Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I.N.R.I (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum)

 

«In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

[Gv 18,33b-37]

Nasce dall’iscrizione sulla croce l’appellativo di Re, riservato a Cristo. Un re che sta mostrando il suo volto di debolezza e di fragilità. Dov’è il potere del re? Dove ne è la forza?

La Festa di Cristo Re non è molto in linea con la nostra sensibilità contemporanea, eppure, a ben guardare, mostra un aspetto rivoluzionario, nascosto in un linguaggio d’altri tempi.

Era il 1925 quando Pio XI istituì la Festa di Cristo Re. Erano tempi in cui vinceva chi mostrava più forza, in cui il modello era di potenza di supremazia, culturale, razziale, politica e perfino religiosa.

In Italia, Mussolini era capo del governo ed aveva appena inaugurato la dittatura, anche in Spagna c’era la dittatura (non ancora di Franco), in Russia c’era stata da poco la rivoluzione e in Germania tirava un’aria certamente non incline a mostrare il voltodi debolezza e di servizio. In questo contesto,  proclamare un signoria che non fosse politica significava rivendicare una libertà di appartenenza, che, senza voler essere “sediziosa” (come si legge nell’enciclica Quas Primas) aveva certamente un germe rivoluzionario, in quanto riconosceva la propria appartenenza e la propria obbedienza solo a Cristo. Anche la prima comunità cristiana, di fronte a Cesare, aveva proclamato che Gesù Cristo è Signore ( e non l’imperatore), minando così le basi del potere imperiale.

Si tratta però sempre di un linguaggio che esprime potere, anche se si sposta la supremazia dal campo politico a quello spirituale.

Altro è il linguaggio evangelico. Qui, il re non è colui che esercita il potere, in qualsiasi senso, ma colui che testimonia la “verità”. Pilato non capisce. Per lui la “verità” è questione filosofica, buona per perditempo, per chi non ha cose “serie” a cui pensare. «Che cos’è la verità?».

Al massimo si può parlare di cose vere e di cose false, giudicate con una fondata evidenza pratica. È vero quello che appare evidentemente vero, che non contraddice una sanità mentale condivisa dalla maggioranza dei giudicanti.

« Io sono la verità» aveva detto Gesù nel vangelo di Giovanni. Non la mia idea, non la mia religione, non il mio popolo, ma Io. La mia persona è la verità. Dunque, alla domanda di Pilato, la risposta corretta è nella riformulazione della domanda: non “che cos’è”, ma “Chi è la verità”. Non  c’è verità impersonale, un manifesto a cui aderire per essere giusti e buoni. La verità non è da cercare nelle elucubrazioni filosofiche o teologiche, che finiscono sempre per creare divisioni e settarismi fra chi appartiene (crede di appartenere) alla verità e  chi ne è considerato fuori. Per il cristiano, la verità è Cristo e c’è un solo modo per conoscerla: entrare in relazione con lui. È nella relazione con l’altro che risiede la verità ed a questa si deve rendere testimonianza. Anche il re è testimone della sua relazione con il Padre. Qui è la verità che si incarna e diventa Storia.

Se tutto questo è vero, la verità è totale alterità che diventa totale appartenenza. Totale potere che si  manifesta nella totale perdita. Totale forza che si esprime nella totale fragilità e debolezza.  

Ogni manifestazione di forza e di potere, di supremazia e di soverchiamento, di arroccamenti e di difese di confini, sono l’esatto opposto della regalità di Cristo. Riconoscere questa è riconoscere l’accoglienza e il servizio, la perdita di sé, come criteri di ricerca e di testimonianza della verità,  in un  mondo sempre più “muscolare” , sempre meno disposto a riconoscere le ragioni dell’altro, sempre più preoccupato a difendersi, sempre più impaurito.

Cristo Re è affermazione di universalità e di caduta dei confini, è inclusione di alterità riconoscendole come tali, è verità plurale perché plurime sono le lingue e i linguaggi che gli uomini usano quando vogliono parlare di qualcosa che è più grande di loro.

Il cristiano osa sperare che tutta la storia stia andando in quella direzione. Nel frattempo, coloro che sentono di appartenere a Cristo Re e Profeta, “abbiano gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,6-11). Abbiano la lungimiranza del re e il coraggio del profeta.

Abbiano la povertà di una verità pellegrina.  

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Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuliana

    È veramente un forte messaggio quello che ci viene presentato nel vangelo, ma credo che sarebbe veramente difficile da comprendere se non in questo senso
    Cristo Re è affermazione di universalità e di caduta dei confini, è inclusione di alterità riconoscendole come tali, è verità plurale perché plurime sono le lingue e i linguaggi che gli uomini usano quando vogliono parlare di qualcosa che è più grande di loro.
    Ed è un messaggio di cui tutti abbiamo veramente un gran bisogno

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