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da qui
E’ l’esercito più tecnologico del mondo. Tutti si riforniscono da loro, per assicurarsi le armi migliori. Schierati davanti a noi, fanno paura. Stranamente immobili, ci squadrano come se dovessero godersi lentamente la vittoria. Uno di loro si fa avanti: è un gigante. “Perché scatenare la battaglia?”, dice. “Scegliamo i più forti tra noi, che si sfidino a duello. Chi vincerà, vincerà per il suo popolo”. Tra le nostre file cade il silenzio. Qualcuno troverà il coraggio di affrontare quel colosso? Non so che mi succede, una forza s’impadronisce del mio spirito, mi spinge a fare un passo avanti: “Vado io”. “Che dici, sei un ragazzo!”. Sento voci intorno, che cercano di dissuadermi con ironia o fermezza. “No, vado io, ormai ho deciso”. Il comandante cerca di infilarmi la sua pesante armatura, ma non riesco a muovermi lì dentro. La spada enorme, poi, è impossibile impugnarla. “Faccio senza”, gli dico. Vado incontro al gigante, con la pietra e con la fionda. In un momento, sento che dipende da me il corso della storia.

Il senso della storia mi appartiene
perché ho dato senso a una pietra e a una fionda.
La pietra stava lì da millenni
pronta ad incontrare quella fronte
ma soltanto io vidi, non altri
la forma perfetta del suo incavo
la prominenza acuta di quell’angolo
adatto a frantumare il capo del gigante,
io soltanto udii una voce
distinta fra il clangore degli eserciti:
una piccola verità dall’apparenza innocua
mi incendiò le vene.
Il primo passo lo scandii dall’equatore
attraverso i deserti del nord
il secondo lo mossi da oriente
attraversando ghiacci perenni;
presi la mira bilanciai il corpo
contro un caos di chitarre e lustrini
contro la mezzanotte dell’anima
l’anima nera di misfatti e veleni
l’anima del rombo dei motori
della possanza senza carità
e scagliai la pietra, ne colsi il sibilo
stridente e percepii l’orrore
della disfatta.
Questo il mio sogno, quando cade una parola
fuori dalla penna; questo chiedo
al Dio della voce e della pietra
al Dio delle semplici cose immote.
Io non ho altro, non ho neppure
l’elsa d’una chitarra
non ho clangori che mi portino volando
nell’etere da qui all’infinito
non ho forse né padre né madre, non ho età
da tanto che attendo nella storia
e per questo la storia appartiene
alla mia mitezza:
povero fra i polveri per amore del vero;
nella bisaccia delle mie fughe
ritrovo soltanto questa pietra levigata
e questa fionda che ho ereditato
dai poveri che mi insegnarono a levare
alta la fronte e la parola
davanti all’arroganza del male.
la storia non è solo fatta di battaglie, di epici duelli..Certo l’ epica, il gesto eroico “è” storia. Passa nei racconti, poi nei libri,diventa talvolta poesia , diventa eterna.Ma il coraggio dimostrato da Davide davanti a Golia lo hanno tirato fuori anonimi minatori,donne stremate dalla fatica, persone umili che hanno dovuto fare scelte difficili.La storia siamo noi quando pensiamo al NOI, al bene comune,al bene di chi verrà anche dopo di “noi” In fondo
anche Davide era un piccolo,un anonimo ragazzo.Il suo gesto è diventato storia.
Gianmario hai scritto una cosa davvero bella, non so come ringraziarti.
Annamaria, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
speriamo di tirarlo fuori sempre anche noi, quel coraggio.
un abbraccio
fabrizio
… siamo noi che facciam la storia…
http://www.youtube.com/watch?v=A1i_nmPN6SI
si può;-)
Stella
grazie Stella: un Gaber fa sempre bene.
un abbraccio
fabry