Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 2

Il Cibo 2. Il cibo che non sazia

“Non so perché lo faccio… Mi vedo farlo, ma non sono io… non è il vero me stesso… Quando mi guardo allo specchio non sono un mostro…”. Si confessa, si lascia andare, cerca di capire, di resistere all’avvilimento, il ragazzo grasso seduto curvo, le mani intrecciate, circondato da altre persone con evidenti problemi di peso che attendono il loro turno per parlare. Quando la riunione viene sciolta dal rassicurante terapeuta, “Alla prossima volta, stessa ora…”, seguiamo una di queste persone, che s’incammina per strada: è consapevole degli sguardi derisori lanciati di sottecchi da alcune snelle ragazze, è consapevole delle vetrine colme di ottimo cibo; gocciolante di sudore, giunge infine a casa, dove non gli resta che aprire il frigorifero e ingozzarsi. Ed è la stessa persona che ritroviamo mentre sta per varcare la soglia di un commissariato, salutato con rispetto apparente, “Buongiorno signor commissario…”, “Buongiorno, capo!”. Ma l’uomo obeso, ora, non suda più; il volto è torvo ed esprime una grinta non effimera.

Il mangione, scritto da Tonino Benacquista, disegnato da Jacques Ferrandez, è un fumetto aspro, che non fa sconti ai propri personaggi. I funzionari di polizia risultano per la maggior parte meschini e inetti, i dottori appaiono sarcastici o rassegnati, gli obesi pur facendo sforzi sono incapaci di sostenersi a vicenda. Anche il commissario, l’uomo che mangia compulsivamente, che chiede al cibo l’aiuto indispensabile per placarsi, per dimenticare, è una figura poco gradevole, capace di costringere una giovane studentessa di Belle Arti, che ha ucciso il proprio viscido amante, ad uno strano patto: la donna, in cambio della libertà, dovrà recarsi da lui “tutte le sere dalle 21 alle 23 per un anno intero a partire da oggi, giovedì 3 giugno”. E tutte le sere sarà costretta ad assistere al suo lauto pasto. Perché fin dal titolo – e dalla copertina, che riprende una vignetta interna, con il commissario che scruta angosciato e voglioso i formaggi, le salsicce, i ravioli, i dolci che rigurgitano dal frigorifero – il cibo è non solo il filo conduttore ma il gran protagonista di questo fumetto.
La donna, la colpevole, deve solo sedersi a tavola con il suo torturatore, che è anche il suo angelo custode; deve solo star lì, guardarlo mangiare. Anche se poi, pian piano, qualcosa cambia; il commissario, che presiede al grottesco rito in giacca e cravatta, finisce per mettersi ai fornelli, tenta di indurla all’assaggio e ci riesce, diventa lui il guardone, lei quella che consuma; finché la complicità deborda e la donna – la sua vittima? – si offre di preparagli un piatto, giunge a fargli il ritratto, si spingono a vedere la televisione assieme (sul piccolo schermo scorrono le immagini del Casanova di Fellini e lei gli chiede: “Il suo unico vero amore era quella bambola?”); e mentre lui perde progressivamente peso, lei s’affeziona, si confida… ma intanto, un funzionario di polizia più sveglio degli altri tiene d’occhio la casa.
C’è un segreto, naturalmente, dietro il comportamento del commissario; un segreto che lo ha trasformato suo malgrado in un omone di 160 chili, deciso poi a ritrovare la salute mettendo in scena la sua giustizia. Il mistero da risolvere, tuttavia, il clima noir del fumetto, è solo la cornice intrigante di un quadro in cui campeggia indiscussa l’ossessione, quel senso di colpa che attanaglia i personaggi e che si incarna letteralmente nel corpo del commissario attraverso il cibo. I dialoghi sprezzanti o compassionevoli, comunque scabri, di Benacquista, i disegni in bianco e nero, pastosi ed impietosi assieme, di Ferrandez, tratteggiano un mondo privo di certezze, dove nessun atto, nessun gesto è privo di conseguenze. “Abbiamo tutti diritto ad un esame di riparazione. Concedetevelo…”: è il consiglio, l’invito del commissario, che aveva sempre taciuto alla riunione degli obesi anonimi, quando si decide a raccontare la sua storia. E tuttavia, un finale sospeso ci mette in guardia: per lui, per l’uomo d’ordine che ha rinunziato al cibo, alla sua umanissima droga, sarà molto difficile riscrivere il passato.

Tonino Benacquista/Jacques Ferrandez, Il mangione, Q Press 2006

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