
Sono domande difficili, molto difficili. Per questo motivo, funzionano molto meglio, per me, se restano in forma di domanda e non come spunto per un mio, inevitabilmente banale, tentativo di risposta.
Provo comunque a svolgere un ragionamento che mi riporti, in chiusura, alle domande iniziali.
Parlare di stato dell’arte implica poter descrivere un intero campo letterario con le dovute accortezze critiche (ma anche: culturali, politiche, esistenziali, etc.), cosa che resta assai lontana dalle mie competenze. Qui e altrove, in ogni caso, leggo in vari termini di una certa stasi, di una frammentazione o polverizzazione e di un accomodamento conformistico che si fanno generalizzati.
Può essere vero.
(Oppure, e al tempo stesso, rappresentare il sintomo del fatto che le accortezze di cui sopra, negli ultimi tempi, non sono state prese, in modo chiaro e decisivo, da nessuna e da nessuno…).
Certo, rimangono gli “attacchi massivi di pseudorealtà poeticante” come quelli descritti da Rosaria Lo Russo nella sua risposta (rispetto alla quale dirò poco di più, e divagando un po’, perché la trovo già eccellente, nonché completamente condivisibile), che si presentano, rigorosamente in superficie e a livello individuale, come reazioni (e non importa se estetiche, magari nell’essere anti-estetizzanti, oppure anche etiche, politiche, etc.) a tale visione di sfacelo. L’idea romantica del Genio (molto spesso “incompreso”, parlando di poesia, con un pun di per sé terribile) non ci ha ancora lasciato.
Per questo, quando Lo Russo consiglia di «leggere i grandi poeti e le grandi poete della propria lingua madre per ore e ore, anni e anni, prima di scrivere poesia nella stessa lingua. Meglio immaginarsela la poesia che scriverla, è più appagante» ha certamente ragione. Enuncia, anzi, una regola aurea. Bisogna però arrivare al fondo ultimo di questa affermazione – e lo dico soprattutto a me stesso – per evitare che la scrittura, se ancora ne resiste la voglina dopo questo apprendistato splendido e terribile, sia ancora il tentativo di ribadire, come sopra, la sopravvivenza titanica del Genio.
In quel fondo ultimo c’è quel corpo a corpo quotidiano con la morte, ricordato sempre da Lo Russo, che toglie alla poesia l’ambizione di “aver qualcosa da dire”, “aiutare a ritrovare la strada” o “risvegliare la speranza”, pur dicendo e percorrendo, di fatto, una strada – più di una. Si tratta, con la tenacia della ginestra leopardiana, di arrivare non tanto alla speranza, quanto a capire meglio una posizione «tanto meno inferma dell’uom», in quanto non considera le proprie «frali stirpi» dal fato o da sé – in questo caso, dalla poesia stessa – «fatte immortali».
A questo proposito, ho letto negli ultimi giorni l’analisi di un panorama altrettanto desolante riferito però all’arte contemporanea, secondo l’analisi proposta da Vincenzo Trione (La Lettura, 14 luglio 2024) nella recensione di L’arte dopo la fine dell’autonomia dell’arte (Castelvecchi, 2024) di Wolfgang Ullrich. Autore e recensore sembrano seguire le orme di Enzensberger (che cinquant’anni fa aveva descritto la sorte delle avanguardie come “effetto Alka-seltzer”: si sciolgono, e non evaporano; sono, soprattutto, un placido coadiuvante della digestione di tutto il resto) e di Baudrillard (che parlava di “materializzazione semiotica” indicando un processo di estetizzazione totale dell’arte contemporanea). È finita ogni possibile aura, i musei e le biennali sembrano immensi mall e lo spettacolo dell’arte sembra essersi diffuso, frammentandosi e polverizzandosi ovunque (e cioè in ogni merce): Art is everything else.
Le scritture poetiche contemporanee sembrano inseguire questo medesimo orizzonte, per poi ritrarsi improvvisamente nella ricerca dell’aura perduta, rinunciando a mantenere la propria posizione marginale – dal punto di vista del capitale economico e di quello culturale – e adeguandosi invece in pieno al ritmo della sussunzione capitalista; eppure, lavorando appena appena ludicamente sulla lingua, si potrebbe fare in modo che Poetry is everything else (La poesia è tutto il resto) diventi Poetry is everything (else…) (“La poesia è tutto (il resto…)” e allo stesso tempo “La poesia è tutto il resto, eccetto…”).
Per mantenere uno spazio di manovra residuale, ambivalente e d’altronde costitutivo della pratica poetica – non soltanto d’avanguardia o colta, ma anche popolare (e qui non posso che rinviare, tra i tanti possibili, a un esempio di Alberto Masala, come si può leggere nella descrizione del video) – bisogna continuare a farsi le domande del questionario, per evitare di finire per credere ai propri inganni: una fine senza alternative o un’impossibile, titanica alternativa individuale.
Gli spiragli di senso sono ancora possibili, e presenti in gran numero, non solo nei singoli libri e nei singoli testi, ma nell’infinita dialettica che le pratiche della lettura e della scrittura possono avere con questi interrogativi e con questi temi.
