Lo Stato dell’arte. Giuseppe Vetromile

Parlare di arte, di creatività e quindi di poesia, oggi, potrebbe sembrare ridicolo se non addirittura anacronistico, nel senso che la maggior parte della gente si meraviglierebbe non poco, considerati i problemi più “seri” che attualmente la coinvolgono (lavoro, precarietà, sicurezza, salute, ecc…). La società attuale è molto cambiata, forse peggiorata (anzi, sicuramente, senza il “forse”) per quanto concerne la libertà di pensiero, la qualità della vita, sia singola che di coppia, l’ambito lavorativo che non offre più né certezze né stabilità, e per tanti altri aspetti troppo numerosi per poterli elencare qui. Un generale appiattimento, dunque, una sostanziale declassificazione dei valori fondamentali, unita anche ad un impoverimento culturale abbastanza diffuso, ha contagiato, anzi inquinato, la cultura in generale, relegandola in meri ambiti commerciali o di facciata, perdendo linfa vitale, qualità, originalità, capacità di indagine e di studi approfonditi sul senso della realtà e della vita. Questo accade anche in poesia, dove accanto ad una proliferazione di produzioni poetiche senza filtri critici opportuni, si assiste ad una banalizzazione della materia poetica (fatte naturalmente le dovute eccezioni!…). Nonostante tutto ciò, la Poesia non muore e non morirà. Come tutte le altre espressioni artistiche, se perseguita e attuata con serietà e competenza, la poesia costituirà sempre una delle poche opportunità, per l’uomo, di dichiararsi tale: uomo che cerca di comprendere il creato, di capire sé stesso e il suo ruolo in seno alla natura, tentare di dare un senso alla propria esistenza. E indicare, con la poesia e l’arte, la via giusta per la redenzione, la libertà, la pace, l’amore. Non fa niente che questi siano ormai dei concetti utopistici: l’importante è il tentativo asintotico di avvicinarsi quanto più possibile a questi: la Poesia è questa tangente all’infinito.

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