
Uno straordinario compagno di viaggio. Su I visitatori celesti di Chandra Candiani
di Giorgio Morale
“Imparerai la vita delicata”. Questa è l’indicazione che il ciliegio dà a Chandra Candiani a cui, “prima di partire per una vacanza al mare, la schiena doleva tanto e ogni passo era difficile”. La vita delicata richiede di non forzare, di fare sì che “i gesti diventino forme di cura e di creazione di nuovi passaggi per attutire il dolore e vivere pienamente l’attività”. La lezione del ciliegio è di quelle “che ’ntender no la può chi no la prova”, e così tante piccole e grandi scoperte e constatazioni che questo libro custodisce.
I visitatori celesti, pubblicato nella collana einaudiana di saggi brevi “Vele”, parla di ciò che per noi c’è di più intimo, talmente intimo che, se non fosse detto da una voce delicata come quella di Chandra Candiani, potrebbe sembrare sconveniente: come il corpo, il dolore fisico, la malattia, la vecchiaia, la morte. Perché questi sono i visitatori celesti:
sono quattro figure che portano un messaggio: non si scappa dall’invecchiare, dall’ammalarsi, dal morire, ma c’è una Via, opposta all’oblio, che nell’affrontarli trascende il danno e la sofferenza. Sono ‘messaggeri’, perché portano un messaggio che risveglia, e ‘celesti’ perché ci aprono la soglia di significati altrimenti ignorati.
Ma, come scrive Candiani, “non sempre sono accolti come messaggeri”. Per lo più sono fatti oggetto di odio e suscitano crucci, bestemmie e imprecazioni, si fa fatica ad accoglierli in un modo che trascenda il danno e la sofferenza, e avviene così anche nel Pensiero VI di Leopardi:
La morte non è un male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.
In realtà i visitatori celesti sono una banda affiatata e agiscono in combutta fra di loro, ognuno con la propria specificità, la propria identità e le proprie manifestazioni caratteristiche, ma le loro attività sono convergenti e, pur in modi imprevedibili, conducono tutti alla meta finale, alla morte che possiamo considerare la capa della banda. Difatti ogni visitatore celeste percorre tutte le sezioni del libro di Candiani. Solo per fare qualche esempio: nella sezione dedicata alla vecchiaia si parla del mal di schiena che riguarda la malattia, e ci sono indicazioni come “Togliere, rinunciare sono gesti e attitudini molto attivi che aprono possibilità” che potrebbero figurare nella sezione dedicata alla Via. Mentre nella sezione dedicata alla morte troviamo osservazioni che riguardano la vecchiaia, come ad esempio questa: “Il senso del corpo cambia, diventa un insieme fluido di sensazioni in costante mutamento”, e osservazioni che riguardano la malattia, come ad esempio quando si parla del “coraggio di incontrare il dolore, non esiliarlo, di incorporarlo come parte di un’interezza dell’essere”.
La vecchiaia, la malattia, la morte sono così intrecciati perché sono gli elementi che caratterizzano la natura umana e che perciò ci definiscono. La morte, capobanda, li contiene e li riassume tutti. “La morte ci collega a tutti gli esseri, non solo umani”, scrive Candiani. E tutti i viventi, piante o animali, sono unici perché vivono la propria vita, ovvero perché nascono e muoiono. Senza vita e morte non esiste individualità. Essere consapevoli della morte vuol dire essere consapevoli del proprio essere, della propria vita e di se stessi, nella coscienza che “Ogni cosa, ogni essere è e non è”. I visitatori celesti perciò è un libro che ci riguarda tutti.
Ciononostante I visitatori celesti non è un libro per tutti. Per alcuni questo può essere un libro da portare sempre con sé e da tenere sul comodino, ma per tanti altri può essere un libro difficile o scomodo. Esso richiede una disponibilità che si manifesti con attitudine alla domanda e all’ascolto. Invece la storia umana è segnata dalla “fuga dalla morte”, come scrive Norman Brown ne La vita contro la morte ed “è la fuga dalla morte che lascia l’umanità con il problema di cosa fare della propria innata morte biologica, cosa fare della propria morte repressa”.
“Cosa fare della morte” è la domanda che alimenta tutte le religioni, le filosofie e le arti. Il primo poema dell’umanità, Gilgamesh, narra le avventure dell’eroe omonimo per vincere la morte. Il primo poema dell’Occidente, l’Iliade, ha come somma saggezza che “qual delle foglie, tale è la stirpe degli umani”. Il turbamento che spinge il principe Siddharta alla via che porta all’illuminazione comincia con la scoperta che esistono vecchiaia, malattia e morte. Il messaggio di Cristo annuncia il superamento della morte: “chi crede in me, anche se muore, vivrà, chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Gv 11,25).
Eppure, come scrive Chandra Candiani, “L’impero della luce, della chiarezza, della ragione ha tolto accesso alle verità del buio, del sogno, dell’assenza, dell’oscuro. Una perdita terribile che ci sottrae vastissime zone del sapere, dello sperimentare, del vivere pienamente”. Infatti, per quanto viviamo in un Occidente popolato principalmente da anziani – o forse proprio per questo – e per quanto epidemie e guerre dominino quotidianamente i nostri mass media – o forse proprio per questo – vecchiaia, malattia e morte oggi da noi sono un tabù più del sesso. Sono realtà esibite e spettacolarizzate quando coinvolgono territori e popolazioni lontane, ma celate come sconvenienze quando ci coinvolgono da vicino. Tant’è vero che è dagli anni Cinquanta del secolo scorso che Philippe Ariès e Edgar Morin hanno cominciato a parlare di rimozione della morte.
“Non solo il dolore della morte non lo si vive più insieme,” scrive Candiani, “ma ci si deve isolare per vivere in pace il lungo percorso di vedersi separati da persone con cui abbiamo vissuto anni d’amore”. È così posto il tema della socialità, che è la premessa per vivere umanamente tutti i mali, dato l’essere relazionale dell’uomo. Ancora negli anni Sessanta ricordo che nel mio paese in Sicilia la notizia di una morte si diffondeva nel quartiere e tutti, anche i bambini, accorrevano a vedere il morto. La porta di casa era aperta, la salma era esposta in modo che tutti potessero vedere, circondata da donne piangenti che secondo una tradizione antichissima improvvisavano cantilene in lamento e in lode del defunto. Ci si spingeva, si sgomitava, tutti a turno volevamo vedere e ascoltare. La situazione è precipitata nell’ultimo mezzo secolo. Una elaborazione collettiva della morte nella nostra quotidianità manca, visto come si moltiplicano negli ultimi decenni libri di ars moriendi e di accompagnamento alla morte, segno della necessità di imparare da un libro quello che per millenni l’umanità ha sempre saputo e condiviso per esperienza diretta.
I visitatori celesti si distingue da questi libri. Esso non è una ars moriendi che ci dica come morire bene né una laudatio mortis animata da disprezzo del mondo. La morte non è presente come il passaggio alla vita vera, eterna, alla maniera cristiana, né come un nulla perché quando ci siamo noi non c’è lei e, viceversa, quando c’è lei non ci siamo noi, alla maniera epicurea, né come il terrore medievale che si esprimeva nella danza macabra e nel trionfo della morte. In questo libro la morte, con i suoi compagni di banda che si chiamano vecchiaia e malattia, non è desiderata e non è maledetta. In realtà I visitatori celesti è un canto intimissimo alla vita, a tutta la vita, anche a quella più fragile e incerta.
Ce lo mostra parlando dei messaggi dei visitatori, non alla maniera di chi insegna ma narrando un sapere acquisito attraverso crisi profonde. Esistono i danni della vecchiaia, è vero, da non minimizzare perché “Togliere tragicità alla vecchiaia, come a qualunque altro fenomeno dell’esistenza, è toglierle dignità”. Così vediamo che “Il corpo diventa sempre più inabitabile… Certe volte cerco una parola che non c’è… Anche i ricordi si attenuano o si confondono”. Però la vecchiaia “forse non è solo male, è un modo per accompagnarci più o meno gentilmente all’uscita”. E nel frattempo “Ci si trasferisce in una nuova terra, più friabile è vero ma più aperta e spaziosa”, dove finalmente possiamo “Vivere senza dovere o volere piacere”, dove possiamo avere “la possibilità di non prenderlo sul serio (l’ego) e di passare a qualcosa di più ampio” e vedere “ciò che conta, che resta”.
Incalcolabili i danni della malattia, probabilmente il più ostico dei visitatori, spesso collegata al dolore che può essere violento fino alla insopportabilità e fino al punto che, come scrive Elaine Scarry ne La sofferenza del corpo, non ci sono le parole per dirlo. Eppure Candiani accompagna il lettore a vedere il dolore come “parte dell’interezza dell’essere” e a sentire il suo messaggio:
C’è il tempo delle maledizioni, del “perché proprio a me?”, c’è il tempo del combattimento, dell’odio per i sani, e quello della rassegnazione e poi c’è un tempo asciutto, quasi desertico o almeno deserto di parole, dove si sente questo essenziale amore e chiamarlo ‘amore’ è già troppo poco essenziale. Una specie di gratitudine per niente e verso nessuno, una gratitudine centrale e cellulare che fa commuovere di ogni respiro, di ogni attimo senza dolore, di ogni sospensione di parole descrittive, di ogni istante di solo essere.
Così, senza togliere tragicità nemmeno alla malattia, Candiani disegna una mappa per l’ascolto del corpo – Mappa per l’ascolto è una poesia di Candiani che Silvia Guidi ha ricordato recensendo I visitatori celesti (vedi qui e qui). La conclusione della parte del libro dedicata alla malattia si può riassumere nell’affermazione che “Il vero miracolo non è la guarigione ma sapere come stare con il male”. Ma è impreziosita da una attenta fenomenologia del male di cui qui si può portare solo qualche esempio:
la malattia, senza preliminari, fa balzare in una profonda, tenera intimità con se stessi. Si diventa amici di sé, si impara a parlarsi, a tenersi, a sapere di cosa si ha bisogno, ad accompagnarsi… Spesso scende su di noi una leggera, tenera tristezza. Non è da temere né tanto meno da scacciare, è la conoscenza dell’impermanenza, della vulnerabilità, la sua iniziale malinconia, la futura compassione.
Coltissima e consapevole di quanto dicono religioni, antropologia, storia, letteratura, filosofia, ma lasciando questi saperi sullo sfondo per essere soprattutto fedele alla propria esperienza e in ascolto del proprio vissuto, del corpo e del cuore, Chandra Candiani ci porta a riflettere che “La vita è vastissima e si chiama anche morte”. Ci mostra con meraviglia come camminando nel bosco sia evidente “l’abbraccio aggrovigliato di vita e morte”. Ci mostra come nella vita non vale quel principio perverso dell’economia liberale della crescita continua, e che, anche se “Tutto quello che ha davanti il segno meno noi lo temiamo a priori, è non-vita, anziché nuova forma in cui la vita si esprime”, tuttavia “Togliere, rinunciare sono gesti e attitudini molto attivi che aprono possibilità… scoprire un nuovo vuoto fa battere il cuore”. Tutto questo ha alla base una visione del mondo secondo cui “la trascendenza non è andare oltre ma stare tra le cose, stare con il mondo, conoscere i mondi, gli spazi intermedi, le soste, le pause, stare con tutto quello che capita e che percepiamo”.
Il quarto visitatore è la Via, e la Via per Chandra Candiani è il Buddhismo, da lei appreso dai bhikkhu, i monaci del Buddha della tradizione theravada, di alcuni dei quali lei stessa ha tradotto i libri in italiano. Ma le parole del Buddha sono diventate pratica ed esperienza, con la consapevolezza che “Le Vie sono tante, non penso che la Via del Buddha sia l’unica né la migliore; solo, è a misura dell’insaziata domanda che, cadendo sulla Terra, ho portato con me”. Io non ho incontrato il Buddhismo, ma mi ritrovo con quanto dice il monaco buddhista Ajahn Sumedho: “Non siamo disposti a credere alle dottrine, agli insegnamenti, ad alcunché ci provenga dall’esterno. Vogliamo scoprire la verità per conto nostro”.
I visitatori celesti è parte del cammino di Chandra Candiani, e lei ne prende nota facendolo, e il fatto che ce lo comunichi a cuore aperto, con lo sguardo incantato della poesia e con la qualità emotiva e l’intensificazione del linguaggio che conosciamo dai suoi versi, fa del suo libro uno straordinario compagno di viaggio.

Immensa emozione, lacrime vuote e piene…..
Parole balsamiche che lasciano tenerezza
Ti adoro
(…) per tanti altri può essere un libro difficile o scomodo.
Il valore di queste parole in merito a un’opera di apertura all’intelligenza del sentire – del cuore – della vita stessa. La generosità dell’offerta, il prezioso lavoro di questa poeta, Chandra Candiani.
Gratitudine e ascolto, e molto altro toccare attraverso la poesia il percorso stesso con la leggerezza di tratto che è profondità di lettura e di scandaglio del reale nel sogno che stare al mondo può rappresentare di per sé.
L’intera opera sfaccettata (e davvero non per tutti i lettori “comoda”) di Chandra Candiani è davvero una rarità e si unisce a quelle pubblicazioni, a mio avviso davvero poche, che rendono grazia al fatto che la poesia è veramente, se non fa maiuscoli assoluti rumori credendo di offrire chissà che verità, cosa vivissima (e più vera che mai), addirittura palpabile attraverso lo sguardo che certe visioni/pratiche non presuntuose saccenti o pseudo intellettuali, sanno con gentilezza e talento offrirci. Scrittura di occasioni di risveglio e di ironia e sentire l’importanza stessa della letteratura come capacità di espressione e respiro, senza la seriosità di certo pretendere chissà che “messaggio”. Piena di scintille e di grande stile.
G.
Dimenticavo: la delicatezza di cui dice Giorgio Morale, talvolta potrebbe davvero salvarci. E Candiani ne è fruitrice perché il suo stesso scrivere ha questo tocco.