Il gran rifiuto

di Fabrizio Centofanti

L’equivoco è considerare il Cristianesimo come una rinuncia.
Che esista, è impossibile negarlo, ma è quella che troviamo nel rito del Battesimo: rinunciate a satana? E a tutte le sue opere? E a tutte le sue seduzioni?
Rinunciando al male, si apre uno scenario in cui i sensi godono delle cose giuste, rendono felici di ciò che piace a Dio e alle creature che vivono a Sua immagine. Da questo punto di vista, la situazione si ribalta: il piacere mondano porta sempre con sé un’inquietudine sottile, a volte inconscia, che rovina anche quelli che sarebbero i momenti più belli della vita. È un retrogusto amaro di cui tutti abbiamo fatto esperienza; richiama alla memoria il giovane ricco del Vangelo, che rifiuta di seguire Gesù: “se ne andò via triste”; quelli da lui considerati come beni che riempivano la vita, di fronte al Cristo, non possono bastargli.

Il credente rinuncia a queste sicurezze, che nascondono un’origine precisa: satana porta Gesù su un monte altissimo, da cui sono visibili tutti i regni della terra – un simbolo, ovviamente – e gli ricorda che tutto questo è stato messo in suo potere e lui lo dà a chi vuole. Il Cristo risponde con un rifiuto di segno opposto a quello del giovane citato: a Lui non interessano i beni, ma il bene, da cui provengono i veri piaceri e la gioia profonda della vita. La rinuncia, dunque, non riguarda la bellezza, la bontà, la verità, ma la contraffazione proposta dal demonio, il quale contamina i sensi e li rende incapaci di apprezzare l’opera di Dio. Ecco perché rinunciare a satana e vivere il Battesimo è la formula vincente per essere quello che siamo, ossia persone capaci di soffrire e di gioire, di gustare fino in fondo il dono di trovarsi sulla Terra. Il gran rifiuto va fatto nella giusta direzione.

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