A FUTURA MEMORIA # 1 – IL LIBRO DEL BUIO di Tahar BEN JELLOUN

Tahar BEN JELLOUN – Il libro del buio, traduzione di Yasmina Melaouah, Torino, Giulio Einaudi Editore, Supercoralli, 2001 // Ediz. Orig.: Cette aveuglante absence de lumière, Paris, Éditions du Seuil, 2001
Capitolo I
A lungo ho cercato la pietra nera che purifica l’anima dalla morte. Quando dico a lungo, penso a un pozzo senza fondo, a un tunnel scavato con le dita, con i denti, nella tenace speranza d’intravedere, anche solo per un minuto, per un lungo ed eterno minuto, un raggio di luce, una scintilla che mi si imprimerebbe nell’occhio, che le mie viscere custodirebbero, protetta come un segreto. Sarebbe qui, vivrebbe nel mio petto e nutrirebbe l’infinito delle mie notti, qui, in questa tomba, dentro la terra umida, nell’odore dell’uomo svuotato della propria umanità a colpi di vanga che gli strappano la pelle, gli tolgono lo sguardo, la voce e la ragione.
Ma che fare della ragione, qui dove ci hanno sotterrati, intendo dire messi sotto terra lasciandoci un buco per respirare, per vivere abbastanza a lungo, tutte le notti necessarie per espiare la colpa, dando alla morte una lentezza sottile; la morte doveva prendersela comoda, prendere tutto il tempo degli uomini, quelli che noi non eravamo più, e quelli che ci ricordavano ancora, e quelli che ci avevano completamente dimenticati. Ah, la lentezza! il principale nemico, quello che avvolgeva la nostra pelle martoriata, lasciando molto tempo alla ferita aperta prima che cominciasse a cicatrizzarsi; la lentezza che ci faceva battere il cuore al ritmo quieto di una piccola morte, come se dovessimo spegnerci, una candela accesa lontano da noi che si consumava con la dolcezza della felicità. Pensavo spesso a quella candela, fatta non di cera ma di una materia sconosciuta che dà l’illusione della fiamma eterna, emblema della nostra sopravvivenza. Pensavo anche a una clessidra gigante, in cui ogni granello di sabbia era un granello della nostra pelle, una goccia del nostro sangue, un pugno di ossigeno che perdevamo via via che il tempo scendeva verso l’abisso in cui eravamo.
Ma dove eravamo? Eravamo arrivati lì senza il nostro sguardo. Era notte? Forse. La notte sarà la nostra compagna, il nostro territorio, il nostro mondo e il nostro cimitero. Fu la prima informazione che ricevetti. La mia sopravvivenza, le mie torture, la mia agonia erano scritte sul velo della notte. Lo capii subito. Come se l’avessi sempre saputo. La notte, ah! la mia coperta di polvere gelata, la mia distesa di alberi neri che un vento gelido scuoteva solo per farmi male alle gambe, alle dita schiacciate dal calcio di una pistola mitragliatrice. La notte non scendeva, come si usa dire, era lì, sempre; regina delle nostre sofferenze, le imponeva alla nostra sensibilità, casomai fossimo riusciti a non sentire più nulla, come accadeva a quei torturati che arrivavano a liberarsi del proprio corpo con uno sforzo di concentrazione potentissimo, fino a non soffrire più. Lasciavano il corpo ai torturatori e se ne andavano a dimenticare tutto in una preghiera o in un ripiegamento interiore.
La notte ci vestiva. In un altro mondo, si sarebbe detto che era piena di attenzioni per noi. Nessunissima luce. Mai il benché minimo filo di luce. Ma i nostri occhi, pur avendo perso lo sguardo, si erano adattati. Vedevamo nelle tenebre, o credevamo di vedere. Le nostre immagini erano ombre che si muovevano nel buio, spintonando gli uni e gli altri, arrivando fino a rovesciare la brocca dell’acqua, o a spostare il pezzo di pane raffermo che alcuni conservavano per fronteggiare i crampi allo stomaco.
La notte non era più la notte, poiché non aveva più giorno, più stelle, più luna, più cielo. Noi eravamo la notte. Definitivamente notturni, i nostri corpi, il nostro respiro, i battiti del cuore, i brancolamenti delle nostre mani che andavano senza fatica da una parete all’altra, poiché lo spazio era ridotto alle dimensioni di una tomba per un vivo – ogni volta che pronuncio questa parola, dovrei sostituirla con sopravvissuto, ma in verità ero vivo, un vivo che sopportava la vita nell’estrema indigenza, nella prova che poteva finire solo con la morte, ma tutto ciò assomiglia stranamente alla vita.
Non eravamo in una notte qualsiasi. La nostra era umida, molto umida, appiccicosa, sporca, bagnaticcia, puzzava dell’urina degli uomini e dei topi, una notte venuta a noi su un cavallo grigio seguito da una muta di cani rabbiosi. Aveva gettato il suo pesante mantello sui nostri volti che più nulla stupiva, un mantello dove non c’era neppure qualche forellino lasciato dalle tarme, no, era un mantello di sabbia bagnata. Terra mischiata a escrementi di ogni sorta di animali si posò sulla nostra pelle, come se la nostra sepoltura fosse compiuta. No, il vento che soffiava nel mantello ci dava un po’ d’aria per non morire subito, quel tanto per mantenerci lontani dalla vita e vicinissimi alla morte. Quel mantello pesava tonnellate. Invisibile eppure palpabile. Le mie dita si spellavano quando lo toccavo. Nascondevo le mani dietro la schiena per non essere più in contatto con la notte. Così le proteggevo, ma quante volte il freddo del cemento bagnato mi ha costretto a cambiare posizione, a mettermi a pancia in giù, con la testa schiacciata contro il suolo, preferendo avere male alla fronte piuttosto che alle mani. Così vi erano preferenze tra un dolore e l’altro. Non proprio. Tutto il corpo doveva soffrire, ogni parte, senza eccezione. La tomba è stata predisposta (ancora una parola della vita, ma bisogna pur continuare a prendere a prestito piccole cose dalla vita) in modo che il corpo subisca tutte le sofferenze immaginabili, che le patisca con la più lenta delle lentezze, e che si mantenga in vita per subire altri dolori.
Di fatto la tomba era una cella lunga tre metri e larga uno e mezzo. Era soprattutto bassa, tra il metro e cinquanta e il metro e sessanta. Non potevo stare in piedi. Un buco per pisciare e per cagare. Un buco di dieci centimetri di diametro. Il buco faceva parte del nostro corpo. Bisognava dimenticarne subito l’esistenza, non sentire più gli odori di merda e di urina, non sentire affatto. Neanche a parlarne di turarsi il naso, no, bisognava tenere il naso aperto e non sentire più niente. All’inizio era difficile. Era qualcosa che bisognava imparare, una follia necessaria, una prova da superare a ogni costo. Esserci senza esserci. Chiudere i sensi, indirizzarli altrove, dare loro un’altra vita come se mi avessero gettato in quella fossa senza i miei cinque sensi. Ecco: fare come se li avessi lasciati al deposito bagagli di una stazione, chiusi in una valigetta, ben avvolti nel cotone o nella seta, e poi messi da parte all’insaputa dei torturatori, all’insaputa di tutti. Una scommessa sull’avvenire.
Caddi nella fossa come un sacco di sabbia, come un pacco dall’aspetto umano, caddi e non provavo nulla, non sentivo nulla e non avevo male da nessuna parte. No, questa condizione la raggiunsi solo dopo anni di sofferenze. Credo addirittura che il dolore mi avesse aiutato. A forza di aver male, a forza di torture, ero riuscito pian piano a staccarmi dal corpo e a vedermi lottare contro gli scorpioni nella fossa. Ero al di sopra. Ero dall’altra parte della notte. Ma prima di arrivarci ho dovuto camminare per secoli nella notte del tunnel infinito. […]
(Op. cit., pag. 3-6)

Questo sì è un libro straordinario, da leggere assolutamente. Me lo consigliò proprio Francesco qualche anno fa, e gliene sono ancora grato.
Tempo fa, sul Libro del buio ho scritto queste righe:
Colui che dice “io” nel romanzo di Tahar Ben Jelloun Il libro del buio è una finzione dell’autore. Nessuno scrittore, credo, può riuscire ad identificarsi in modo convincente in un’esperienza di totale e prolungata disumanità (la detenzione dei prigionieri politici a Tazmamart in Marocco avviene in condizioni inenarrabili, più atroci di quelle di qualsiasi altro racconto, perfino della Kolyma di Šalamov – diciotto anni in una stretta cella sotterranea nel deserto al buio totale, con le guardie che attendono con ansia la morte dei prigionieri per poter tornare alla vita normale: si può immaginare qualcosa di peggio?) se non l’ha vissuta in prima persona, come Levi, Šalamov, Solženicyn, Herling, ecc. Il libro del buio rappresenta il punto massimo di avvicinamento letterario possibile alla negazione dell’umanità da parte degli umani, ma non investiga i moventi dei negatori, bensì la resistenza dell’anima nella vittima. Il prigioniero sopravvive come umano via negationis, rinunciando a tutto. Anzitutto alla luce che gli è tolta, poi all’odio per i carnefici – veleno che uccide – , infine persino al corpo. Ma non vi è rinuncia alla comunicazione, perché da una cella all’altra, nel buio, i prigionieri si parlano, e riescono in qualche modo a organizzare il tempo, lavorando con la memoria. I carnefici poi, nella loro bestialità, mantengono (a parte il kmandar, ) qualche elemento di umanità – sono in fondo islamici, non S.S. – come si vede nell’episodio a pag. 53.
Un giorno Fantass scomparve. Per due mesi non udimmo la sua voce roca, né il sibilo dei suoi sputi. Quando tornò, faticammo a riconoscerlo. Aprì ogni cella e chiese scusa. Riuscii a vedergli la faccia grazie alla lampada elettrica che teneva in mano e che dirigeva verso il proprio viso. Piangeva e diceva cose strane:
– Ti chiedo scusa, sono stato malvagio, terribilmente cattivo. Vi sputavo nel mangiare, ci buttavo dentro la sabbia. Vi odiavo perché mi avevano insegnato a odiare. Vi auguravo una morte lenta e dolorosa. Merito l’inferno per tutto il male che vi ho fatto. Dio mi ha punito. Mi ha portato via i miei due figli maggiori, morti sul colpo in un’auto nuova di zecca. Dio ha fatto giustizia. Non ho più niente da fare qui. Morirò anch’io. Per me è finita. Aiutatemi ad andarmene perdonandomi.
Fantass morì di lì a qualche mese, dopo uno sciopero della fame.
Anche un’altra guardia, Hmidouche, era molto cattiva. Zoppicava in seguito a una caduta. Quando vide cos’era successo al suo amico Fantass, ebbe paura e si mise anche lui a chiederci scusa! Le altre guardie non facevano commenti. Riducevano al minimo i rapporti con noi. Avevano paura di M’Fadel, il loro capo.
Questa è, a mio giudizio, la prova narrativa più convincente di Ben Jelloun, di cui apprezzo le grandi capacità mimetico-letterarie (Creatura di sabbia, col suo seguito Notte fatale, è un grande libro, e L’albergo dei poveri è un saggio di bravura ai limiti del virtuosismo – un virtuosismo che rappresenta il pericolo fondamentale per scrittori dotati come Ben Jelloun).
Sì, solo la “finzione”, nei termini in cui la intendi, poteva permettergli di dare “movimento e luce” a quel territorio dell’umano affrancato che i detenuti “ri-creano” grazie a una “parola” che si fa “corpo” per permettergli di esplorarlo e abitarlo.
Concordo anche sulle tue osservazioni finali sull’opera complessiva di Ben Jelloun. Questo libro è un capolavoro, come dice Valter, anche se io resto legato in modo viscerale, “disumano”, inspiegabile, a “Creatura di sabbia”.
Ben Jelloun è anche un ottimo poeta, ma credo che la sua produzione in versi non sia altrettanto nota e divulgata. L’ho conosciuto anni fa, a Milano, proprio a una presentazione dei suoi testi poetici. Ci regalò alcune copie dell’ultimo libro appena pubblicato in Francia. Devo informarmi: se nulla osta, prima o poi ne pubblicherò una scelta; non conoscendo eventuali diritti legati a traduzioni che non conosco, non vorrei creare qualche problema.
Grazie dei commenti.
fm
Tahar BEN JELLOUN non lo conoscevo, ma sono molti quelli che non consoco. a.
“Ero al di sopra. Ero dall’altra parte della notte. Ma prima di arrivarci ho dovuto camminare per secoli nella notte del tunnel infinito”.
ci sono libri che ‘devono’ restare: una specie di destino inciso nella loro medesima scrittura, involucro ambiguo, tomba in cui sopravvivere al buio, inseguendovi luci, immagini, stelle. un cielo non più fatto di parole, ma di un’infinita sofferenza, della sua assurda gratuità che confina col rovescio del mondo, l’altra parte della notte, a futura memoria.
Hai scelto di fermarti proprio dove mi ero fermato.
Dov’è, qual è la parola per dire che non è un caso?
Che niente è a caso?
fm
niente è caso.
grazie, per questa felicità sottile, umile, Francesco.
Tahar Ben Jelloun è un grande intelletuale!Mi ricordo quando venne a Parma nel 2005 c’era la Casa della Musica colma di gente ad ascoltarlo – di questi tempi non è poco – e le sue parole furono molto forti ma non violente, semplici ma non banali e acute. Hai fatto bene Francesco a proporlo!
Un caro saluto