
Nel novembre del 2021 ho partecipato come relatore a un incontro dal titolo “Arte e psiche”. Sulla locandina che presentava l’incontro il mio co-relatore era indicato come sociologo. Per essere definito tale questa persona aveva intrapreso un lungo percorso di studi e di esami che lo aveva portato a conseguire una laurea, un titolo rilasciato da un’istituzione, l’università, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale.
Nella stessa locandina io venivo presentato come poeta ma, a differenza del sociologo, nessun percorso accademico, nessuna istituzione mi aveva mai riconosciuto come tale.
Avevo usato proprio questo argomento per aprire la mia relazione e avevo proseguito affermando che scrivere poesie non faceva di me automaticamente un poeta. Non è sufficiente scrivere poesie per definirsi poeta, come non è sufficiente cantare sotto la doccia per definirsi cantante.
Avevo ulteriormente calcato la mano affermando che all’interno di una società utilitaristica e capitalistica come quella nella quale viviamo, dove ad ogni gesto deve corrispondere un risultato concreto e monetizzabile, non c’è posto per un gesto inutile come la poesia.
Inutile e marginale.
E per sottolineare tale marginalità avevo raccontato di un mio esperimento, parziale e per questo motivo probabilmente inattendibile: quando mi capita di parlare di poesia con persone che non fanno parte dell’ambiente letterario pongo loro una domanda. Domanda alla quale immancabilmente nessuno è in grado di dare risposta. La domanda è questa: “Conoscete il nome di tre poeti italiani viventi e operanti?”. Nessuno sa rispondere, nessuno conosce nomi di poeti, ne consegue che nessuno li legge e che nessuno ne compra i libri.
Posi la stessa domanda anche in quell’occasione. Nessuno alzò la mano per rispondere.
La poesia è una voce, che per esistere necessita di orecchie che la accolgano e la ascoltino. Senza un’accoglienza è una voce che si perde nel deserto, che esiste solo per se stessa.
Il che non è detto che sia un male se la voce basta a se stessa.
Per fare un’altro esempio a riguardo dello scarso peso che oggi ha la produzione di poesia in Italia potrei parlarvi degli scaffali di poesia presenti nelle librerie delle grosse catene editoriali. Se nella nostra società è il mercato che detta la linea, le regole e le tendenza, questi piccoli scaffali rappresentano un paradigma. Se vi prendeste la briga di cercarli tra le centinaia di scaffali presenti scoprireste che sono più piccoli di quelli dedicati al giardinaggio o alla cucina.
Potrei anche rincarare la dose segnalando che buona parte dei libri presenti in questi striminziti scaffalini sono libri che la critica definirebbe pseudopoesia pop, poesia con l’hashtag, poesia Karaoke. Ma qui entreremmo in un campo minato che non voglio affrontare in questo luogo. Sia chiaro, non posso criticare le scelte commerciali di queste grosse librerie, perché in una economia di mercato come la nostra, questa mancanza di pubblico è il risultato di un rapporto domanda offerta deficitario.
Nessuno chiede libri di poesia perché la domanda di esplorazione del reale e di ciò che gli sta dietro è soddisfatta da altre offerte, forse più attuali, più attraenti o di più facile fruizione.
La scuola non stimola curiosità nei confronti della poesia, ci si sofferma per troppo tempo su versi scritti in una lingua che ai ragazzi rischia di apparire arcaica, respingente e anacronistica e si trascura quasi del tutto la letteratura contemporanea, quella che potrebbe parlare in modo più diretto al loro bisogno di scoprire il mondo.
Di converso a una tale evidente scarsa propensione alla lettura di libri di poesia esiste paradossalmente una enorme produzione. Per dirla in parole povere in tanti la scrivono in pochi la leggono. Rifacendomi alla precedente metafora in questo deserto tante voci si parlano addosso senza ascoltarsi, in un caotico Karaoke poetico di cui del resto io pure faccio parte integrante.
Penso che la poesia, come ogni altra forma d’arte, sia, alla radice, una maniera di comunicare, di rivolgersi al mondo. Siamo animali sociali e quello che diciamo e scriviamo è rivolto a degli interlocutori, reali o immaginari che siano.
Forse alla base del desiderio di scrittura c’è la necessità del confronto in primo luogo con se stessi, per dare forma ai propri pensieri, ai propri dubbi, alle proprie visioni del mondo e della società. Durante la scrittura ci rivolgiamo a un interlocutore ideale e talvolta l’interlocutore principale è la parte di noi stessi con cui non abbiamo terminato di fare i conti.
Scrivere è l’atto di osservare la realtà, di testimoniarla, di interpretarne i segni, di glorificarla e di condannarla. Soprattutto è l’atto di fare i conti con se stessi e con la propria posizione nel mondo.
Penso che la funzione della poesia sia quella di essere presente, di raccontare, di rappresentare l’esistenza e, in special modo, ciò che dell’esistente fatichiamo a vedere, accettare e comprendere, per abitudine, per convenzione, per disillusione. Nella mia visione la poesia può e deve essere una denuncia senza compromessi, può e deve usare un linguaggio irriverente, disturbante. Disturbare è una delle funzioni dell’arte, infilare il dito nella ferita, grattare la cicatrice nascosta per falso pudore o ipocrisia.
Sono consapevole che il particolare utilizzo della lingua sia ciò che distingue la poesia dalle altre manifestazioni letterarie ma nel mio modo di intendere la scrittura non è la lingua ma è l’occhio l’organo primario. La Poesia è, per me, uno sguardo non addomesticato, un modo particolare di guardare le cose del mondo, di cogliere realtà e speculazione da prospettive e punti di vista inusuali ed eccentrici. Una peculiare visione che spalanca orizzonti inaspettati, produce e restituisce idee e immagini stupite, non conformi, marginali e conseguentemente emarginabili.
Il simbolo “è una proiezione della soggettività verso il mondo” e il valore dell’operazione artistica sta in questa soggettività che si fa condivisibile e riconoscibile tanto da permettere al lettore di farla propria.
Quando questa generosità o questa capacità non si concretizza si innesca un cortocircuito che esclude il lettore. Per il mio gusto di lettore questo avviene quando mi scontro con testi così solipsistici e ombelicali da rasentare il masturbatorio, tesi verso una artificiosa complicazione del lessico dove la parola si sgancia dalla vita per dire soltanto se stessa e finisce per escludere il lettore e allontanarlo dalla poesia.
Studi di settore affermano che i lettori puri di poesia siano pochi o inesistenti; la poesia è letta essenzialmente da chi scrive poesie. Qualche malizioso azzarda l’ipotesi che siano più gli scrittori di poesia che i lettori, se ne dedurrebbe che molti scrivono senza avere letto.
La poesia è un oggetto, un manufatto di facile realizzazione, sovente frutto di una estemporanea reazione a un pensiero, una presunta originale illuminazione, un’emozione, un evento considerato significativo. E’ un gesto artistico tra i più elementari, necessità di pochi e semplici strumenti che sono a disposizione di tutti: le parole e la necessità di elaborare un pensiero, un’esperienza, un sentimento. Borges afferma che chiunque nella propria vita è in grado di architettare un bel verso, sia in senso metaforico che letterale; ne consegue che chiunque, me compreso, si senta autorizzato a condividere i propri pensieri illuminanti. Con l’effetto karaoke che ne deriva.
Non è mia intenzione fare classifiche, né di prestigio né di difficoltà tra le varie attività artistiche, ma ciò che mi pare evidente è che per suonare una strumento sia necessario aver studiato perlomeno gli accordi, conoscere la posizione delle dita e essersi esercitato molto; affrontare la scrittura di un romanzo richiede una progettualità, un’applicazione e un metodo che non è richiesto per scrivere una manciata di poesie. Un romanzo è frutto della messa in opera di un progetto più complesso, implica la realizzazione di un mondo, una cosmogonia. Mentre per scrivere una poesia è sufficiente avere un minimo grado di alfabetizzazione, che perlomeno in Italia è garantito e agevolato, possedere la presunzione di avere un pensiero valido e non scontato da trasmettere agli altri, o perlomeno da bloccare su un foglio.
Questo fa sì che chiunque possa (chiariamoci, legittimamente e fortunatamente) scrivere poesie; per il desiderio di esprimere un sentimento, uno stati d’animo, un pensiero o anche solo per ingannare il tempo, per una sorta di catarsi, o di omaggio e di ricordo, per farsi bello con l’amato e l’amata. Tutto legittimo. Del resto si è sempre fatto così, ma in passato gran parte di questi scritti restavano relegati nei cassetti, al contrario oggi con l’avvento e l’utilizzo dei social (legittimo e positivo anchesso) si può condividere e mostrare tutto e, non esistendo in poesia un canone condiviso né stilistico, né contenutistico, qualsiasi testo che vada a capo prima della fine della pagina può e deve essere considerato poesia.
Valerio Magrelli, in uno dei suoi scritti, afferma che la parola “narratore” deriva etimologicamente dalla radice “gna”, che compone anche la parola “gnaro”, l’opposto di “ignaro”. Pertanto, sempre secondo Magrelli, il narratore è colui che conosce la storia e la racconta, è colui che detiene la conoscenza a differenza del poeta, che ignora e non conosce lo sviluppo della storia che intende narrare o evocare. Malgrado questa teoria Magrelliana lasci il fianco scoperto a lecite obiezioni la prendo per buona perché trova riscontro nella mia esperienza personale: quando scrivo in prosa, conosco a grandi linee la storia o la direzione che voglio prendere, mentre in poesia mi muovo passo dopo passo nel buio, cercando di raggiungere la luce di una conclusione, non so bene cosa dirò nei versi successivi, sarà il testo a suggerirmi ciò che non sapeva di sapere.
Quando si afferma che la poesia sa più del poeta, si rischia di cadere nel retorico o nell’enfatico. Tuttavia, mi prenderò il rischio di affermare che la poesia è più del poeta: conosce più cose di quante ne conosca il suo autore. Per questo motivo, non sono in grado di controllarla completamente e non vorrei farlo nemmeno se potessi. Qualcosa deve fluire senza filtri dall’inconscio o dall’ispirazione, senza che l’io la razionalizzi completamente. Solo in questo caso la poesia diventa una sorta di scoperta, prima di tutto per l’autore e indispensabilmente per chi la legge, perché dice più di quanto l’autore sia in grado di dire e pensare. A questo punto, una poesia diventa paradigmatica quando, rileggendola, si scoprono piani di lettura e significati ulteriori e differenti rispetto a quelli che l’autore aveva inizialmente pensato e pianificato razionalmente.
Parlare di rivelazione e di epifania può sembrare esagerato ma la scrittura può portare alla scoperta di cose di cui non si era consapevoli, grazie alla conoscenza inconscia o alla memoria inconscia di qualcosa che era rimasto all’interno di sé e che viene fuori come esperienza durante la scrittura.
Penso che la poesia sia un’attività prevalentemente antisociale. Antisociale per la sua innocente e sfrontata sincerità. Nel senso che la poesia onesta deve possedere la sfrontatezza di confessare cose che nei comuni rapporti sociali quotidiani vengono taciute per quieto vivere. Dovrebbe esprimere il rimosso e l’indicibile, ovvero ciò che si pensa ma che non può essere detto per convivenza sociale.
Se si dicesse sempre quello che si pensa, quello che si desidera, quello che si detesta, si rischierebbe di deludere, di andare allo scontro, di inimicarsi anche le persone a noi più care.
La civile e pacifica convivenza nei rapporti sociali richiede una certa dose di ipocrisia, di menzogna, di utilizzo di innocui luoghi comuni. Sono forme di rispetto, di ricerca di un perimetro in cui convivere civilmente.
Nella poesia, ma il discorso è estendibile a qualsiasi altra forma di produzione artistica, se sviluppata in maniera onesta, questi luoghi comuni, queste menzogne, vengono evitate; anche e soprattutto le menzogne dette a se stessi, le auto assoluzioni, non devono trovare spazio in un racconto poetico onesto.
In questo modo, ci si confessa e si perdona, riconoscendo di essere umani e fallibili. Invece di nascondere le proprie mancanze si mostrano e si riconosce la propria vulnerabilità e umanità.
Se c’è da mordere si morde, se c’è da sputare si sputa.
La poesia è quindi il luogo della verità, della confessione, dello svelamento, il luogo in cui non ci si può nascondere. Per questo è un luogo antisociale ma paradossalmente si rivolge alla società e da essa vorrebbe essere ascoltata e preferibilmente accettata, e questo crea un cortocircuito che genera incomprensione, mediocre mediazione e insoddisfazione.
Tutto quello che si scrive è politico se veicola un pensiero e disegna un modo di porsi nei confronti del mondo e della realtà.
Del resto scrivere poesie è diventato un gesto politico a prescindere dagli argomenti trattati perché in una società in cui tutto si misura con il denaro o con la presunta utilità misurata da una scala di valore economica, impegnarsi in una attività così antieconomica come quella di scrivere versi è un gesto non solo politico, ma rivoluzionario perché rivendica il fatto che non è solo il denaro o l’utilità diretta a dare un valore alle cose che facciamo.
