a cura di Alberto Fraccacreta
Une marée nocturne
Ma chambre garde au coeur une vertu glacée
ce soir d’hiver je suis son plus rude ennemi.
Mais je puise une faim de victoire et de cris
dans le silence même où elle est enfoncée.
Sans peur, sans joie, avec une voix mesurée,
mûrie et nourissante à la façon des fruits,
je dis que mon poème est heureux de la nuit.
Il se forme et il monte avec un bruit d’armée.
Pour ce dieu résonnant d’une excessive faim
je déchaîne dans l’ombre en élevant la main
une très studieuse et très ardente fête;
c’est bien. J’éteins la lampe et je serre les dents:
ma chambre se soulève. Avec l’aube, les vents
enflent la voile. Et nous partons dans la tempête!
Una marea notturna
La mia camera conserva al centro una virtù ghiacciata
questa sera d’inverno sono il suo più rude nemico.
Ma attingo una fame di vittoria e di grida
nel silenzio stesso in cui è affondata.
Senza paura, senza gioia, con una voce misurata,
matura e nutriente alla maniera dei frutti,
dico che il mio poema è felice della notte.
Si forma e sale con un rumore da esercito.
Per questo dio che risuona d’una fame eccessiva
scateno nell’ombra alzando la mano
una festa molto studiosa e ardente;
va bene. Spengo la lampada e stringo i denti:
la mia camera si solleva. Con l’alba, i venti
gonfiano la vela. E noi partiamo nella tempesta!
Odilon-Jean Périer, Carmi, traduzione e cura di Ilaria Guidantoni, Lorenzo de’ Medici Press
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Dalla prefazione di Ilaria Guidantoni
Périer “poeta della poesia”, è questa la definizione del critico Christian Angelet che mi sembra molto indovinata per introdurre un poeta dimenticato, vissuto forse troppo poco e in un’epoca così di passaggio nonché sotto un uragano che non è riuscito ad incidere sulla pietra il proprio nome. Eppure in Belgio fu riconosciuto il valore e ancora celebrato a 100 anni dalla nascita; solo che la documentazione reperibile è molto scarsa e probabilmente vive anche dell’ombra della cultura belga, spesso confusa dai più con la vicina francese. Un destino quello dei francofoni belgi che accomuna numerosi intellettuali che tra l’altro hanno guardato molto alla Francia. La loro ispirazione come nel caso di Périer è meno morbosa, forse più triste, con una malinconia scura, brumosa e delicata, dietro l’operatività quotidiana. Così ci appare questo poeta ragazzino, la cui vena ribelle è leggera e profonda e il suo anticonformismo non è necessariamente contro ma al di là, anche delle mode delle avanguardie e delle rivoluzioni. Secondo Angelet nella sua poesia si sente l’eco di Mallarmé e Rimbaud, quest’ultimo ritenuto dallo stesso Périer così poetico da collocarsi al di là della letteratura. E in questo senso oserei definire Périer, un poeta quasi involontario, una poesia che non è né lirica estetica, né costruita, né dissoluzione cercata. È contemporanea per il suo essere sul crinale tra prosa e poesia, i suoi versi spezzati, spesso divisi in modo sconveniente alla lettura, sono sintesi folgoranti della vita.
Odilon-Jean Périer è un poeta belga di espressione francese nato a Bruxelles il 9 marzo 1901 e scomparso prematuramente a soli 27 anni. Nel corso dei suoi studi fonda numerose riviste (che avranno tutte la vita breve di un solo numero): La Lyre du potache, Hermès e Le Cénacle. Nel 1918 scrive, sulla falsariga di Jules Renard, un Petit Éssai de psychologie végétale, oltre a una raccolta di poemi in versi liberi che intitola La Route de sable. Su ispirazione di autori come Apollinaire e Cendrars e del Cubismo nel 1920 scrive il lungo poema Le combat de la neige et du poète e una raccolta di poesie, La Vertu par le chant; l’anno seguente termina la sua collaborazione con La Patrie belge e inizia quella col Mercure de France e con Signaux de France et de Belgique. Nel corso degli anni collaborerà anche con La Reinaissance d’Occident e Le Disque vert, della quale è animatore Franz de Hellens al quale si lega, oltre che con il giovane Henri Michaux che ha passato l’infanzia nella sua stessa strada a Bruxelles.

