IL VUOTO TRA LE PAROLE, NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE
Per una lettura ermeneutica di AMÉN, di Sergio Daniele Donati, Il leggio libreria Editrice 2023 – Collana Radici.
Recensione di Daniela Stasi
Vorrei definire Sergio Daniele Donati come “L’Abitante dello spazio vuoto tra le lettere”: mutuandolo anche dal titolo di una preziosa rubrica mensile, curata dall’Autore, sul blog de le Parole di Fedro: tutto intessuto con i fili d’oro dei dialoghi poetici coi suoi Maestri.
Faccio voto di vuoto;
mi muovo lento
verso uno spazio ignoto.
Sergio Daniele Donati ci offre un vero e proprio tesoro di umanesimo: imperniato sull’apertura del soggetto all’Altro – al Tu; con un’apertura che prende il nome di incontro, dialogo, relazione.
La peculiarità di questo suo ultimo progetto poetico, Amén, come nella migliore tradizione rabbinica – cardine della sua tradizione e dei suoi studi – sono i silenzi e i vuoti:
in cui il lettore è invitato a inserirsi; per suggerire risposte che, il testo stesso, non dà.
Ed è proprio da questa stessa programmatica modalità, di costruzione dei suoi versi, che si origina il testo sacro della Torah: e la visione relativistica della cultura ebraica; come la sacralità che ne deriva, dal rapporto dialogico.
E Sergio Daniele Donati ha il ruolo di filologo del testo sacro: guardando a quei Maestri che, nel corso dei secoli, hanno cercato di riempire quei silenzi; avviando un inesauribile dialogo verticale con il testo; e un dialogo orizzontale – ad ampio spettro – fra tutti gli infiniti commenti prodotti nel tempo. In entrambi i casi, il dialogo aggiunge, cerca di spiegare o di completare; ma non si sostituisce mai al testo.
Come magnificamente sottolinea Anna Rita Merico, nella Prefazione alla Silloge:
“.. la scelta delle liriche, rende un’organicità di pensiero maturata nel tempo. È pensiero che si accompagna al proprio essere e alla tensione di collocarsi nella contemporaneità a partire da consapevolezza della propria radice di appartenenza”.
Canto il silenzio dell’interstizio
la stasi dell’estate
e lo spessore della radice.
Canto la fatica
di guardare al cielo
attratti dall’orbo
lavorio del lombrico.
Canto e poi taccio
– e poi canto ancora –
perché è così che si forgia
la promessa.
Così Sergio Daniele sintetizza, davvero magistralmente, il paradosso poetico: che non può mai ridursi a mero illusionismo estetico; ma, presupponendo il nulla è, ad esso, irriducibile.
Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.
Per chi sappia vedere in quella luce ? pur abissale ? mirabile e spaventosa; sarà concesso di attingere ai modi originari dell’esperienza del mondo. Come un nuovo inizio, una nuova opera creatrice.
Ma ho altresì il dovere di mettere in guardia il Lettore dal considerare in atto, nell’opera dell’Autore, un processo dissolutivo, nel Silenzio…Anzi!
Mai il divino fu parte più feconda di una esperienza umana, che gli fa dire:
Tengo per me solo
– non detta e feconda –
una benedizione alla vita.
Quella di Sergio Daniele Donati è una vera e propria ermeneutica intertestuale, che appartiene, a pari titolo, al Libro Sacro come al Libro della Realtà: perché l’orientamento fortemente anti-metafisico dell’Autore, con radici sia bibliche sia letterario-filosofiche, si muove con una metodologia tipica del rabbinismo, il midrash; ovvero, l’ascolto creativo delle scritture bibliche; attraverso una teologia storica che mette, al centro della sua riflessione, un Dio esperibile nelle faccende umane; e sensibile alle sofferenze del mondo.
Da qui il valore prioritario, non cronologico, ma ermeneutico, dell’ascolto: coscientemente aperto al movimento di una domanda incessante.
Non solo la cultura ma tutta la vita ebraica è impensabile fuori da un contesto relazionale e dialogico. Non posso non pensare al capolavoro filosofico di Martin Buber, del 1923:
“Ich und Du” – Io e tu –: in cui Buber gettò le basi di una filosofia “dialogica”; proprio alla vigilia dell’avvento delle grandi dittature; che sfociarono nella Shoà.
Non parlare, taci/ e santifica nel silenzio/ quei milioni di Nomi”
La Shoà attraversa l’intera Silloge, raggiungendo la vetta nel dialogo con Paul Celan: che diviene movimento d’anima e sentire, nell’istante-Ora.
Parafrasando ciò che è evidenziato con precisione dalla Merico, la verità non è mai solamente quella dell’Autore: ma si dà sempre al plurale e in modi sfaccettati. Anzi, è sempre ‘verità-di’ e meglio si coglie nella forma narrativa tipica delle storie di persone, animali e cose
La Scrittura dell’Autore è un infinito attrattore di storie: che non contiene neppure tutta la verità ma, piuttosto, frammenti di essa; su Dio e sull’uomo e sul mondo
La resina porta con sé
l’oleosa saggezza
di chi riconosce
l’impossibilità di trattenere
sotto una corteccia millenaria
il desiderio d’ambra
dell’altrui sguardo.
Oppure:
Dove sta Colui
che non si nomina?
C’è chi dice ovunque,
chi in nessun luogo.
Io credo si celi tra radici
e foglie della quercia,
a dare sostegno la notte
al mono-tono dell’assiolo
dietro il quale egli nasconde
il suo sorriso afono.
Nella scrittura di Sergio Daniele Donati il primo aspetto che balza all’occhio è “lo scacco del linguaggio ordinario” dinanzi alla priorità di Dio; come si può, ci chiede in velo l’Autore, con una terminologia ordinaria, esprimere ciò che sta oltre l’ordinario?
Nonostante questa difficoltà, assai affascinante è vedere come l’Autore riesca a far passare l’idea inesprimibile.
(…) Mosè disse al Signore: Mio Signore, io non sono un buon parlatore;
non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai
cominciato a parlare al tuo servo, ma sono lento di bocca e di lingua.
(…)
da Esodo, 4,10
In Sergio Daniele Donati il silenzio è l’abissale fondamento della Parola: “il Principio” che la converte nella sua libertà; in quell’Amén, di poter essere diversamente e poter non essere! Nelle balbuzie e nei vuoti di Parola. Essere ancor prima del silenzio, il suo fondamento; l’occasione per il pensiero di approdare ad una “ontologia della libertà”; escludendo la “necessità”
Infatti il Nulla, apparente, del Silenzio: in Sergio Daniele Donati è potenza, che apre -all’Essere – lo spazio per decidere
Una visione positiva, quella dell’Autore: in cui è insita addirittura una nuova manifestazione del divino-
Il silenzio non è “il Nulla” ma il “Qualcosa”!
È addirittura pensabile: come la materia oscura che tiene assieme, ben coesa, la materia visibile dell’Universo: la Parola!
Torni,
dove nulla è più
impuro della purezza;
dove nulla è più, né è mai stato.
Lo chiamano Silenzio
ma ha un soffio tenace
e guarda al mondo delle forme
con sguardo bambino.
E Dio, in quanto ‘positività originaria’ è vittorioso sulla negatività e sul male.
Come in Prefazione: “Qualcosa si chiude e il ritorno al Silenzio diviene spartiacque d’ogni possibilità. Un mondo rinasce e, qui, è il Sacro d’ogni intenzione, d’ogni lavorìo valoriale
del pensiero”.
Il limite è il nostro campo di ricerca ed anche il confine con l’altro e l’altrove, spiega nel dialogo finale con Gabriela Fantato, “Nel brusio del ricordo”, a suggello della raccolta:
“La Parola cerca il dialogo per esistere, con sé stessi, con il lettore, con chi ha scritto prima di noi”.
Così anche il Lettore della sua Silloge è, egli stesso, un potenziale significato nuovo della rivelazione, col suo Nome.
Come Emmanuel Levinas che in Al di là del versetto spiega che ciascuno deve apportare al mondo quando nasce la propria Storia, in un incessante ascolto/lettura: così, Sergio Daniele Donati ci chiede di contribuire ad arricchire di senso questa sua storia, facendola progredire e camminare.
Così come il Midrash concepisce la Torah come un’unità; anche in Amén ogni sua parte, ogni verso appartenente alle diverse sezioni, è collegata al resto. Importante è il criterio ermeneutico dell’Autore: secondo il quale ogni parola che si trova in passi diversi, crea legami tra questi.
Come nell’ottica midrashica – di cui Sergio Daniele Donati è sapiente conoscitore – le parole vanno collegate tra loro: come una preziosa collana di perle, in cui un unico filo tiene unite e collegate tra loro le singole perle; così che dalle connessioni tra versi diversi, scaturiscano rimandi a immagini sempre nuove e suggestive.
Dalla prima parte Eppure
Parlo d’inciampo e balbuzie/ molto prima che il cuore/ s’infiammasse
dell’inutilità/ della parola./ E – per la prima volta – /conobbi allora/
quanto è spaventevole/ il silenzio/ che precede ogni creazione
Prima di Dio non c’è che Dio. Ma Dio, prima di Dio, c’è. L’esistenza di Dio non può dipendere che da Dio stesso; per forza bisogna ammettere questa specie di sdoppiamento divino. L’esistenza anche del Poeta è un atto della sua libertà originaria, è un atto di libertà che si istituisce.
Dalla seconda parte Essenze
È senza tempo/ – o forse solo antico – / il nostro percepire il mondo/
diluendone i colori./ Al creato che scolora/ il privilegio monolitico/
di portare il bello/ nel luogo sacro che è prima/ d’ogni prima e di
dirci figli/ dei nostri stessi figli./ Gli alberi si baciano in alto,/ troppo
pudici per mostrare/ al mondo l’intreccio/ delle loro radici
Il primato della realtà è di per sé una vittoria sul nulla, e la scelta del bene è sempre un giudizio sul male, in Sergio Daniele Donati: sì che Dio ha in sé i due aspetti; quello per cui “ab aeterno” il bene è stato scelto con atto irreversibile – e il male è riprovato come possibilità respinta; e quello per cui il male, in quanto alternativa scartata, sussiste per sempre come retroscena della possibilità e come possibilità occulta ma disponibile.
Per Autore di Amén, Dio è Libertà: non conosce le cose prima che queste avvengano ma, nella sua atemporalità, vede le scelte libere compiute dall’uomo ed ha scienza di esse nel momento in cui queste vengono compiute. Tutto questo avviene, sempre – nell’istante-ORA.
Dalla terza parte Balbuzie
Perché mai dovrei gettarle lontano?/ Sono chine secche, assetate di
pioggia,/ speranze di diluizione e assorbimento/ su fogli porosi./ Che
cantino loro/ la roca brama d’esistenza;/ nostra è la danza e, forse, la
preghiera/ se inciampa nei passi del silenzio
