ovvero l’aspirazione alla simultaneità dell’essere e dell’enunciazione, allora possiamo considerare il centro di Cuntu ri Sparauli questi versi tratti dal componimento Ciuri ri mènnula (Fiore di mandorlo):
Ah, chi bellu chi fu stu lampu
ri vita vìviri, passiggeru alluccutu
mmenzu e biddizzi ru munnu.
Quanta bedda cumpagnìa ri acqua a sdilluviari
e venti, quannu nn’arruspigghiàvamu aggilati
ma nfànfari e massaru supra i rami scuri.
Chi privilèggiu finarmenti stinnicchiàrisi
ruci ruci, stidda supra un dilicatu lettu ri stiddi
caruti, bianchirrosè.
(Ah, come è stato bello questo lampo / di vita vivere, passeggero trasognato / in mezzo alla bellezza del mondo. // Quanta bella compagnia di piogge dilaganti / e venti, quando ci svegliavamo intirizziti // ma prestanti e operosi sui rami nudi. // Che privilegio infine adagiarsi / dolcemente, stella su un soffice letto di stelle / cadute, biancherosè.)
Una esclamazione così sorgiva ha un termine di paragone solo nella poesia di Isman (2002) di Franco Loi: “Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!”, e forse è possibile solo in quella lingua allo stesso tempo naturale e segreta che è il dialetto. Quello di Cinà è un dialetto siciliano non ricostruito filologicamente, ma riscoperto nel vissuto e reinterpretato nel dettato poetico come avviene nella poesia di Loi. È il dialetto a fornire un surplus espressivo fatto di suoni quasi materici e asperità e dolcezze non usuali. In pochi versi Cinà accumula pregevolezze stilistiche e semantiche, personificazioni, accumuli, metafore, sinestesie. La voce parlante, fittizia, è quella di un petalo di mandorlo a cui il poeta affida la sua dichiarazione d’amore alla sua terra. Nell’allontanarsi ondeggiando dall’albero il petalo lascia sgorgare un senso del vivere che si situa all’opposto di quello della “povera foglia frale” di Giacomo Leopardi. La vita è breve come un lampo, un raggio di sole di quasimodiana memoria, ma è bello viverla, da passeggeri ammirati della bellezza del mondo, tanto che persino la morte è un adagiarsi dolcemente su un giaciglio luminoso. La vicenda è minima ma la dilata lo sfondo degli elementi naturali in cui si svolge. La descrizione è precisa, il mandorlo fiorisce a febbraio e i rigori dell’inverno convivono con la luminosità della bella compagnia di piogge e venti. Ma l’elemento maggiormente straniante è l’operosità attribuita ai petali, che fa intendere che tutta la natura è percorsa da una attività che è semplicemente il vivere.
La lode è il motore della poesia
Il “passiggeru alluccutu / mmenzu e biddizzi ru munnu” (passeggero trasognato / in mezzo alla bellezza del mondo”) è il poeta per il quale tutto è uno spettacolo. È difatti esaltato il senso della vista: la notte è “u cinema all’apertu / ri l’arma nostra” (“il cinema all’aperto / della nostra anima”), il mattino è uno “spittàculu”, la parata delle piante nel prato di aprile è una “cuntraranza” (“contradanza”). È il trionfo dell’immagine, evocata con le arti di cinema, teatro e danza, e siccome l’immagine e l’arte richiamano il tema dell’illusione, nella poesia d’apertura la voce parlante pone e non scioglie l’alternativa: “Sonnu o virità”? Difatti l’incanto del passeggero si regge sull’equilibrio fra verità e illusione, indifferente allo scioglimento di un enigma che “nuatri’un vulìssimu lintari mai” (“non vorremmo smettere mai”), perché in questo spettacolo “mi perdu e m’arritrovu”.
Tutto è in perenne movimento. “Tuttu esti, tuttu va”. Il sole spuntando ogni giorno “cummina e scummina socchegghiè” (“accorda e scompiglia ogni cosa”). Tutto è animato, ma non c’è nulla di decadente o simbolista, la natura non è ”un tempio dove incerte parole / mormorano pilastri che sono vivi” come nelle Corrispondenze baudelairiane. Nelle poesie di Cinà all’avanzare del passeggero si associa la domanda “cusà quali spirdi / benignamenti schiffarati mi talìanu” (“chissà quali divinità / benignamente oziose mi osservano”). Gli “spirdi”, di cui la traduzione di servizio in “divinità” non rende perfettamente il senso, non hanno nulla di incerto, sono gli spiriti del luogo ovvero la natura sentita vivere di vita propria, secondo una concezione millenaria che si è depositata nei luoghi. Infatti “s’arresta ciarmati a taliari / nta stu cuncegnu perfettu / u misteru svilatu ra Natura” (“si resta ammaliati a osservare / in questo perfetto ingranaggio / il mistero svelato della Natura”).
La multiformità della natura si esprime con la varietà degli elementi, tutti in relazione fra di loro, come il mare e il cielo “chi luntanu s’abbràzzanu” (“che lontano s’abbracciano”). Tanta vita, varia, minuta, interconnessa, è esemplificata in Spirdi schiffarati (Divinità oziose):
Cca, tri canneddri r’agghiu sarbaggiu
cimiddrianu supra na nivura cripazza r’argilla;
ddra, na lignusa marreddra ‘i ruvetti
ammogghia a terra rura,
allatu a un sciallu ri ugnia ri jattu
chi penni sapuritu r’una seddra r’alivu.
Una spirduta farfalla sataria e sona
su tasti r’invisibili ciuri
na musica ri luci e silenziu,
po’ spirisci, vicinu a un passaturi ri cunigghia,
unni canni vintusi abbisanu
ca sutta l’acqua c’è.
(Qui, tre steli di aglio selvatico / svettano su un nero cretto d’argilla; / là, una legnosa matassa di rovi / avvolge il duro suolo, / accanto a uno scialle di salsapariglia / che grazioso pende da una sella d’olivo. // Una smarrita farfalla saltella e suona / sui tasti di invisibili fiori / una musica di luci e silenzio. // Poi scompare presso un passatore di conigli, / dove canne ventose avvertono / che sotto l’acqua c’è.)
La multiformità si esprime anche con la figura retorica dell’accumulo, che elenca la varietà delle specie: “Apìfera, Fuciflora, Lanulata / Fusca, Exaltata…!”. La denominazione scientifica esalta la varietà e la nobiltà di semplici piante della macchia mediterranea, chiamate all’appello per un invito a una “cuntraranza pratensi” (“contradanza pratense”). L’essere multiforme della natura non suscita sgomento, il poeta stupefatto si sente parte di tutto questo, come “lapa supra n’alastra / o ragnu ca nnuccenti sempri trama” (“ape su una ginestra / o ragno che incolpevole sempre trama”). Perché “tuttu si cuncerta, comu versi latini / r’un cànticu pasturali” (“tutto si accorda, come semplici versi / di un cantico pastorale”) e la natura diventa un libro che racconta “un munnu / unni tutti semu re” (“un mondo / dove tutti siamo re”). E il libro, il racconto è questo, il Cuntu ri Sparauli, il racconto di Sparauli che costituisce la prima parte di A macchia e u jardinu e conferma essere la lode il motore della poesia.
Uomini e alberi
La seconda parte di A macchia e u jardinu, Za Rosa, è complementare alla prima. La prima ha uno sguardo sincronico, la seconda uno sguardo diacronico. Nella prima parte è protagonista la natura, nella seconda, l’esistenza umana e la storia. A fare da congiunzione fra le due parti, il tema del lavoro, della necessità del fare casa e del male operato dall’uomo si annuncia nella parte finale di Cuntu ri Sparauli. Nella poesia A trattativa (La trattativa) si racconta la trattativa per una compravendita interrotta perché “o zu Nunziu ci spararu” (“a zu Nunzio gli hanno sparato”). Nella poesia Ilici in viaggiu (Lecci in viaggio) i lecci sono “Ai fochi supravivuti e all’aratu” (Ai fuochi scampati e all’aratro”) e sono armati del loro fogliame “pi vìnciri l’omu e i so mali fantàsimi” (“per vincere l’uomo e i suoi mali fantasmi”). I fuochi dolosi tornano nell’ultima poesia della seconda parte, Genti sarvaggi (Gente selvaggia), nell’imprecazione di za Rosa: “Ma iu ricu, santu Ddiu, picchì dùnanu focu / a la muntagna, picchì?” (“Ma io dico, santo Dio, perché incendiano / la montagna, perché?”). Ma le corrispondenze fra le due parti non si fermano a questa.
Anche Za Rosa ha al centro un’esclamazione: “Ah, com’era fina l’aria di Sparauli!”, che è l’equivalente del “chi bellu… vìviri” della prima parte. La qualità dell’aria è una metonimia per esprimere la vivibilità del luogo per gli esseri umani che l’abitano: “Nuatri nni la gurèvamu picchì / avennu casa nto mezzu di la muntagna / iàvamu unnegghiè, pi travàgghiu o pi vìsita” (“Noi ce la godevamo perché / avendo la casa in mezzo alla montagna / andavamo dovunque, per lavoro o per visita”). L’identità del luogo però si manifesta in modi diversi: per il nuovo abitante del Cuntu ri Sparauli, immerso nella malia della natura, è la natura stessa con la sua varietà a fornire elementi di identificazione: il luogo è identificato dai mandorli, le frasche di cardo, i frassini, gli ulivi, gli aranci, il mare, le erbe dei prati. A dare un’identità ai luoghi nella seconda parte interviene la denominazione, i nomi che gli uomini hanno dato loro: Favignana, Cala Mazzo ri Sciacca, Castellammare, Buseto, Sughera, Portella, Acci, Uzzo, Tonnarella, Cala Capreria, Borgo Cosenza, Scopello, Balata. Tra queste località si svolge la vita della famiglia di za Rosa.
Ambedue le parti hanno al centro, dominante, la figura del padre, che costituisce il filo che congiunge passato e futuro. È lui che nella prima parte ha piantato “stu santuariu ri aranci e mantrina” (“questo santuario di aranci e mandarini”) e che il poeta nella poesia che chiude Cuntu ri Sparauli identifica con il luogo: “hai statu sempre cca, nno jardinu / a viviri e a moriri nsemmula a iddu” (sei sempre stato qui, nel giardino / a vivere e morire insieme a lui”). È il padre che nella seconda parte “S’ammazzau la vita pi spitrari la muntagna” (“S’ammazzò la vita a spitrare la montagna”) per edificare la casa e trarre dalla macchia il giardino, è lui che ha piantato per il tempo futuro degli ulivi dicendo ai figli: “Chisti li chiantu pi vuatri picchì lu so fruttu / eu ’un l’hàju a putiri gòdiri” (“questi li pianto per voi perché il loro frutto / io non me lo potrò godere”).
In ambedue le parti i protagonisti sono grati a Sparauli. Il poeta della prima parte, come abbiamo visto, è una sorta di “viaggiatore incantato”, un “passiggeru alluccutu / mmenzu e biddizzi ru munnu”. La meraviglia di za Rosa invece è rivolta alle cose notevoli nel corso della vicenda umana, alla casa e al giardino che vengono su grazie alle fatiche; alla vita in famiglia, dove “si rideva, si rideva sempri cu me patri” (“si rideva, si rideva sempre con mio padre”); alle relazioni con i vicini che le fanno dire che “C’èranu tanti angusti, sé, / ma c’era puru tanta festa” (“C’erano tante angustie, sì, / ma c’era anche tanta festa”), alla sapienza degli animali, che per lei “foru scola e cumpagnia” (“sono stati scuola e compagnia”), alla ricchezza della natura.
La natura di Sparauli comunque è sempre rigogliosa e multiforme, essa dà “unu di tuttu. Un jardinu era” (“di tutto. Era un giardino”). Per questo anche za Rosa si esibisce nella figura retorica dell’accumulo, ed elenca non i fiori dei prati ma i frutti della terra:
Lu piru butirru, lu bonucristianu, l’austanu,
lu pirazzuolu, u piru papa, … E a settembri,
quannu ’un c’eranu cchiù frutti,
parteva chiddru tardiu, ca stava finu a Natali.
E carrubbi, racina, mennuli, puma, azzaruoli,
ranati, limiuna, ficurìnnia, puru bianchi!
(Il pero butirro, il bonucristianu, l’agostano, / il pirazzolu, il pero papa, … E a settembre, / quando non c’erano più frutti, / partiva quello tardivo, che stava fino a Natale. / E carrubi, uva, mandorle, mele, azzeruoli, / melograni, limoni, fichidindia, anche bianchi!)
Za Rosa ha radicato anche lei il senso di essere tutt’uno con quella natura, non per effetto di una disposizione d’animo ma perché la vita le ha insegnato che “armali e cristiani semu mezzi parenti” (animali e cristiani siamo un poco parenti”). In lei il godimento estetico diventa gratitudine verso il mondo della vita: “L’armali nni sarvarunu, e l’ortaggi” (“Le bestie ci hanno salvato, e gli ortaggi”). Ciononostante ha anche za Rosa momenti estatici:
E a scurata, quannu tuttu stu circu s’arrisittava
e puru li cicali livàvanu manu, partìa
lu cuncertu di li griddi, lu cuccùviu di lu cuccu
e poi li versi di li buffi, di li vurpi, di li tanti
màsculi e fìmmini ca di notti si cèrcanu.
(E a sera, quando tutto questo circo si calmava / e anche le cicale chiudevano bottega, iniziava / il concerto dei grilli, il canto dell’assiolo / e i versi dei rospi, delle volpi, dei tanti / maschi e femmine che si cercano nella notte)
Sia nella forma dello spazio delimitato della riserva in cui l’uomo è più contemplatore che attore (Cuntu ri Sparauli) sia nella forma dello spazio che a fatica l’uomo vive e plasma (Za Rosa), la natura è, come scrive Cinà nella Nota d’Autore, una “comunità di viventi”, la forza generatrice e produttrice in cui tutti siamo implicati. Il poeta e za Rosa sono entrambi animati da stupore e rispetto verso di essa e attribuiscono a umani, piante e animali la stessa dignità. Leggendo A macchia e u jardinu si è turbati dalla consapevolezza che ambedue le condizioni della natura che vi appaiono sono a rischio, per responsabilità di chi usa strumentalmente la natura per trarne profitto. Lo percepisce za Rosa, che nell’ultima poesia della raccolta si domanda, nel nuovo paese in cui è andata ad abitare da sposa, “si Sparauli c’èsti ancora” (“se Sparauli c’è ancora”). Se ci fosse chi si domandasse il significato civile di questa raccolta, ricca di tanti pregi estetici, direi che a darle un significato civile basta l’incanto del poeta e l’affetto di za Rosa. Basta domandarsi con za Rosa “si Sparauli c’èsti ancora”.
