Quel giorno al mare

di Pasquale Giannino

Quel giorno al mare pensavo a Elisa. Ero solo sotto il mio ombrellone, alcuni pescherecci in lontananza, pochi bagnanti annoiati, pochi schiamazzi. Non è mai stato un lido caotico quello di V.: spiagge ampie con una pineta in fondo, l’acqua bassa, è il luogo ideale per le famiglie con bambini molto piccoli. È rimasto il mio preferito, forse perché mi ricorda l’infanzia, le giornate trascorse sulla battigia, i castelli di sabbia costruiti… Verso le undici urlava Rocco, di passaggio con la sua carriola: “Pesce, pesce, pesce!”. Si udiva fin sotto la pineta. In pochi minuti era circondato da una folla di curiosi. Qualcuno andava per comprare. Era una presenza fissa, mi ci ero quasi affezionato. Lo avevo visto ancora dopo molti anni, ma la voce non era più la stessa. Quel giorno al mare Rocco non passò. Rimasi assorto nei miei pensieri. È il luogo ideale per chi ha voglia di rimanere solo, la gente è discreta, difficilmente si familiarizza: ognuno pensa ai fatti propri. E io pensavo a Elisa. Non la vedevo da trent’anni. Da tempo non provavo più nulla per lei, tuttavia non ero mai riuscito a dimenticarla. Non si trattava di rimpianto ma semplice curiosità: mi sarebbe piaciuto sapere cosa avesse fatto in tutti quegli anni e se fosse stata più felice di me. D’altra parte è meglio non averla più incontrata, preferisco mantenere il ricordo della sua primavera: bella, morbida e fresca come una rosa appena colta. Era pure la mia primavera… E il resto? Mediocrità. Una vita da impiegato, come tanti, in attesa della busta paga. Qualche domenica in montagna, per dimenticare i rancori della settimana. E un sogno nel cassetto mai realizzato.

Quel giorno al mare volevo starmene da solo, per questo mi ero sistemato un po’ in disparte, lontano dai lidi frequentati dai compaesani. Non tornavo giù da parecchio e non mi andava di salutarli con un sorriso finto. Non sono mai stato un buon attore. Li avrei incontrati qualche giorno dopo alla festa del paese. A un certo momento vidi Roberto, lungo la riva, visibilmente invecchiato: passeggiava da solo, le mani dietro la schiena, il capo rivolto verso la sabbia. Era una persona che stimavo. Di origini contadine, si era laureato con lode e aveva intrapreso una promettente carriera universitaria. A un certo punto decise di rinunciarvi, per dedicarsi ad attività di impegno sociale. Lo avevo incontrato circa vent’anni prima, su quella stessa spiaggia.

“Ciao Giovanni, sono contento di vederti. Non ti sei dimenticato della tua terra…”

“Beh, come potrei… per me è l’angolo più bello del mondo!”

“Sono d’accordo. Peccato che sia una regione così martoriata…”

“Le bellezze naturali e la cultura di un luogo difficilmente si conciliano col benessere economico.”

“In effetti ci sono un sacco di altri esempi: la Sicilia, la Sardegna, Cuba, la Grecia…”

“Per contro, pensa a due città come New York e Milano…”

“Giovanni, come ti trovi nel capoluogo lombardo?”

“Lassù ho un lavoro, Roberto…”

“Capisco. Però, non appena puoi fuggi in Calabria…”

“Beh, una volta mi capitava più spesso. Ultimamente scendo giù quando posso. Ma ho trovato un modo per restare vicino alla mia terra.”

“Quale?”

“La scrittura.”

“Di che genere?”

“Racconti. Tutti ambientati in Calabria.”

Roberto fu entusiasta della notizia. Mi convinse a stamparne cinquecento copie, presso una piccola casa editrice locale. Così, l’anno dopo ci fu la presentazione in paese. Era d’estate, il piccolo centro montano ritornava a essere gremito. L’associazione culturale Corrado Alvaro volle organizzare l’evento: “Sabato 5 agosto, ore 17 – Biblioteca Comunale: Presentazione del libro Racconti del sud di Giovanni Benincasa – Interverranno il sindaco dott. Pasquale Giannuzzi, il parroco don Francesco Colantonio, il dott. Roberto Campolongo. Sarà presente l’autore”. Questo si leggeva sui manifesti che illustravano il programma di Agosto in piazza: traboccante di serate all’insegna del revival anni Sessanta e Settanta che davano spazio a gruppi locali, il momento clou della manifestazione era il concerto di qualche celebrità dell’epoca, che si ostinava a indossare gli abiti ormai patetici della giovinezza e del successo: il suo pubblico era una platea di ultrasessantenni entusiasti di rivivere per un paio d’ore qualche sprazzo dei tempi andati; frotte di sbarbatelli passeggiavano indifferenti, quasi infastiditi da quel frastuono. La presentazione del mio libro avrebbe costituito l’evento culturale dell’anno, in genere dedicato a poeti incompresi o studiosi di storia e tradizioni del luogo.

“Giovanni è stato un mio alunno,” disse don Francesco “oggi sono davvero lieto di presentare il suo volume.”

Il locale era gremito: c’era quasi tutto il corpo docente delle scuole elementari e medie, il farmacista con la moglie, il medico, alcuni anziani dall’espressione assente, alcuni dei miei compagni di scuola…

“Mi scuso col pubblico se la mia lettura sarà un po’ superficiale, purtroppo gli impegni di questo periodo non mi hanno permesso di affrontare uno studio approfondito… Prima di iniziare vorrei comunicarvi alcune notizie sull’itinerario previsto per la processione di domani…”

Dopo le comunicazioni di servizio lesse alcuni brani, con lo stesso tono suadente che usano i preti quando dicono messa. Poi li commentò – evidenziando delle finalità didascaliche a cui non avevo neanche lontanamente pensato – e mi pareva che pronunciasse un’omelia. Molto tecnico fu invece il commento di Roberto.

“Io mi soffermerò sugli aspetti socio-antropologici dell’opera” disse lo studioso. “Giovanni affronta la piaga dell’esodo mai interrotto dei meridionali alla volta dei centri produttivi del nord. Tanti volumi sono stati scritti sull’emorragia migratoria che dissanguò la nostra terra negli anni Cinquanta e Sessanta, quando i contadini abbandonavano i loro campi per inseguire il sogno di una busta paga. Oggi molti giovani muniti di laurea, figli o nipoti di quei braccianti alienati dalla catena di montaggio, continuano a subire lo sradicamento dal loro mondo per un contratto a progetto di sei mesi. Era forte la voglia di riscatto che avevano quei contadini-operai. Nella gran parte dei casi, il loro sogno è rimasto incompiuto: di questo disincanto parla il libro di Giovanni…”

Poi toccò a me. Fui annunciato come una star e accolto da un’ovazione. Parlai a braccio per una quindicina di minuti. Dopo i ringraziamenti ci fu un altro applauso prolungato, quindi l’intervento conclusivo del sindaco.

“Cari concittadini,” esordì Giannuzzi con tono da comizio “a nome della comunità che mi avete chiamato a rappresentare concedendomi per due volte consecutive la vostra fiducia, oggi sono orgoglioso di poter rivolgere a un figlio illustre della nostra terra un sincero attestato di gratitudine, per l’opera meritoria che ha svolto e che ci auguriamo continuerà a svolgere.”

E mi consegnò una tavoletta lignea su cui era impresso lo stemma del comune. Seguì un’ultima ovazione, le foto di rito, quindi una trentina di persone si accalcarono presso di me, bramose di ottenere una dedica.

“Caro Giovanni,” osservò la mia insegnante di lettere delle medie “lo dicevo io che avresti fatto molta strada…”

“Ehm…dott. Benincasa,” mi disse Domenico, un amico di famiglia che mi aveva visto crescere “ora che è una personalità così importante non so più come chiamarla…”

“Puoi continuare a chiamarmi Giovannino” risposi imbarazzato.

Quel giorno al mare vidi Roberto, ma non lo chiamai. Rimasi assorto nei miei pensieri. Avevo compreso di aver sprecato il mio tempo: fiumi di inchiostro gettati al vento dopo quel fugace attimo di gloria, nella speranza di essere capito e lanciato. Ma incontrai lungo il cammino orde di vampiri assetati di sangue. Talvolta davo in lettura i miei scritti ad amici e conoscenti e i giudizi erano sempre lusinghieri. Così mi accanivo ancora di più nell’inseguire un sogno che era divenuto ragione di vita. D’altra parte, nessun’altra occupazione riusciva a darmi quel senso di appagamento, quel senso di libertà! E continuai a scrivere per anni. Quel giorno al mare, però, pensavo a Elisa, a come sarebbe stata diversa la vita insieme a lei. Forse non avrei scritto neanche un rigo. Perché, in fondo, la scrittura è soltanto un surrogato della vita.

4 pensieri su “Quel giorno al mare

  1. lucy

    mi permetto di dissentire. la scrittura non è un surrogato della vita. per alcuni è la vita stessa, LA ragione di vita, o, almeno una parte significativa della vita. certo, non deve far perdere di vista tutti gli altri valori, ma, anzi, diventare una continua occasione di feed-back per apprezzare e far apprezzare/conoscere la realtà, nei modi più svariati. si spera efficaci, belli, arricchenti. a volte non centra il bersaglio ma suscita lodi comunque, in questo nostro strano oggi più di ieri.
    scrivere certamente piace anche a te, pasquale, e non è un sogno. qui lo realizzi e con ironia malinconica mostri i retroscena, a volte deprimenti, di certe presentazioni.
    nel dire \”come sarebbe stata la vita accanto ad elisa?\”, scusami la deformazione, metti in scena un contenuto tardoromantico, crepuscolare, da \”signorina felicita\”. per fortuna il gozzano è rimasto, per quanto troppo poco, tra noi come scapolo impenitente! continua a scrivere non sposando le elise!
    😉

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  2. Pasquale Giannino

    Lucy, guarda che Elisa voleva sposarla Giovanni mica io… 😉

    L’accostamento a Gozzano mi lusinga… Il discorso della scrittura e’ molto complesso, ci sono mille e piu’ motivi perche’ a un certo momento afferri la penna e incominci a fermare i tuoi pensieri su un pezzo di carta. Ci deve essere una ragione profonda, altrimenti non sprecheresti il tuo tempo tutto solo chiuso in una stanza, mentre la vita intorno a te continua ad andare e tu manco te ne accorgi. Quando il motivo e’ quello di colmare un vuoto, allora credimi, la scrittura e’ solo una forma di esistenza mancata. Nient’altro. E puo’ essere anche ragione di vita ma se non e’ riconosciuta come tale non serve a niente. Non puo’ aiutarti in nessun modo, se non regalandoti ogni tanto una boccata d’ossigeno. Altro e’ scrivere per diletto altro e’ scrivere per mestiere. D’accordo, il diletto puo’ essere vissuto e sentito quanto il mestiere ma non basta. Non basta a guarirti, non basta a rimarginare quella ferita profonda che ti porti dentro. Allora, potendo scegliere, fra l’illusione della scrittura e la vita se permetti scelgo la vita. Avendo la liberta’ di scegliere il mestiere con cui guadagnarmi il pane non avrei dubbi: sceglierei la scrittura.

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  3. jolanda catalano

    Pasquale, fra un ricordo e una pennellata di colori, ha descritto e parlato di una situazione che ben conosciamo. Quanti premi letterari ci sono? infiniti.
    Quanti autori, almeno per una volta, hanno ricevuto un riconoscimento, una targa, una megaglia, un pezzo di pergamena, qualche soldino, qualche trafiletto su un giornale…e poi?…e poi il vuoto assoluto. E non credo perchè nessuno non avesse da dire o non lo dicesse bene, semplicemente perchè è così, finito il clamore di una serata, di solito le luci si spengono per riaccendersi, poi, su altri volti, su altra scrittura.

    Ma è qui il nodo della questione, secondo me. Chiedersi cosa rappresenta la scrittura nella nostra vita e quanto siamo disposti al sacrificio anche quando i riconoscimenti non arrivano. Perchè se si ha un talento, difficilmente verrà smorzato dall’incuria degli altri.

    Ti abbraccio
    jolanda

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  4. Pasquale Giannino

    Cara Jolanda e’ proprio cosi’, tutti noi abbiamo assaporato almeno una volta nella vita cosa significa essere riconosciuti per quello che siamo. E poi? Cosa succede dopo? Cosa succede quando il sipario e’ stato calato? Il nulla, il vuoto… la solitudine piu’ nera. E’ questa la verita’. Continui a scrivere, certo, non puoi spegnere quel fuoco che ti brucia dentro. Ma che fatica essere te stesso fra l’indifferenza generale! Che fatica non poter mostrare agli altri il mondo che ti porti dentro!

    Sei uno scrittore? Quanti libri hai pubblicato? Ah, un paio? Presso quale editore? Ah, un piccolo editore a pagamento? Dove posso trovarli?…

    A quanti di voi e’ capitato dover rispondere a domande cosi’ imbarazzanti? A me capitava, ultimamente non lo dico piu’. Non ne vale la pena.

    Un abbraccio a Jolanda e un grazie a Fabrizio.

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