La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio

Fare luce con la poesia – intervista a Marco Onofrio

C’è una luce fisica – che illumina il mondo attraverso la conoscenza – e una luce metafisica che entra nel mistero del visibile e apre alla visionarietà dell’immaginazione. Per Marco Onofrio il poeta è colui che è capace di passare dal visivo al visionario, attraverso una poesia che sia in grado di esaltare la luce e cantare la meraviglia e la bellezza del creato.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Cantare il buio non dovrebbe implicarne l’automatico elogio, ma la coscienza della sua necessità teleologica, finalizzata al superamento nella luce, come mostra per sempre Dante con la Commedia. Molti poeti, invece, si sentono così affini e consustanziali al buio da eleggere l’inferno come meta ultima di un viaggio che non parte neppure, poiché sembra più facile e più conveniente restare nel porcile a sguazzare nel fango. Il buio della morte in questi casi è semplicemente il buio della loro anima spenta o malata, incapace di comprendere che la morte apre il varco alla Luce assoluta. Di questa Luce la poesia deve afferrare e restituirci le scintille, i segnali, i palpiti di premonizione. E il modo migliore per farlo è, secondo me, dedicarsi a cantare la vita e dedicare il canto alla vita, che di per sé è indubbiamente sacra. Un canto cosmico e umano entro cui collocarci, o ricollocarci, nel giusto equilibrio creaturale. La parola poetica, quando è autentica, restituisce i pilastri del mondo. Ci riappropria di noi stessi, del nostro fulcro libero e creativo. Articola l’apertura del vuoto circostante, ma segna anche l’argine di resistenza che possiamo opporgli. Costruisce una casa di solide fondamenta sulle rovine incessanti del tempo, il tiranno implacabile che divora e riduce in polvere qualunque apparizione della vita.

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Assolutamente sì, può e deve. La narcosi del sacro ha prodotto danni irreparabili. I poteri mondiali hanno auspicato e programmato un sistematico abbrutimento delle coscienze per meglio imporre i loro traffici e i loro interessi. Il laicismo imperante, anziché emancipare gli individui, ha sdoganato gli aspetti peggiori dell’uomo. Molta poesia, purtroppo, si è fatta amplificatrice di questi disvalori contribuendo a rendere impraticabili certe posizioni “costruttive” del pensiero. I buoni e i giusti – in tale scenario distopico – sono costretti a vergognarsi d’esserlo, di proclamare il loro “credo” nei valori della vita, finanche di usare certe parole. Ritengo che, contro la moda e la posa del “pensiero debole”, della dismissione dai valori e dei valori, dello scetticismo aprioristico come requisito di scaltrezza e intelligenza, la poesia debba chiamarsi a rinnovare perennemente la dicibilità del mondo, riequilibrando in chiave umanistica la perdita del “fondamento” che il mito occidentale dello sviluppo illimitato ha imposto a tutto il pianeta, con le conseguenze perniciose che sappiamo. Il mio poeta ideale non specula sul negativismo, non si proclama ateo perché altrimenti lo prendono in giro, non si bamboleggia in pose blasé per apparire scaltro e “alla moda”, ma punta dritto al cuore delle cose, senza tergiversare, e così impara e insegna “ad ora ad ora” come “l’uom s’etterna”, rintracciando dal buio della selva a cui siamo aggrovigliati la scintilla della nostra immensità, appunto la luce.

Cos’è per te la luce?

La luce per me è l’apertura del mondo, dinanzi e intorno a noi, in un attimo preciso della Creazione: un attimo da sempre previsto e irripetibile; quindi, unico e prezioso come la scintilla che vi scocca nel manifestarsi. Nel baluginio istantaneo di ogni fotone, cioè nella flagranza del suo cronotopo, c’è la misura infinita del tempo e la sua stessa radice eterna. La luce, quella luce (di quel giorno, quell’attimo, quel luogo) ci colloca all’interno della storia come testimoni dell’essere e del tempo. La luce è strettamente legata alla memoria, non a caso la parola “fosforo” viene dal greco phosphòros, cioè “portatore di luce”. Così siamo anche noi, quando ricordiamo: portatori di luce. E cos’altro è la fotografia, se non scrittura di luce? Ed è arte della memoria proprio nella sua capacità di fermare l’attimo della luce, estraendolo dal divenire. Però la luce non è solo fenomeno ottico. La sua essenza spirituale non appartiene al tempo, viene da una sorgente che non è il Sole ma irradia in senso metafisico, tanto che la catturiamo anche e soprattutto ad occhi chiusi. È la Luce Madre di origine divina da cui siamo creati e a cui ritorneremo dopo l’ultimo respiro: non è soggetta a tramonti, ma splende incorruttibile anche sotto il nero più denso e profondo del cielo stellato. A questo bagliore inconcepibile tende il poeta, anticipando da vivo l’attimo eterno della sua morte corporale. Se la luce fisica ci svela il visivo dell’invisibile, la luce metafisica trattiene il mistero del visibile, ovvero la verità sostanziale che sfugge sempre ai sensi e alla ragione. Anche la luce fisica mostra, ad occhi sensibili, l’incredibile realtà di ciò che esiste. Ma è solo l’incipit del percorso di conoscenza: ogni fotone è lo stelo di un fiore, è un principio di rivelazione, è una porta socchiusa sulla Luce Madre. L’occhio del poeta deve abilitarsi a questa continua traduzione del visivo nel visionario, e viceversa, per dare voce al mistero delle “cose immense” nelle quali siamo immersi e di cui facciamo parte.

La parola ai versi

Minimi Incanti

Era così bello il sole
della nostra infanzia.
Quante giornate felici!

Dettagli innumerevoli
fiorivano in sequenze
dal sortilegio dei
minimi incanti.

Attimi come secoli
eternamente vivi
dentro gli occhi.

Tremore dei cieli stellati
che si vedono quando
li chiudiamo.

Dov’è finita
tutta quella luce?

Capire la Luce

l’essenza e la purezza
del suo dono
oltre le cose infinite
che apre allo sguardo
manifestando al tempo
l’esistente.

C’è un battito simultaneo
nei legami invisibili.
Anello dentro anello,
ogni cosa obbedisce
a un ordine segreto.

Meraviglioso inno
in fondo al cielo
suona nel silenzio
tutto il vuoto.

Occorre riaccordare
il cuore, e avere occhi
di nuovo limpidi.

Riunirsi al grande spirito
che irradia un’altra luce
anche quando è notte
intorno a noi.

Lo splendore del mistero
non si spegne.

Esce dalle Crepe

Il giorno cola dolce
come miele
dal vaso rotto della tenebra
cosmica: brilla,
esce dalle crepe.

Ondate di amore
scendono dal cielo
irradiando luce,
estasi e profonda
comprensione.

Tutto è sacro,
tutto è struggimento
e compassione.

Luce dentro Luce

Che cosa dà luce
alla luce?
Dove va a finire
dopo che ha brillato
ogni fotone?

Luce inghiottita
dal suo stesso splendore.

Luce dentro luce
estrae dal centro
la traiettoria a stella
che porta dall’origine
alla fine.

Fulgida gioia
dello spazio aperto.

Vuoto pieno d’aria
che rimbomba
come in un deserto.

Viva, brulicante
immensità.

La luce è la mia culla
e la mia tomba.

Io abito al di là.

Marco Onofrio è nato a Roma nel 1971. Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, drammaturgo, cantautore, ha pubblicato 48 libri – tra cui 17 opere in versi – con cui ha vinto decine di premi nazionali e internazionali. È tradotto in 5 lingue. Presidente e membro di giuria in diversi premi letterari, è fra l’altro ideatore e direttore artistico del Festival poetico “Visioni”.

Un pensiero su “La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marco Onofrio

  1. Roby

    La poesia è un’amica e l’amicizia è un dono, riconoscerla come amica è una grazia e la grazia è luce.
    “Luce dentro luce”
    Grazie!

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *