POESIA E POLITICA.33. Giovanni Nuscis

 

Ai forti, ai furbi, ai cinici,

con carriarmati e rapine

e basse operazioni,

vanno le terre, il potere la ricchezza.

L’acqua è di chi ha le taniche e le braccia

per prenderla.

 

Colline di ossa lascia qua e là il minotauro

lungo i labirinti del pianeta

tra mercati finanziari, industrie, gabinetti politici.

 

Noi  lo nutriamo come un figlio

coi nostri scarsi averi, il nostro ingenuo assenso.

 

Impassibile ai lamenti, il sole

continua a picchiare sulle fronti

e sulle nuche inermi.

 

Confusa è la strada, l’origine, la meta.

 

Santo è chi resiste. Non può esaurirsi

la pazienza delle madri giunte fino a qui

da altri sogni, da altro tempo

anch’esso miserabile ed ingiusto;

propizio solo per alcune; per le altre

solo tracce di qualcosa in dissolvenza.

 

Cose che non fanno cronaca

non c’è nulla ormai che generi indignazione

fino a indurre a reagire.

Nulla in fondo è così grave.

 

Sono i troppi accadimenti, ogni giorno

a spegnere la forza, la voce, a legare le mani.

Tutto si fa piccolo, ordinario, e si dimentica.

 

Quei fili che attraversano le vite d’ogni popolo

vibrano per mano di qualcuno.

 

Non sarà alba di speranza

quella che non toglie la polvere dagli occhi.

 

Spaccato in due lo schermo di proiezione

vedremo barcollante, di spalle, che s’allontana

un senza nome, un senza storia

ci spiacerà vederlo scomparire.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *