
L’arte è l’idea che ci facciamo delle cose, dice Michelangelo Pistoletto in un’intervista. Penso che potremmo dire lo stesso per la poesia, per quanto le definizioni di essa siano infinite e per lo più inutili. Ma “farsi un’idea” mi piace, mi piace la costruzione “per sé”, personale, che questa espressione implica. Ed è appunto una questione di pói?sis, il “fare dal nulla” di cui parla Platone nel Simposio. E questo nulla cos’è? Forse quelle “cose” a cui fa riferimento Pistoletto, oggetti, impressioni, sentimenti, dolori, piaceri, azioni, materiali, elementi della natura o dello stesso linguaggio, che in qualche maniera la poesia ricostituisce in un’idea nuova, o in un concetto significativo. O in una, diciamo, possibilità di vedere. E lo fa per connessioni, legami, meccanismi cognitivi, saperi artigianali e magari un po’ di quel talento individuale di cui parlava Eliot.
San Michele degli Scalzi è una duecentesca chiesa pisana, annessa ad un convento che non esiste più, costruita sulle rive dell’Arno. Come molte cose di Pisa è storta. Il campanile ovviamente pende, tutta la struttura pende, come se tendesse alla vicina acqua. Anche l’abside è storto. All’interno, al centro dell’abside, è posto un crocifisso dipinto su tavola, anch’esso duecentesco. Tuttavia il crocifisso è sospeso e chi entra, se ha buon occhio, vede due diverse gravità, due direttrici, come se la chiesa e il Cristo andassero in due diverse direzioni, e osserva un Cristo soggetto alle verticali leggi della natura come un grave galileiano, ma anche la chiesa lo è, ed è una cosa che dà da pensare. Come è successo a me, in una mattinata di una certa uggia, del clima e dell’umore. Una metafora concreta. Una metafora, collegata ad uno stato d’animo. Non c’è molto da spiegare, che cosa significhi il Cristo dritto e la chiesa storta, la luce e l’ombra, questa verticalità ineluttabile e terrena o roba del genere. Non c’è da spiegare neanche il fatto che qualcosa, questa cosa, possa o non possa diventare tema di una poesia, materiale per quel “farsi un’idea” di cui si diceva. Eppure, se credi di aver colto qualcosa di simbolico, come poeta devi accettare quel che di perturbante comporta, quel certo “disordine” non parafrasabile che poi, come si diceva, se ti va bene conduce a una diversa possibilità di vedere le cose, se va male ti lascia incapace di “fare dal nulla”, che poi non è solo fare, ma anche dire a chi ti legge. Tutto qui? Certo che no. Ma intanto cominciamo a ragionarne.
San Michele ha la sua croce
alba per polvere, o a solo di brume,
dáimon che non appare
finché una figura incedendo
orienta lo spazio:
il vuoto varia e altre cose alonate storte
aspettano luce. E misura. E altra luce.
La realtà un ingombro perdonabile di ombre,
la sua direzione – come in ogni ripensamento –
è idea fatta e finita, messa a nuovo.
E allora sembra, ed è:
il luogo è quello dove, anche senza cenere
si accede, dove in quelle ombre
il cristo appeso è filo a piombo se non credi,
pur nella sua fisica,
e tende – senza ripensamenti
senza
potere altrimenti –
proprio a questa terra,
trattenuto.
dic. ’23
