Non toccate, vi prego, questa pena,
questa bambina pura. Questo cuore
come la cerca, quando s’allontana!
La sua gemella: son nati insieme.
Lei, però, va sempre via.
Ieri anche il cielo si è scostato,
per permetterle di passare.
Così veloce andava…
E adesso vuol rinascere, il cuore,
per essere da sempre uguale a lei,
questa pena amata di volerti.
Bernardo De Angelis
Non toccate, vi prego, questa pena, / questa bambina pura. Non riesco a smettere di pensare a questi versi, a questa bambina pura, come la chiama Bernardo, ovvero questa pena, una pena che forse abita dentro ognuno di noi, forse ci definisce come null’altro, anche se possiamo vivere senza mai nominarla, né conoscerla.
Bernardo ci parla di una pena che il suo cuore cerca quando si allontana! Ma chi, quale essere umano, quale essere vivente cerca una pena quando questa ci concede la grazia di allontanarsi?
Gemella, la chiama, gemella del cuore, son nati insieme. Il cuore e la pena. Nati nello stesso atto d’amore, nello stesso gesto di gioia, di euforia. Il cuore, senza il quale nessuno, nessuna di noi può vivere, e la sua gemella pena. Una pena inquieta che non sa abitare il corpo, che non resiste nella trappola della carne, sente l’infinito chiamare e deve rispondere. Lei, però, va sempre via. E si è addirittura scostato il cielo, per lasciarla passare. La pena che varca la soglia del mistero, per tornare alla sua origine.
Ma da dove viene? Chi è? Perché è così amata dal poeta?
Qui si entra nel vero mistero d’amore: questa pena amata di volerti. Di volerlo. Bernardo è in continuo dialogo con Dio, Creatore, Padre. Il suo tu personale, il suo tu privato, il tu di ogni dialogo, il tu dei suoi innamoramenti, è sempre e solo Lui.
Sono come una colonna di un tempio antico,
sola rimasta in mezzo a un promontorio.
C’è solo vento qui, che m’avvolge come veste,
e il vuoto
in cui ti riconosco. Forse
non ho mai parlato a nessun altro.
Forse non ho parlato a nessun altro,
mai. Siamo sempre stati soli, su questa
punta estrema. Le uniche parole pronunciate
sono state quelle dette a Te.
Le uniche nelle quali il tempo
cedesse, mostrasse un varco, come una ferita
per cui Tu passavi. Sempre
siamo stati soli.
Entravi e uscivi per le ferite aperte
come un fiato.
Mi hai, t’ho sempre amato.
Bernardo De Angelis
Questi versi non sono solamente una dichiarazione d’amore struggente, ma sono anche una dichiarazione d’identità, di presenza. Chi sono io? Chi sei tu? Così si dice ripetesse senza sosta Francesco d’Assisi. Chi sono io? Chi sei tu? Così pregava incessantemente.
Bernardo sembra proprio essere su quella stessa strada. Una ricerca del sacro, del divino, che non ha pause. Non ha riposo. Ecco la pena.
In questo mondo che lavora per dissacrare tutto, e lo fa con devozione e disciplina, serve una radicalità del bene ancora più estrema. Servono devozione e disciplina accurate e profonde. Perché chi opera il male lo fa con tutte le forze. L’operazione di profanare, dissacrare, togliere sacralità alle cose, è un’operazione che spesso viene fatta in nome di una cultura laica. Come se la spiritualità e la sacralità non ci riguardassero tutti e tutte e non fosse questione di vita o di morte.
In una bellissima poesia di Wendell Berry, che voglio riportare per intero, c’è un passaggio fondamentale: Non esistono luoghi che non siano sacri; / soltanto luoghi sacri / e luoghi profanati.
Perché in molti di noi abiti il desiderio di profanare è qualcosa che stento profondamente a capire.
Come essere un poeta
(per mio promemoria)
Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.
Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.
Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.
(Wendell Berry, trad. it. Vincenzo Perna.)
Sembra che ancora ci sfugga la natura di questo mondo nel quale siamo ad abitare per un tratto della nostra vita infinita. Viviamo sulla terra con l’arroganza dei padroni, anziché l’umiltà dei custodi, e con la superbia di chi non morirà mai, essendo invece tremendamente mortali! Eppure non crediamo alla vita eterna. Ipocriti è una delle parole che Gesù usa nei Vangeli. L’ipocrisia sembra l’unica cosa che lo offenda.
Bernardo ha vissuto in questo mondo e come ogni mistico ha saputo leggere il suo tempo e trovarci le radici del futuro (del resto ogni vero poeta è anche un profeta). Questo porta pena in qualunque cuore conosca una qualsiasi forma di sensibilità.
Ma la pena della quale parla Bernardo è una pena che nasce con lui, col suo cuore. Una pena che affonda le sue radici nella stessa sostanza della creazione. Qualcosa che ci appartiene così profondamente da definirci, in qualche modo. Per questo è gemella del cuore. Ed è una pena d’amore. La pena di una necessità, di sentire in noi la presenza di un amore antico, vera origine di tutte le cose. Perché nel mistero palpitante della nostra vita, nel mistero che fa di noi i vivi, ora, nel mondo, nel mistero della nostra nascita, nel mistero della nostra presenza, è compresa questa pena. Ed è solo chi la accoglie, solo chi la indaga, solo chi fa lo sforzo di nominarla, solo chi la riconosce, può dirsi vivo. Vivo per intero, vivo del tutto. Vivo dentro il mistero. Altrimenti è come tuffarsi in mare per conoscere i segreti degli abissi, e fermarsi appena appena in superficie, ma pretendere di aver colto l’essenza delle maree, dei suoi fondali.

