
L’attenzione per l’identità sessuale e la sua tutela non è esclusiva dei nostri tempi fluidi. Il primo film omosessuale risale addirittura al 1919. È un film tedesco, Anders als die Andern (Diversi dagli altri), diretto da Richard Oswald, che denunciava il cosiddetto paragrafo 175, ovvero l’articolo del codice penale tedesco che dichiarava reato l’omosessualità. Ma già nel 1895 la Edison Studios sperimentava l’invenzione del cinema con la ripresa di due uomini che ballano un valzer in Dickson Experimental Sound Film. Da allora il tema è stato tutt’altro che marginale. L’importante era non trattarne esplicitamente. Durante gli anni d’oro del cinema, tra gli anni ’30 e ’50, sulle icone della omosessualità femminile è stato persino costruito un canone di seduzione. Due nomi spiccano, Marlene Dietrich e Greta Garbo. Indimenticabile è la bellezza androgina di Ninotchka-Garbo (1939) di Ernst Lubitsch. Mentre il primo bacio lesbico nella storia del cinema lo dà la Dietrich in Marocco (1930) di Josef von Sternberg, seppure sotto le mentite spoglie di un uomo. Il film culto, però, resta Johnny Guitar (1954) di Nicholas Ray con Peggy Lee che rivendica la propria identità.
Col tempo il tema ha perso la gioiosità degli esordi per assumere toni scabrosi e inconfessabili. Ciò ha sottratto molto sotto il profilo civile, ma ha aggiunto valore stilistico. Alla base di Odio implacabile (1947) di Edward Dmytryk ci sono omicidi di omosessuali che nella trama vengono sostituiti con ebrei. Ne La gatta sul tetto che scotta (1958) di Richarda Brooks, il dramma di Paul Newman che “respinge” Elisabeth Taylor assume un tono misterioso, a tratti persino incomprensibile. Sale di tensione, fino a diventare angosciante in Improvvisamente l’estate scorsa (1960), diretto da Joseph L. Mankiewicz, nel quale il protagonista si chiama, non casualmente, Sebastian. E provate a pensare che questi film sono stati visti in televisione, quando non si poteva vedere altro, da quelli della mia generazione quando erano bambini. In Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1990) di Jon Avnet, ritorna la leggerezza dell’ amarcord giovanile. Eppure, autori e regista non hanno il coraggio di raccontare che l’amicizia tra le due protagoniste è, nel libro da cui il film è tratto, una vera e propria relazione sentimentale. Il capolavoro nel suo genere resta, comunque, M. Butterfly (1993) di David Cronenberg.
Passando al cinema italiano nel 1962 Vittorio Caprioli tocca l’argomento in Parigi o cara. Prologo tematico di Splendori e miserie di Madame Royale (1970) con Ugo Tognazzi, che gira le prove generali per il successo che gli darà il Vizietto otto anni dopo. Con grande coraggio, Bernardo Bertolucci nel suo film di esordio La comare secca (1962) inserisce il personaggio cardine del testimone omosessuale (con tragica ironia l’attore ha le orecchie a sventola). Il mentore è Pier Paolo Pasolini che, a mio avviso, in questo film mette in scena la propria tragica fine. Il capolavoro è senza dubbio Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola, che conferma la definizione di Roland Barthes, secondo cui l’amore, qualsiasi genere di amore, è sempre e comunque, un discorso. E dell’amore si è sempre detto molto, senza mai parlarne per davvero.
