Riflessioni di carattere estetico
Per un’estetica personalista
Fin dai primi numeri di «Atelier», dalla metà cioè degli Anni Novanta, ci lamentammo dell’omertà della critica, dichiarammo i limiti dello Strutturalismo in un periodo in cui tale sistema regnava incontrastato nelle università e negli studi. Marco Merlin si accinse a rivalutare la poesia degli Anni Ottanta e Novanta, da molti dichiarata morta, e noi proponemmo una rilettura delle composizioni in versi dell’intero secolo, mettendo in adeguato risalto la tradizione.
Tutto questo lavoro avrebbe corso il pericolo di una “fluida” frammentazione, se non fosse stata supportata da un preciso pensiero estetico. Ne derivarono molteplici iniziative testimoniate dalla vicenda della rivista e delle pubblicazioni collegate.
L’analisi di una concezione “fondativa” e “impegnativa” non può essere limitata nel tempo; l’essenza stessa della “militanza” esige continue crisi, approfondimenti, revisioni, dialogo, dibattito, anche perché le idee, pur avendo trovato una sistemazione logica nel primo tomo della pubblicazione La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà (2015), vanno sottoposte a ulteriori experimenta crucis.
Oggi stiamo assistendo a una produzione di qualità, la quale viene sommersa da uno squallore desolante, reso più acuto dall’indifferenza massmediatica, dalla scuola e dai circuiti distributivi. Manca il gusto per la bellezza, per la profondità, manca quella saggezza che sappia rapportare il testo con la realtà, manca un supporto politico che sia in grado di superare le meschinità dei giri di conoscenze, delle clientele e degli interessi.
Ci siamo, però, accorti che la nostra voce non “grida più nel deserto”, perché le nostre posizioni sono ampiamente condivise, come pure condivisi sono i nostri principi estetici e questo rappresenta per noi un supporto morale di notevole importanza.
Dopo anni di pratica sul campo, siamo giunti alla definizione del nostro modo di condurre la critica letteraria mediante la formula “critica personalista”; ci siamo decisi ad assumere questa indicazione perché, se da una parte ogni formula “de-finisce”, cioè limita l’estensione di un concetto, dall’altro permette una comunicazione più semplice e più immediata.
Il termine stesso indica una precisa derivazione dalla filosofia di Emmanuel Mounier e di Jacques Maritain, cui va unito l’apporto filosofico ed ermeneutico di Martin Heidegger, Hans-George Gadamer, Paul Ricoeur, senza dimenticare lo straordinario magistero di Luigi Pareyson, la cui posizione si è attualizzata in una precisa metodologia che imprime valore, argomentazione e consapevolezza a ogni valutazione.
Una tale impostazione valorizza una poetica di carattere “realistico”, non nel senso che ricerca una rappresentazione pura e semplice della realtà o che si attiene alla cronaca, ma nel senso che si presenta come espressione di una persona, unica e uguale agli altri, che percepisce, vive e comunica la propria condizione a sé e agli altri attraverso uno strumento, il linguaggio poetico comune.
In secondo luogo, nel concetto di “personalismo” non ci si limita alla muta descrizione di un evento interno o esterno, ma va compresa l’apertura alla ricerca, all’interrogazione, al senso dell’esistere personale e universale. Pertanto, il reale “detto” significa se stesso e altro. Il valore della poesia consiste appunto nel trovare un modo di comunicazione che è contemporaneamente ciò che è e ciò che significa, ciò di cui è segno.
Se il concetto di una persona, che nel suo essere è contemporaneamente individuo e società, è l’elemento che sorregge l’intero edificio concettuale, poetico e critico, ne deriva che la poesia, come l’essere umano, è storia, tradizione, cultura, interpretazione del mondo, esistenza, e contemporaneamente innovazione, originalità, aspirazione, speranza, proiezione nel futuro.
“Dire” la persona comporta “dire” sinergicamente il suo duplice irriducibile, contraddittorio e incoerente aspetto, il quale soltanto dall’arte può essere rappresentato e non dalle scienze o dalla filosofia né da ogni sapere categorizzato. Il volto autentico di un’epoca va ricercato unicamente nell’arte, perché solo nell’arte l’uomo può rappresentare tutto se stesso.
Il modo, poi, in cui l’artista si esprime non può essere rigidamente determinato, ma va lasciato alla grandezza del singolo e va valutato unicamente in base ai risultati, talvolta anche a distanza di secoli. Come si vede, non sono prese in considerazione le categorie del bello o del brutto né della perfezione o dell’imperfezione, ma si opera riferimento al modo più autentico dell’espressione, che va cercato soltanto nell’originalità dell’autore stesso, senza confusione tra originalità e superficialità o artifizio. Lo stile, pertanto, va interpretato strumento e non come fine, che si invera soltanto in rapporto alla rappresentazione, come elemento descrivibile e catalogabile e formalizzabile soltanto a posteriori, cioè dopo che l’opera è stata realizzata, per il fatto che l’istanza realistica personalista non è mimesi pura e semplice dell’esistente, ma ne è riproduzione viva e palpitante.
Certo chi scrive parte da un’idea cosciente o inconscia, ma, se rimane invischiato in precettistiche (cfr. i seguaci del manifesto del Futurismo), difficilmente giunge a rappresentare nell’opera la propria condizione unica. Dante inizia aderendo allo Stil Novo. Ma lo Stil Novo gli permette di esprimere la propria personalità artistica in maniera completa? Se questo avviene, non vedo perché lo si dovrebbe giudicare negativamente. In caso contrario, la valutazione è diversa. Conosciamo benissimo, tuttavia, la distanza di valore tra La vita nova e La Commedia. E – procedo per assurdo – se oggi un poeta fosse in grado di rappresentare l’essenza della sua persona mediante gli stessi principi dello Stil Novo, non esisterebbero ragioni per denigrarlo unicamente per questo motivo.
Del resto, lo stesso de Saussure aveva lucidamente indicato l’aspetto individuale e l’aspetto collettivo della lingua nei termini di parole e di langue. Lo stile altro non è che l’uso personale di uno strumento codificato, in cui si uniscono, si dividono, contrastano e si incontrano ambedue gli elementi. Come la langue esiste soltanto dopo e in virtù della moltitudine di parole, così la codificazione stilistica esiste unicamente in virtù di opere realizzate. Stile e langue sono astrazioni, opera e parole sono realtà. Non esiste la langue se non nelle grammatiche e nei vocabolari. Quando si parla dello stile e lo si codifica, si esce dalla sfera reale per entrare nel mondo della logica, della definizione e della razionalizzazione. La scelta di un lessico aulico o quotidiano, pertanto, è affidato alla responsabilità di rappresentare in modo personale l’aspetto comune da parte del poeta nei confronti di se stesso e del lettore.
Alla luce di questa posizione vanno, quindi, ridimensionate (non eliminate) le discussioni sulle modalità poetiche come il problema dell’“io” e questioni simili. Si deve usare la prima o la terza persona? Che differenza sostanziale intercorre tra dire “io” o dire “lui”? Ci sarà una differenza di punto di osservazione, ma si possono benissimo attribuire a tutti e due i punti identici orizzonti di visione e di senso. I risultati possono essere diversi sotto il profilo della realizzazione, perché non si tratta soltanto di un cambio grammaticale, ma la scelta sostanzialmente non muta. In ogni caso, è evidente che un soggetto (io, tu, egli, noi, voi, essi…) esiste in poesia, anche quando viene sottinteso, come hanno concluso anche i teorici del Naturalismo e del Verismo. L’impersonalità dell’arte è solo un ritrovato stilistico: è l’occhio dietro alla telecamera o all’apparecchio fotografico che opera ogni manovra e compie le scelte. L’immagine vive di questo occhio e non viceversa. Dopo Kant, solo lo scientismo può pensare che si possa raggiungere l’oggettività. Questo limite umano costituisce un elemento del personalismo, in cui va compreso anche il concetto “limitato” di “realismo”, attribuibile alla condizione ontologica della persona più che alla realizzazione dell’opera.
Nel concetto di strumento includiamo anche l’annosa quaestio tra forma e contenuto, la cui separazione avviene unicamente nell’astrattezza dell’intelletto. L’essenza fisica, psichica, emotiva, sentimentale, razionale, culturale di una persona, infatti, non si realizza in un’idea, come avviene nella cosiddetta “arte concettuale”, ma in un’opera in cui troviamo la vita di un singolo e di tutti, e non solo di tutti coloro che vivono nella contemporaneità e di tutti coloro che hanno contribuito a formare la precedente tradizione, ma anche di tutti coloro che saranno abitatori di questo pianeta, come è accaduto per Omero, Dante, Shakespeare, Goethe ecc. Avendo questi sommi autori parlato da “persone” a “persone”, parleranno anche ai nostri posteri, a meno che non intervenga qualche catastrofe. In questo caso cambierà il paradigma stesso della nostra stirpe.
Ecco dove sta l’inghippo: rappresentare in modo artistico/poetico l’essenza generale della persona mediante strumenti “individuali”. Per questo l’arte, la grande arte, come la grande poesia va interpretata come la verità più genuina raggiungibile dall’uomo: non esiste verità “assoluta” nella ragione che è astratta, perché è logica, non contraddittoria come lo è invece la vita. La matematica non potrà mai rendere la complessità della nostra stirpe, perché ogni problema prevede una sola soluzione, mentre l’esistente ne prevede tante quanti sono gli esseri umani.
(«Atelier», n. 95 – settembre 2019)
