Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

di Giorgio Israel

Occuparsi attivamente e intensamente delle questioni dell’istruzione nel nostro paese rischia di riportarti insistentemente alla mente la nota battuta di Mussolini secondo cui governare l’Italia non è difficile, è inutile. Ma non è ora né qui che voglio parlare dello sfinimento che provoca entrare nell’unica esperienza davvero realizzata di “democrazia dal basso” e confrontarsi con soggetti (gli “esperti” dell’istruzione) che non vivono e pensano nel mondo dei comuni mortali bensì nel mondo delle locuzioni a barre (conoscenze/abilità, abilità/competenze, conoscenze/competenze, documento/proposta, consolidare e/o riprogettare) e degli anglismi (literacy, framework, teaching for test). Eppure ti rendi conto che questo è uno dei fronti cruciali su cui si gioca il nostro futuro. Tutte le battaglie che stanno a cuore a questo giornale, fin dai tempi del referendum sulla procreazione assistita, rischiano di non avere a priori futuro se continueremo a sfornare generazioni di teste “ben fatte” secondo i criteri dei tecnocrati dell’affettività e della morale confezionate scientificamente e della metodologia che fa premio sulle conoscenze. L’educazione e l’istruzione sono un pilastro portante. Eppure, mentre ti affanni a vedere se e come si possa intervenire sulle inquietanti crepe del pilastro, ti rendi conto che mettere puntelli qua e là è derisorio mentre intorno un esercito di bulldozer fa a pezzi la casa. Con la metafora dei bulldozer non mi riferisco agli “esperti”, alle congreghe corporative o agli eserciti di termiti che pascolano sul terreno devastato dell’istruzione. Poveri untorelli, a ben vedere. Penso allo sfascio morale e culturale generalizzato delle nostre società occidentali e al crescente sentimento di insicurezza che si addensa attorno al futuro. Dirlo in Italia può sembrare esagerato perché il male non ha raggiunto i livelli di altri paesi. Il quadro che Giulio Meotti ha tracciato su queste pagine della sparizione dell’Inghilterra che abbiamo conosciuto – sempre più paradigma di Eurabia – in fondo lo raccontano le cronache da qualche anno, in un crescendo rossiniano. Ma colpisce come un pugno nello stomaco leggerne la sintesi; e induce a svegliarsi e a riflettere su un domani assai vicino. Difatti, in Francia non siamo molto lontani da questa situazione, in Olanda ci siamo ormai e persino nell’Austria (felix?) si prospetta un non lontano orizzonte di islamizzazione.
Parliamo di antisemitismo. Ah, ci risiamo con la solita tiritera – dirà quel giornalista cattolico che ha recentemente accusato gli ebrei di essere malati di una “concezione lagnosa della storia”. Ma non si diceva che l’antisemitismo è il più sensibile termometro dell’intolleranza diffusa nella società, un segnale che indica l’avvicinarsi di grandi cataclismi? Oppure si tratta soltanto di una filastrocca buona da ripetere la Giornata della Memoria per poi poter parlare d’altro? Ma certo, per parlar d’altro – si replica – perché i problemi gravi a questo mondo sono ben altri, per esempio quello palestinese; e comunque ogni confronto è indebito e mostra casomai quanto siano lontane le circostanze del passato: vi è forse qualche paese al mondo che prospetti di promulgare una legislazione razziale, di fare espulsioni o addirittura sterminii su basi razziali?
Di certo quelle forme storiche appartengono a un passato sepolto e la pratica dell’antisemitismo di stato è completamente fuori dell’orizzonte dei paesi occidentali. Ma non siamo nell’era della globalizzazione? Forse dovremmo aggiornare i metodi di analisi e chiederci se la via per la codificazione dell’antisemitismo in termini legislativi non stia seguendo linee diverse e più complesse, ma non meno inquietanti perché, se avessero successo, non lascerebbero via d’uscita. A ben vedere il primo tentativo è stata la famosa dichiarazione dell’ONU che equiparava sionismo e razzismo. Non ha funzionato, i tempi non erano maturi, era una scelta troppo marcatamente imposta dalla maggioranza araba e terzomondista dell’ONU; ma lasciato tracce. Poi è venuta la Conferenza contro il razzismo di Durban 2001 che ha colto di sorpresa tutto il mondo e ha mostrato il volto di un antisemitismo che vuol farsi riconoscere come dottrina ufficiale delle istituzioni internazionali. Si poteva sperare che la lezione fosse stata appresa. Niente. È da più di un anno che è arcinoto cosa stia cucinando per Ginevra 2009 (Durban II) una cricca di paesi altamente qualificati per giudicare di diritti umani come Iran, Libia, Cuba: una condanna senza appello per Israele e il sionismo, come unico agente mondiale di razzismo e crimini contro l’umanità – non una parola su sterminii di dimensioni epocali tuttora in corso – assortita da una insidiosissima richiesta di proscrivere l’islamofobia, di fatto un bavaglio alla libertà di opinione ed espressione che colpirebbe mortalmente l’Occidente.
Non si può abbastanza apprezzare il fatto che il Canada e l’Italia si siano ritirati a priori dalla Conferenza. Altrettanto apprezzabile è che si siano ritirati gli Stati Uniti, anche se era sorprendente il proposito, fortunatamente rientrato, di partecipare per tentare di cambiare l’esito della conferenza. Cambiare cosa? La base di partenza è talmente efferata che l’unica trattativa possibile dovrebbe partire dal ritiro della bozza iniziale. Tanto più è sconcertante che, a parte l’Italia, gli altri paesi europei stiano esercitandosi in un penoso minuetto: andiamo, pur non volendo andare, andiamo per cambiare, se non si cambia vedremo, per il momento andremo. Come se non ci fosse stata Durban, come se non sapessero cosa si prepara, cosa li aspetta, cosa si rischia di legittimare. Antisemitismo ancora una volta come termometro? Proprio così, perché chi andrà a Ginevra non soltanto non potrà evitare un proclama efferato ma rischia di trovarsi attorno al collo il capestro della limitazione della libera espressione. Avrà il coraggio di fare come l’ambasciatore israeliano Herzog una trentina di anni fa, e cioè di dire “il vostro proclama non vale la carta su cui è scritto e ve lo stracciamo in faccia”? Ne dubitiamo. Difatti, il multilateralismo è tornato ad essere un totem: “vorremo forse delegittimare l’ONU già indebolito?” è il mantra che si ode in questi giorni. E sono inquietanti le “aperture” del Presidente Obama senza chiedere nulla, neppure all’Iran di piantarla con i propositi di distruzione di Israele e con il negazionismo.
Negli anni trenta soltanto gli ebrei dell’Europa orientale – quelli che essendo abituati alle persecuzioni vivevano “con la valigia in mano” – se ne andarono per tempo. Gli altri restarono fino all’ultimo ripetendo che “non era possibile”. Anche oggi, soprattutto in paesi come l’Italia (e per suo merito) appare impossibile. Ma ove le cose andassero peggio la globalizzazione dell’antisemitismo legalizzato dalle istituzioni internazionali renderebbe difficile trovare dove portare la valigia, salvo che in quel piccolo paese su cui pende la futura atomica iraniana. Il Presidente Obama vuole contrattare con l’Iran la rinuncia alla bomba con il riconoscimento di “potenza regionale equilibratrice”. Ma anche questa faccenda ricorda qualcosa e qualcuno, un signore inglese che andava in giro con l’ombrello.

 

Pubblicato su Il Foglio il 10 marzo 2009

6 pensieri su “Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

  1. cf05103025

    Mi dispiace, ho capito assai poco di questo articolo,

    Vorrei che la parola antisemitismo non si usasse più o si usasse con criterio.
    Esiste l’antigiudaismo, l’antisionismo, l’antislamismo etc. visto che anche gli arabi sono semiti, l’antisemitismo è odio anche per essi.
    Perdipiù questa storia, che mi pare qui evocata di un neo antigiudaismo mi suona storta, strumentale.
    Ancora evocare questo fantasma iranico come potenziale futuro distruttore dello stato d’Israele, insistervi, non mi pare corretto.
    L’Iran non è un totem da usare com spaventa cristiani o ebrei che siano; e poi esistono persiani e governo attuale dell’Iran, che certo non mi va giù.
    Non facciamo di tutta l’erba un fascio per costruire fantasie su nuovi olocausti, sempre a danno, più che del popolo ebraico, degli israeliani.

    MarioB.

  2. Mario pandiani

    “vi è forse qualche paese al mondo che prospetti di promulgare una legislazione razziale, di fare espulsioni o addirittura sterminii su basi razziali?”
    Si, Israele, e non lo prospetta, lo fa.
    Questo non toglie che di barbarie sia intriso quasi tutto il mondo, un giornalista diceva che nel XX secolo 150 milioni di morti sono ascrivibili allo “stato”, a quel concetto di sovranità che decide della sorte degli individui, in forza di categorie politiche, socioeconomiche e soprattutto razziali.
    L’eugenetica è la disciplina scientifica meno conosciuta e più finanziata, sul razzismo è fondato il consenso di buona parte degli stati del mondo e in particolare di alcune delle maggiori superpotenze, come Cina e Stati uniti.
    Fa bene il signor Israel a preoccuparsi, anch’io sarei preoccupato se fossi un ebreo, quindi se dovessi farmi carico anche delle attività criminali di quello stato che pretende di rappresentare tutti gli ebrei del mondo senza accettare forma di dissenso alcuna.
    Ma mi preoccupo comunque, perchè il razzismo in tutte le sue forme proteiche sarà ancora l’aspetto determinante del futuro e non saranno solo gli ebrei a doverci fare i conti, ma anche gli appartenenti a razze e religioni diverse.
    Daltronde anche senza prospettare carneficine, (a proposito dell’islamizzazione), c’è una parte del mondo, ricca, potente e “civile” che dice; non fate figli, e ce n’è un’altra, povera, bellicosa e “incivile” che dice fate figli come conigli.
    sul tempo medio non c’è bisogno di guerre perchè una delle due vinca, forse la soluzione sarebbe sterilizzarli tutti?.

  3. vbinaghi

    Se dovessimo giudicare ai punti dello stato di diritto e della dignità personale la civiltà occidentale e l’islam, non ci sarebbero dubbi. I dubbi nascono nel momento in cui, come evidenzia Pandiani, l’umanesimo teorico dei primi è ormai una foglia di fico posta davanti alla barbarie inarrestabile dell’agire tecnico, divenuto ormai programmazione dell’umano. A questo punto, il patriarcato primordiale torna ad avere un suo potere di seduzione, e questa è la vera ragione dell”islamizzazione” incipiente. Non è che non ci sono ragioni da opporvi: è che ci sono “solo” ragioni, e non una cultura personalistica in atto, capace di convertire i barbari cvon la propria superiorità morale e civile, come fece a suo tempo la romanità cristiana.
    Israel, ho molta stima di lei e del suo modo di analizzare la questione pedagogica, ma come si fa a non vedere che qui, la nostra debolezza, prima che culturale, politica o ideologica è morale?

  4. antonio sparzani

    sottoscrivo del tutto il commento di Mario Pandiani. Aggiungo che un modo chiaro di fermare la supposta islamizzazione sarebbe un atteggiamento di vera e tranquilla tolleranza nei confronti di tutte le altre religioni del mondo, smettendo di sbandierare ai quattro venti che la nostra cosiddetta civiltà è fondata sull’unica e vera religione, quella cristiana e cattolica.
    Condivido anche l’ovvio invito di cf05103025 a non usare così male il termine antisemitismo, che per l’appunto si riferisce a tutti i semiti e in generale trovo assai sgradevole il tono del post. Ma ho l’impressione che, come già altre volte, Israel non si degnerà di intervenire in questo dibattito.

  5. Massimo Vaj

    Articolo razzista, come si conviene al “foglio”. La cosa singolare è costituita dal fatto che gli Ebrei di oggi leccano i nazisti e i loro “valori” di ieri-oggi e domani. Non sono comunista, e auguro a Israele solo giustizia, anche se in questa giustizia Jahvh sarà molto adirato, come sempre, col popolo che lo tradisce ridendo.

  6. Giorgio Israel

    Dovrei partecipare a una discussione sul tema se Israele organizza o no sterminii razziali e se il mio articolo è razzista e se è sgradevole o no mentre quelli vostri sono civilissimi? O discutere con chi dice che la parola antisemitismo va abolita. Ma fate il piacere… Non vi invito a vergognarvi perché non sapete che cosa sia la vergogna.

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