Fuliggine di Grazia
Luce allo specchio qui mi racconta
il sonno, dolce dopo la fatica, del bucato,
della spesa, d’essere tu, donna comune,
che legge nascostamente alla candela
di un fiore. Ma devi rigovernare la stanza.
Chiusa nella tua casa, stanca ti svegli.
Hai ombre quotidiane nel cuore, Maria?
È già un broccato di spine, il tuo riposo?
Stretta tra i mobili e le imposte, una busta
bianca ti svola vicino lo straccio dell’infinito
sul tavolo. È uscito anche il gatto, per il pasto;
é sporco di fumo il camino, fuliggine di Grazia
ritrovata tra le pentole: questo è il nero, l’unto
che racconta la pasta grezza della luce.
I potenti ossimori di “Fuliggine di grazia” rendono soave il passo mariano; traslucide presenze i quotidiani affanni, resi in controluce, come utensili o drappi appesi in trama aurea.
Le spine sono pre-sentite, destino insorto a sussulto del bene supremo. Mistero, il perimetro asfittico delle quattro mura, se il Regno è il Cielo. Vertigine inversa al baratro dell’essere Vergine posta a soglia dei mondi; foschia della conoscenza. Tenebra invisibile alla luce.
Pseudo Dionigi l’Areopagita disserta sulle tenebre, mentre “ il nero, racconta la pasta grezza della luce”.
Una visione di pura grazia, annuncio arcangelico domestico, come il gatto uscito per il pasto. Consuetudine al sacro ingaggio col tempo, sospeso, ante litteram. Creazione di infinito involto in future fasce, benedette, poste tra morte e vita.
La fugacità delle immagini interroga la quiete -apparente- delle femminee occupazioni; il linguaggio sposa i tratti del quotidiano. Irrompe poi l’insolito, inesprimibile presagio di una condizione sospesa in mandorla di luce. Il riflesso dello specchio tradisce altro destino, superno, sogno del vivere prima del tempo, caduco al brillio del giorno. L’ombra tra-lascia la sua luce, sembra essere materica presenza impressa in fuliggine volatile, voluta straniante il paradosso del perlaceo volto.
Sine macula. I sensi destreggiano manufatti o forse orchestrano l’ordine primigenio, per cui il tramonto della natura umana è già divino florilegio dell’essere. Il broccato di spine trafigge un senso vacante, atteso, che l’annunciata nascita redime solo nell’immaginario, poiché Maria “deve rigovernare la stanza”.
Attesa è – forse – l’Annunciazione.


Bellissima