Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 2

La Morte 2. Lasciti concreti e immaginari

Il primo rigo è asciutto, lapidario, introduce senza enfasi: “Mio padre era giardiniere. Ora è giardino”.
Scrive e non inventa il narratore; parla di sé, della sua famiglia, del suo paese. Restando comunque consapevole che “Ogni storia, perfino se è avvenuta ed è personale, una volta passata attraverso la lingua, quando si è rivestita di parole, non ci appartiene più, fa già parte sia dell’ordine della realtà che di quello della finzione”. Ed è tra questi due ordini, su questi due piani, alternando l’impronta giornaliera, cronachistica e l’apertura, meglio: la consegna nelle fauci del fantastico, che si muove la scrittura di Georgi Gospodinov, affermato poeta e prosatore bulgaro; scrittura sottoposta ad un continuo ‘vibrato’, dovuto alla presenza, fantasmatica o meno, di un personaggio annunciato fin dal titolo ed incombente in ogni pagina, una figura sottesa e respinta, inevitabile e temuta: la morte. Titolo peraltro, Il giardiniere e la morte, che non dà conto del terzo protagonista di questa storia, ovvero il figlio del giardiniere, lo scrittore di successo che arrotola e srotola il filo dei ricordi.

E dunque: “Di cosa parliamo quando parliamo della morte? Di chi se ne è andato o di noi? Dell’assenza stessa?”. Gospodinov non sceglie un’unica prospettiva, un privilegiato punto di vista, piuttosto mescola le carte, distribuendole lungo un percorso frastagliato, irregolare, in 91 tappe, dentro ed oltre le stazioni di una malattia prima superata, poi dimenticata, poi riapparsa e non più fronteggiabile. In tal modo, a piccoli tocchi, tra insuperate reticenze e slanci improvvisi, delinea il profilo del padre, un uomo burbero, introverso, forse più per condizionamenti ambientali che per indole; un uomo esteriormente pacato, anzi rassicurante – niente di grave, il suo ritornello preferito, il suo modo di affrontare gli eventi creando attorno a sé uno spazio di serenità condiviso –, e tuttavia suscettibile, permaloso, poco disposto a subire i piccoli e i grandi compromessi della vita; un uomo che cambia più volte mestiere per poi, giunto alla mezza età, riconoscersi e riversarsi tutto nel giardinaggio, concreta e salvifica filosofia di vita. Un ribelle placato, alla fine, che ogni anno pur di non partecipare alla doverosa adunata del regime “Fissava una seduta da un amico dentista proprio in quella data (Non vado alle loro manifestazioni!), si sedeva in balcone con un paio di vecchi pantaloni, tirava fuori il tostapeperoni, questa invenzione del socialismo bulgaro, e arrostiva peperoni tutto il giorno”.
E, di brano in brano, emerge naturalmente anche l’anima del figlio, il narratore, colui che si fa avanti socialmente, che vince la sua scommessa restando, nel quotidiano, protagonista laterale: lui è quello che osserva, che descrive, che abilmente gioca con le parole riempendole di significato, facendole risuonare, piegandole ai propri intenti. Lui è quello che richiama e ironizza, quello che giudica e si rassegna; ma anche quello che partecipa sentendosi inadeguato e che nell’ultimo brano confessa: “Non so cosa fare dei giorni e delle notti, in particolare non so cosa fare dei pomeriggi, là si è acquattata la malinconia, come una gatta, sta là e mi guarda; come un bufalo, che si è stravaccato in mezzo alla stanza e non c’è modo di girargli attorno”.
Una gatta insinuante, un bufalo ingombrante. Forme animali che prendono corpo in una stanza chiusa, lasciti immaginari di una morte che ha saputo attendere. Una morte il cui ‘vibrato’, impercettibile o assordante, attraversa la vita e il libro; e lo scrittore, che non può accettarla e non può nemmeno respingerla, si difende provando a modulare la propria musica, fatta di accorgimenti tattici infantili e di raffinate strategie narrative, uno spartito ibrido che, aggirando l’innato scetticismo, coniugando finzione e realtà, promette e si sforza di mantenere: “Da piccolo sceglievo dalla biblioteca solo i libri scritti in prima persona, perché sapevo che lì l’eroe non sarebbe morto. Eh, questo libro è scritto in prima persona, benché il suo eroe autentico muoia. Sopravvivono solo i narratori di storie, ma anche loro un giorno moriranno. Solo le storie sopravvivono. E il giardino che mio padre aveva piantato prima di andarsene”.

Georgi Gospodinov, Il giardiniere e la morte, Voland 2025

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