Alla ricerca del “buon lavoro”: il saggio di Manuela Perrone e Stefano Cuzzilla

Il lavoro, anzi, il “buon lavoro”, è un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Quando in passato ho sentito l’esigenza di cambiare, ho inviato il curriculum a tante case editrici, mirato dove avrei voluto. Mi hanno chiamato dopo 4 anni perché si era liberata una posizione, sono stata in prova per 2 anni e adesso posso dire di fare un “buon lavoro”, che è quello che mi piace, per il quale ho studiato e lasciato casa venticinque anni fa.
“Che cos’è, però, oggettivamente, un ‘buon lavoro’?” Una domanda alla quale questo libro risponde con casi di studio, statistiche, dati, interviste ai più importanti imprenditori, manager, responsabili del settore Risorse umane del nostro Paese. Fa il punto su come lo stesso concetto di lavoro sia cambiato dopo il Covid, di quanto la pandemia sia stata uno spartiacque potente sia per l’organizzazione pratica del lavoro che per le aspettative che ognuno ha, pensando all’impiego ideale.

Il buon lavoro. Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane è un saggio che convoglia in un canale altamente affidabile tutto il rumore e i luoghi comuni che ruotano attorno alla questione e ne restituisce la molteplicità di voci e aspetti, attraverso il racconto di esperienze e pratiche reali. Il giovane choosy, gli anziani che non vogliono lasciare il posto di lavoro, l’intelligenza artificiale che incombe, tutto viene rivisto in chiave reale, lontana dalla narrazione non sempre corretta degli ultimi anni, e secondo una nuova filosofia del lavoro che presenta tesi molto interessanti.
I due autori – Stefano Cuzzilla, Presidente di Federmanager, CIDA e Trenitalia e Manuela Perrone, giornalista de Il Sole 24 Ore e viceresponsabile di Alley Oop – L’altra metà del Sole ? partono da due parole chiave che possono essere considerate i punti cardine del loro percorso di ricerca: benessere e persone.Il lavoratore non è più solo una parte di una catena produttiva, ma è una persona che porta sì, il proprio potenziale, ma anche esigenze, aspettative, desideri, sul luogo di lavoro.
Il percorso di studio si sviluppa con una prima parte in cui i due autori rendono conto, dati alla mano e ampie riflessioni, di come il lavoro sia cambiato negli ultimi decenni e soprattutto di come siano cambiate le persone poste davanti a una scelta professionale; la seconda parte presenta dodici interviste a chi, ogni giorno, con il lavoro lavora, ovvero manager, responsabili delle Risorse umane, consulenti, imprenditori. 

Chiaro è che il Covid abbia rappresentato un grande cambiamento sia nelle dinamiche – ci siamo trovati tutti a sperimentare il lavoro a distanza, una volta “telelavoro”, oggi smart working, lavoro agile – che nelle aspettative. Si tende, infatti, a non voler più rinunciare a vivere per lavorare, annientare amicizie, opportunità di svago, tempo con la famiglia, a differenza di periodi nei quali il diktat sembrava essere “Il lavoro prima di ogni cosa” e gli straordinari fino a tarda sera erano la misura del talento, dell’essere indispensabili per l’azienda.
Oggi sembra che per le aziende sia indispensabile che chi lavora sia soddisfatto non solo di quanto produce, degli obiettivi raggiunti, degli skill acquisiti; oggi l’impiegato desidera vivere in un ambiente favorevole, stimolante, in cui i rapporti umani siano proficui e non debba rinunciare a opportunità di formazione, che una volta erano confinate al periodo precedente alla ricerca di un lavoro.

Quella che sembrava la panacea, la soluzione a tutte le difficoltà organizzative, l’idea geniale per non imbottigliarsi ogni giorno nel traffico, si è rivelata un’arma a doppio taglio, tutt’altro che “agile”, con aspetti sicuramente positivi, ma anche tante carenze.
Ferruccio De Bortoli, nella premessa, parla proprio di confronto fra le persone, comunità (e io sono completamente d’accordo con il suo punto di vista):

Il lavoro da remoto è una risorsa […] Ma la sua estensione indiscriminata può far venir meno quell’idea dell’impresa come comunità in cammino che trova forza e motivazioni proprio nella condivisione anche fisica di difficoltà e successi. La personalità di un lavoratore si promuove molto di più nel confronto con gli altri – e non necessariamente su temi professionali – che nell’arido seppur produttivo contatto della prestazione a distanza.

Si scopre (io non lo sapevo) che esiste una figura che va oltre il responsabile delle Risorse umane, il CHO, il Chief Happiness Officer, esperto delle organizzazioni positive, che lavora per fare del benessere una solida strategia organizzativa. Figura oggi fondamentale a mio avviso, per facilitare quei rapporti sani, non necessariamente di amicizia, a volte minati da ambizioni sopite, ingiustizie immaginate, complessi di inferiorità. Una sorta di coach, che conosce le dinamiche del lavoro e cerca di renderle accessibili a tutti i dipendenti, facilitandone l’approccio e favorendo la collaborazione fra colleghi.

Attraverso le interviste nella seconda parte del libro si passa “dall’altra parte”, da quella dei “capi”, di chi gestisce le risorse umane e deve adattarsi più di ogni altro ai cambiamenti del mercato e delle persone.
Tutti gli intervistati sono chiamati a rispondere alla domanda ed è sorprendente come ognuno abbia un’idea ben precisa, che porta avanti, nella pratica, attraverso il proprio compito.
Si evince, fra l’altro, come la fedeltà all’azienda a prescindere, che una volta sembrava la base di un rapporto duraturo, oggi sia frutto di politiche in continuo cambiamento e in sinergia tra capi e dipendenti, come una relazione che ha bisogno di continui stimoli, conferme, trasformazioni e adattamenti per non icrinarsi.

Questo saggio non dà la risposta definitiva alla domanda iniziale Che cos’è il “buon lavoro”? ma offre tantissimi strumenti per una storia del lavoro, per comprendere quale sia la nostra percezione di noi stessi nei confronti del nostro impiego e come stiamo cambiando nelle intenzioni, nei desideri e nella pratica. Rileva aspetti critici del mondo del lavoro (uno fra tutti, la lunga formazione che dà un accesso tardivo ai giovani diplomati e laureati) e ipotizza una soluzione.

Completa il saggio un denso apparato di note a fine volume, scelta felice, che semplifica la lettura, offrendo comunque una ricca bibliografia, suggerimenti per approfondire ogni argomento, fonti (libri, articoli, siti web, riviste online) atte non solo a verificare i contenuti (non se ne sente il bisogno), ma soprattutto a costruire un proprio percorso a partire dal libro.

Ho assistito a una delle tante presentazioni del libro; vi consiglio di andare, perché diventano, grazie anche alla professionalità dei giornalisti, docenti, studiosi coinvolti insieme con gli autori, vere e proprie tavole rotonde sul mondo del lavoro e sulle imprese, con uno sguardo importante al futuro.

Autori: Stefano Cuzzilla e Manuela Perrone (con prefazione di Ferruccio de Bortoli)
Titolo: Il buon lavoro. Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane
Editore: Luiss University Press, collana Bellissima
Anno: 2023
Pagine: 207
Prezzo: 18 euro

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