Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Qual è il mio peso?

[Mt 25,31-46]

?Il grande affresco raccontato da Matteo parte da un termine: gloria.

In ebraico, gloria è kabod e kabod si può tradurre con peso.

Dunque siamo nel tempo in cui il peso si manifesta. È il tempo in cui viene presa in considerazione la consistenza, ciò che conta di ognuno, della realtà.

Subito appare chiaro che ciò che conta è il fare o il non fare.

Ciò che avete fatto..” e “ciò che non avete fatto…”

Questo è il peso che viene dato ad ognuno. Non conta come ci si è comportati verso Dio o verso il culto, conta solo ciò che abbiamo fatto o non fatto verso uno dei più piccoli.

Non si tratta di compiere una certa azione in se stessa, quanto piuttosto di vedere l’altro come termine del nostro agire o come mezzo per ottenere una ricompensa. Prova ne è la meraviglia con cui i due gruppi rispondono: “Quando ti abbiamo visto?” Chi non ha esitato ad avvicinarsi al povero, al nudo, al carcerato, non aveva la consapevolezza di avvicinarsi al re. Semplicemente ha visto qualcuno che aveva bisogno di lui o di lei in quel momento. L’altro era visto come fine del proprio agire, non si chiedeva nessun ritorno per questo.

Diverso è il modo di vedere del secondo gruppo, di quelli che hanno avuto paura di avvicinarsi al più piccolo che li chiamava: “Quando ti abbiamo visto…e non siamo stati al tuo servizio (il verbo greco -diakonein- suggerisce questa traduzione)?” Essere a servizio presuppone una ricompensa per il servizio svolto: l’altro non è il fine dell’agire, ma un mezzo per ottenere la ricompensa.

Il nostro affermare “Bisogna vedere Cristo nei poveri” potrebbe essere impregnato della più bieca -inconsapevole?- ipocrisia. A nessuno si rimprovera di non aver visto il Figlio dell’uomo nel povero; il rimprovero è di non aver proprio visto il povero. Di conseguenza, non abbiamo fatto nulla. Chi viene allontanato non ha fatto qualcosa di male, semplicemente, non ha fatto nulla.

Questo è il giudizio. Le espressioni sono desunte dal linguaggio proprio dell’apocalittica giudaica e, per questo, non devono trarci in inganno. La separazione non è per dividere ma per fare chiarezza. Essa avviene all’interno della stessa assemblea a cui tutti sono convocati. Si costituisce un legame forte fra l’assemblea e la separazione. La prima non è un insieme acritico e caotico, ma in essa si mantengono le differenze, che sono la premessa del riunirsi e il riunirsi è la testimonianza della separazione che genera novità, che è creatrice e rivelatrice. È dalla separazione che emerge il peso di ciascuno, ma solo nel riunirsi questo assume un significato di crescita per la vita o di via verso la correzione. Il “venite” e l’ “andate lontano”  altro non sono che il sottolineare ciò che è stato l’atteggiamento di ognuno: venire vicino al più piccolo o allontanarsene.

Non deve generare paura questo racconto. Dobbiamo uscire dal binomio peccato-paura. Non paura, ma un grido di speranza e di vittoria. Solo che questa vittoria non è l’evidenza di un guadagno, ma di una perdita. Chi vince è colui che ha accettato di perdere e di perdere tutto. Subito dopo questo racconto, nel vangelo di Matteo, troviamo l’annuncio della passione e della morte di Gesù. “Il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”. Questa è la vittoria di chi ama.

S. Agostino, nelle Confessioni (cap. 13), afferma: “Pondus meum amor meus, eo feror quocumque feror (Il mio peso è il mio amore, ovunque sono portato è lui che mi porta). Tutto va nel luogo che gli è proprio, a motivo del suo peso: il mio peso  è il mio amore ed è lui che mi conduce al luogo che mi è proprio.

Ecco il peso che sarà misurato. Tutto il resto è più leggero dei sogni.

[per questo commento, ci si è basati anche su “Atelier Evangile”]

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