di Mauro Baldrati
E’ uscito nelle sale il lungo film di Steven Sodebergh su Che Guevara, spezzato in due (la prima parte si intitola Che – l’Argentino), incerto tra la celebrazione di un rivoluzionario, idealista e pragmatico, intellettuale e soldato – oggi un eroe pop la cui immagine è riprodotta in serie ininterrotte su manifesti, magliette, cartoline – e la narrazione biografica di una vita, e di un evento storico. Probabilmente è per questa intenzione esitante, o sdoppiata, che riscontriamo una mancanza di forza narrativa, che pervade quasi tutte le sequenze del film, e i personaggi, a partire da un giovane Fidel Castro doppiato con una curiosa voce petulante, fino allo stesso Guevara interpretato da Benicio del Toro, che non riesce a conferire sufficiente profondità ed espressività al suo personaggio. Non riusciamo a capire, o solo a immaginare, come poteva essere il Che, dalla sua interpretazione. Lo seguiamo da Città del Messico, dove nel 1956 con Fidel progetta una spedizione a Cuba con un pugno di volontari, per iniziare la lotta di liberazione, e rovesciare il regime del dittatore-gorilla Batista, fino a una lunghissima, lenta, apparentemente senza scopo peregrinazione nella giungla, con (rari) scontri a fuoco con l’esercito regolare cubano. Lo vediamo parlare coi contadini, comandante severo con chi diserta e si abbandona a furti e violenze contro la popolazione, uomo in difficoltà per l’asma che lo perseguitava, ma resta un personaggio impenetrabile, a differenza del giovane idealista, sincero e amante della poesia e dell’avventura del bellissimo I diari della motocicletta.
Sono invece efficaci le scene, girate in un bianco e nero che riproduce perfettamente la fotografia dell’epoca, che ricostruiscono il viaggio a New York del 1964, dove parlò all’assemblea dell’ONU contro la politica imperialista degli Stati Uniti.
Attendiamo la seconda parte, Che – Guerriglia, in uscita a breve, perché è comunque imperdibile tutto ciò che riguarda la vita e la battaglia del grande comandante.

L’altro ieri ho visto in edicola un numero speciale sul Che.
Per l’anniversario della morte mi pare.
Solo che non avevo tempo e non mi son fermata a sfogliarlo.
In internet ho trovato poi questo e lo incollo sotto perchè è una pagina ricordo sul Che di Italo Calvino. Comunque, per quanto la figura di Guevara attiri le grandi produzioni made in Usa, loro fondamentalmente non lo capiscono. L’etica del Che , che per esempio, traspare da ogni pagina dei Diari della motociletta, davvero bellisismi, non è addomesticabile.
QUI :
QUALSIASI COSA CERCHI DI SCRIVERE
di ITALO CALVINO*
Qualsiasi cosa cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d’ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell’Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d’un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d’una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori,
Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l’avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.
In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E’ una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l’estremo rigore della sua lezione. La “linea del Che” esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la “linea del Che” vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della “natura umana”, a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.
La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz’abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allagarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d’invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell’Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.
Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.
ottobre 1967
non l’ho ancora visto, ma da ragazzo, primi anni ’70, vidi un film sul Che, mi piacque molto, ma non l’ho mai più rivisto circolare, non ricordo chi era l’attore, ben più somigliante, ne il regista.
Qualcuno ne sa qualcosa?
Il film appena uscito mi è sembrato straordinariamente piatto e noioso, senza l’ombra di un’emozione. Mistero! Come si fa a fare un film così soporifero su una vicenda tanto entusiasmante?
Ps: manca un “s” a bellissimi. Mi scuso.
Io l’ho trovato invece, e complessivamente, buono. La seconda parte, che per una mia confusione ho visto per prima, è decisamente migliore. Anche se più triste (per come è andata a finire, nella storia). Sarà che la prima parte l’ho vista con allegria (sempre per come è andata a finire la storia), tutto sommato mi pare che valga la pena. Un altro aspetto positivo è che il film è ben documentato.
@ Nadia Agustoni,
un rimbalzo, una eco di laggiù, una postilla, anche, al Calvino seduto nel suo studio:
“Tacho viene a dirmi che, a partire dall’8 ottobre, l’ospedale di solidarietà si chiamerà ‘Ospedale contadino Generale Emiliano Zapata-Che Guevara’. Un nome grande come il peso che portiamo sulle spalle…” (Subcomandante insorgente Marcos, 6 ottobre 1994).
@ macondo
Io lavoro in fabbrica non ho uno studio.
E certi commenti puoi tenerteli.
In totale disaccordo, caro Mauro.
Posso dire invece che I diari della motocicletta mi hanno fatto sboccare: li ho difatti trovati inutili, con tutti quei difetti che tu ravvisi in Che l’Argentino. Uno dei peggiori film sul Che è proprio il petulante e fin troppo melenso sdolcinato idealistico I diari della motocicletta, che con il Che, con quello vero, non hanno nienta a che vedere. Un filmetto da cassetta per bambini brufolosi e la maglietta del Che quello dei Diari della motocicletta. Una pellicola per chi vuole sprofondare nell’irrealtà caramellosa d’un Che che non è mai stato un eroe da videogame.
Temo, ahinoi, che vi aspettavate Ken il guerriero anziché il Che Guevara: ed è per questo che vi ha annoiato. Perché la realtà è un po’ tanto diversa dalla finzione che è tutto uno spari e fuggi, un colabrodo di emozioni a buon mercato, un arcade game in pellicola.
Chi ha letto con attenzione i diari del Che sa benissimo che la prosa del Che è scabra quando addirittura insufficiente. Il film di Steven Sodebergh rispecchia la nudità o essenzialità espressiva della Storia attravero Guevara.
Ne sconsiglio la visione ai ragazzini che pensano al Che in versione Ken il guerriero. Per tutti gli altri sarà invece un ottimo film.
Il bello è anche in questa diversità di visione e di risposta a un’opera. Però Iannozzi, vacci piano, io non sono un “bambino brufoloso”, però ho trovato molto bello i Diari, il Che rappresentato come un ragazzo in viaggio, il personaggio è ben caratterizzato sotto l’aspetto umano, ci propone un profilo psicologico ed emotivo, al di là del mito; mentre in questo non traspare proprio, a tratti sembra un personaggio oggettivo, scostante.
Salve io credo, invece, che questo Che di Soderberg (ho visto la prima parte e basta quindi, in ogni caso, il giudizio è sommario) sia davvero un bellissimo film.
Credo che la forza (Cinematografica) dell’opera sia nella sua mancanza di sensazionalismo. Niente scene di massa hollywoodiane o, peggio ancora, momenti “emozionanti” come li chiama qualcuno.
E’ un’opera asettica ed asciutta che lascia da parte il mito e la leggenda semplicemente per raccontare il personaggio storico e il rivoluzionario.
Non stiamo guardando il Gladiatore, ma un film capace di donare un persoanggio storico nella sua complessità senza scendere in facili sensazionalismi e strizzatine d’occhio al pubblico.
No, Mauro caro, non sto dicendo affatto che sei un bambino brufoloso. Scusa se dal mio precednete commento si è potuto capire questo. Intendevo dire che oggi i giovani guardano al Che come a un eroe, e non c’è niente di male in questo, tutt’altro: il problema a mio avviso è che lo idealizzano troppo, guardando solo all’icona che il Che Guevara rappresenta oramai nell’immaginario collettivo. Per i giovani, anzi per i giovanissimi è una sorta di superuomo, di eroe romantico, più un personaggio che un guerrigliero coi suoi limiti pregi e difetti. Ed ecco così che i giovanissimi pensano al Che come a una sorta di Ken il guerriero. Ma la realtà è ben diversa e io direi migliore. Nei “Diari della motocicletta” io ho visto un Che compiaciuto di sé stesso, ma per colpa di una regia che ne lo ha idealizzato fin troppo, anche nei difetti, facendolo così assurgere più a un personaggio adatto per un romanzo à la Chervantes che non a un uomo in carne e ossa. Il Che, per la regia di Steven Sodebergh, è invece sceverato della patina d’oro e d’argento, di perfezione che il tempo e le generazioni gli avevano cucito addosso. Posso capire che a qualcuno il Che di Sodebergh appaia arido, ma per chi ha letto i diari, e le biografie scritte da coloro che veramente l’hanno conosciuto in vita, ben sanno che il Che era una persona parca, che amava stare anche da solo; che non perdonava il tradimento; che mel suo idealismo per un mondo migliore era però coi piedi per terra, capace di giustiziare il nemico così come l’amico – che tradiva la causa. Non era uno stinco di santo: però era molto migliore di tanti altri. Bisognerebbe leggere Carlos Ferrer Calica, Alberto Granado, per avere una dimensione sincera dell’uomo e del rivoluzionario. I diari della motocicletta idealizzano persino i difetti del Che: ed è per questo che mi hanno restituito del Che Guevara una immagine falsata. Troppo.