Ugo Mauthe, L’equilibrio del niente, Prefazione di Alfredo Rienzi, puntoacapo 2024
La prima annotazione che mi sembra pertinente è riferita al titolo: Niente è un termine ben diverso da Nulla, che rimanda a una dimensione filosofica e scientifica, laddove Niente è più vicina al parlato quotidiano: Mauthe non vuole fare filosofia in versi bensì proporre riflessioni poetiche, in una raccolta in cui uno dei denominatori comuni è l’uso di un linguaggio basso, mai esibito nei toni e nelle scelte. Ci avvicina al tema, ce lo presenta senza ostentare. Ma la riflessione c’è, ed è forte, oltre che ben calata nei versi.
Questo ci esime dalla antipatica definizione di “poesia filosofica”, per cui in genere il primo termine è spesso offuscato dalla grevità del secondo. Mauthe, al contrario, mostra sempre levità di tocco, esperienza nel variare i toni, che non sono mai troppo distanti dalla riflessione ironica, razionale, con note di una saggezza che fa sempre bene associare al lavoro di poeta. Di più: alcuni testi mettono in evidenza un lato non secondario, anzi un asse portante della poesia di Mauthe, che è una giocosità mai esibita che bene si innesta nella sua poetica, e che si impernia sul gioco di parole e di pensiero (pp. 80, 36), a illuminare una versificazione sì leggera ma pensosa, un drammatico che non si vuole trasformare in tragico e quindi si ammanta di scanzonata riflessione, quasi casuale all’apparenza ma in realtà metabolizzata, forte.
Questa riflessione viene poi compressa e quasi nientificata, come emerge in vari testi: l’estrema concisione e precisione del linguaggio, il mirare dritto al punto è una delle caratteristiche peculiari di Mauthe, come emerge da molti componimenti. Altri, un po’ più distesi sintatticamente, non tradiscono in realtà mai l’impostazione di fondo, che tende anche all’aforisma, alla frecciata precisa (p. 57).
Il libro si compone di tre sezioni, senza che queste rappresentino rigide e dogmatiche suddivisioni. In Meglio di niente Mauthe raccoglie i rimasugli del vivere, le tracce delle nostre vite sempre in procinto di sciogliersi in… nulla: “non manca molto / ma in questo poco / il poco è già molto” (p. 20) bene esemplifica il nucleo tematico. Siamo “soli” (p. 14), destinati alla polvere (p. 15), incerti su tutto (pp. 26, 29), eppure dobbiamo apprezzare quanto abbiamo. Piccola preziosa lezione di quella saggezza cui alludevo.
La seconda sezione, Cose da niente, colloca con più precisione l’uomo all’interno di un tempo (il grande tema dei temi) di cui nulla sappiamo (pp. 36, 40): inafferrabile, forse inesistente, eppure presente in molte delle equazioni che provano a spiegarci il mondo.
La terza sezione, In un niente, mi sembra sviluppare il tema della brevità cui allude il primo testo (p. 63).
Ugo Mauthe, passando all’altro lemma del titolo, “equilibrio”, addita una esigenza imprescindibile se non si vuole precipitare nella tragedia: presa consapevolezza della nostra datità, per usare un termine più preciso, non possiamo che puntare a un equilibrio fra noi e il mondo – e fra di noi – che ci permetta la danza, il sorriso, e in fondo la poesia, quello splendido mandare messaggi agli altri e a noi stessi (citando una splendida poesia del libro per essere certi di esistere (p. 36).

