Il vintage mortuario del Corriere della Sera

di Fabrizio Centofanti

Ormai da tempo il Corriere della Sera dedica uno spazio a un memoriale sui generis: la rievocazione del passato di personaggi, più o meno famosi, che presentano episodi salienti legati al loro vero o presunto successo. L’operazione è piuttosto deprimente, perché fa capo a figure  semisconosciute, il cui passato vincente interessa forse solo loro, e si risolve nel ricordo di un contatto fuggitivo con la star di turno. Altre volte, nel caso di “famosi di fatto”, mette in luce la natura effimera del successo stesso, che più è presentato come vivo più si percepisce come funebre: un necrologio di azioni e reazioni corrispondenti a ciò che nella Bibbia è definito havel, ossia vuoto. Vanità delle vanità, dice Qoelet, havel havelim, vuoto dei vuoti.

I Padri della Chiesa sostenevano, al contrario, che la memoria vincente è la memoria dell’amore, l’esperienza dell’incontro con L’Altro. L’io è un Altro, come ha detto qualcuno, e il successo è diventarne consapevoli.

Se il Corriere intervistasse me, avrei da raccontare diversi episodi di contatti con le star mondane, ma sarebbe più utile citare l’incontro con un uomo dalla stazza notevole, dai capelli un po’ lunghi, col vestito faticosamente ritagliato sull’eccedenza del corpo. Era all’ingresso o all’uscita di un teatro di Roma, in cui si dava uno spettacolo – forse – su Italo Calvino, perché avevo portato con me il mio libro fresco di stampa su di lui. Avvistato l’omone, lo raggiunsi e gli offrii la mia pubblicazione con due parole di accompagnamento. Lui mi sorrise. Accettò il libro con una battuta che ormai ho dimenticato, ma che trovai acuta e sincera. Citerei quest’episodio perché dimostra due cose: primo, la memoria del mondo è destinata alla dimenticanza; secondo, ciò che resta è l’altro, la sua disponibilità, la sua presenza. Come recita il finale di un racconto di Calvino: ho fatto tutto il giro e ho capito, il mondo si legge all’incontrario.

Bisogna essere grati al Corriere della Sera, perché ci ragguaglia ogni giorno su ciò che non rimane, e dunque non funziona; ma anche all’omone, Giuliano Ferrara, protagonista ignaro e vincente di un vintage non mortuario.

2 pensieri su “Il vintage mortuario del Corriere della Sera

  1. Ema

    Pare il successo dolcissimo
    a chi non l’ha conosciuto.
    Solo chi ne sa doloroso il bisogno
    conosce il sapore di un nettare.

    Non uno della Folla purpurea
    che oggi ha conquistato la bandiera
    saprà con tanta chiarezza
    dire ciò che vittoria è

    come chi – nell’agonia
    dell’esclusione – battuto – sente risuonare
    dilacerato e preciso
    lo stridore lontano del trionfo.
    E. Dickinson

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