La penosa carnevalata italiana

 

“Stabat Mater”:  Il tanto osannato romanzo di Tiziano Scarpa

 

di Franz Haas

 

Taluni premi letterari non sono nemmeno più una garanzia che le opere premiate siano di fatto un vero e proprio ciarpame, e anche viceversa è raro avere una garanzia di qualità. Ciò vale anche per il Premio Strega che viene assegnato dal 1947 al migliore libro italiano dell’anno, il più delle volte ad un’opera in prosa. Specialmente negli ultimi anni il premio è divenuto semplicemente il bottino delle grandi case editrici, e prima di tutte del gigante Mondadori e dei suoi alleati appartenenti all’impero mediatico di Berlusconi. Quanto a scalpore mediatico, il Premio Strega è paragonabile al Deutscher Buchpreis e, anche sull’ultimo vincitore, Tiziano Scarpa, si è, come sempre, molto discusso. Antonio Scurati, il suo più acerrimo rivale, ha dichiarato in una pubblica faida che Scarpa rappresenta “il sintomo della degenerazione della società intellettuale in Italia.” Ammettendo pure che a parlare sia l’astio del perdente, c’è qualcosa di vero in queste parole. Il reale scandalo non è tuttavia nella combine mascherata degli editori, bensì nella resa della critica letteraria al business – critica che non è in grado né di impedire l’incoronazione di un romanzo così terribilmente banale come è “Stabat mater” di Scarpa, né di affermare che il re è nudo.

Una storia lacrimosa

La pochezza stilistica e l’ingenuità contenutistica delle 130 faticose pagine di questo romanzo sono tanto più sorprendenti in quanto l’autore, in altri suoi libri, ha senza dubbio dato prova di originalità e di attenzione allo stile. Tra l’altro Tiziano Scarpa interviene regolarmente nei media, in particolare nella rivista on line “Il primo amore” e lo fa con sagacia e verve linguistica, tant’è che si stenta ad attribuirgli un romanzo di tal fatta.

“Stabat Mater” è la lacrimosa storia di un’orfanella nella Venezia degli inizi del Settecento – il titolo viene dall’incipit della famosa preghiera medievale “Stabat mater dolorosa” ( “Stava la madre addolorata”, questa una delle possibili traduzioni). Nel corso dei secoli la preghiera fu musicata da molti autori, tra i quali Antonio Vivaldi, a cui Scarpa vuole rendere omaggio nel suo libro. Il compositore da lui tanto stimato fu maestro di violino e direttore del coro in quel convento-orfanotrofio, divenuto successivamente Ospedale della Pietà, in cui lo stesso Scarpa nacque nel 1963. Sul riferimento biografico e sulla predilezione musicale non ci sarebbe niente da obiettare, se non fosse che l’autore ammanta questa storia di una prosa che ha la voce indicibilmente querula di un’orfana sedicenne, una solfa dai toni solennemente antiquati e al tempo stesso minimalisti, sotto forma di lettere mai spedite alla madre naturale sconosciuta.

“Signora Madre, è notte fonda (…) Signora Madre, Vi scrivo nell’oscurità (…) Bagno la penna nell’inchiostro, la intingo nel cuore della notte”, di un tale timbro o a questo simile sono tutte le epistole della giovane  Cecilia – chiamata naturalmente come la santa protettrice della musica sacra, alla quale Kleist ha reso ben più onore con un testo ben più breve. Cecilia fu deposta appena nata davanti ad un orfanotrofio da una sconosciuta ed ora vorrebbe conoscere qualcosa sulla sua origine. Nelle sue lettere si arrovella  sui dolori della nascita e sul ruolo sacrificale della donna, racconta gli incubi, nei quali i suoi escrementi si trasformano in un neonato, la vita nel convento e le lezioni di musica. Il risvolto di copertina (insieme all’apparato pubblicitario) promette un romanzo su Antonio Vivaldi e sulla sua talentuosa allieva, ma il carismatico maestro fa capolino solo dopo quasi due terzi dall’inizio del testo e non rende più saporita l’insipida minestra.

Fuga dalla gabbia

Gran parte del libro parla della vita nella tetra gabbia dorata dell’orfanotrofio ed è strapiena dei simboli più scontati su Venezia: l’acqua, la morte, una testa di Medusa con cui Cecilia s’immagina di dialogare; pesci e gondole, su cui le fanciulle lasciano, se pur raramente, l’ospizio, costrette a coprirsi il volto con una maschera, inevitabile accessorio da quattro soldi di Venezia. A volte da espedienti simbolici traspaiono temi buonisti triti e ritriti, come il pacifismo, l’animalismo e il contraddittorio tra i sessi, ma il tutto sempre con la cadenza di una fanciulla tormentata, che esplora “gli abissi nascosti di un cuore sepolto nel petto”.

Il ritmo della composizione vorrebbe riprodurre quello della musica di Vivaldi, ma ne sortisce solo un goffo balbettio – che non migliora di certo nella fedele traduzione tedesca. Quando finalmente entra in scena il compositore, un prete con i capelli rossi e un grosso naso, le parole della giovinetta si fanno ancora più solenni, perché ella ora è gravida del “seme, che egli con la sua musica mi ha piantato nel cuore.” Vivaldi riconosce la maestria di Cecilia nel suonare il violino, è geloso del suo talento e la vuole legare a sé, per accrescere ancora di più la sua gloria. Ma lei si sottrae al maestro, fugge “travestita da uomo”, e in piedi, davanti alla balustra di una nave, “va ora incontro al proprio destino”.

Una prosa così pesante, che esce dalla penna di una fanciulla turbata, potrebbe funzionare al massimo per qualche riga, ma non certo per tutta la durata del libro, anche se breve.

Le pagine migliori di tutto il libro si trovano nella postfazione, dove è l’autore Tiziano Scarpa in prima persona a prendere la parola per scrivere in modo riccamente documentato sul compositore, osservando con tono pungente come oggi a Vivaldi spetterebbe di diritto più di quella reverenza “che viene riservata fin troppo sussiegosamente a Bach”.

Tuttavia Scarpa non è solo nel suo entusiasmo. Non è la prima volta che il fantasma di Vivaldi si aggira nella bella letteratura, egli  è presente anche in “Vivaldis virgins” (2007) di Barbara Quick, che Scarpa menziona. Tuttavia nella sua postfazione, corredata di bibliografia, non viene citato un racconto di Anna Banti, “Lavinia fuggita” (1950), che tratta di una storia molto simile a quella di “Stabat mater”, coincidenza che ha procurato all’autore caustiche accuse di plagio, soffocate però dal chiasso delle polemiche nate intorno al Premio Strega.

E’ stato uno spettacolo piuttosto penoso vedere l’estate scorsa il vincitore e il secondo arrivato al Premio Strega sferrarsi per settimane vicendevoli attacchi, Tiziano Scarpa da “La Repubblica” e Antonio Scurati da “La Stampa”. E’ stato il sintomo di una guerra parallela tra i grandi burattinai, i gruppi editoriali Mondadori e Bompiani, che pur con tutta l’apparenza democratica del premio dettano legge su cosa sia buona letteratura. I 400 membri della giuria di “esperti” hanno una funzione prevalentemente decorativa, la voce in capitolo è quella dei boss delle case editrici e dei loro agenti, pessimi consulenti ma ottimi contabili, così come dei soliti presenzialisti, di volti noti della televisione e comunque solo in minima parte della categoria in estinzione dei critici letterari.

Polemiche e imbarazzi

Anche lo sconfitto Scurati, che si spacciava per vittima di un complotto, aveva alle spalle una lobby di tutto rispetto, per esempio l’autore di Bompiani Umberto Eco e l’autorevole critico Angelo Guglielmi. Dietro Scarpa c’era una strana alleanza composta dal potente colosso Mondadori con i suoi tentacoli, l’italianista Carla Benedetti, iperattiva e peraltro critica e il sempre più influente popolo dei blogger. Per quanto possa sembrare casuale, la vittoria dello “Stabat mater” di Scarpa è sintomatica della condizione in cui versa l’industria letteraria italiana – nella quale la mediocrità sta mettendo gli ultimi fiori – e che ha, ancora una volta, una spaventosa analogia con lo stato disastrato del paese. Il direttore della piccola casa editrice romana Fazi lamenta in un’intervista che il Premio Strega sia spudoratamente  prevedibile. Complicità, fiuto per il business e acriticità dominano le decisioni intorno ai premi e ai colossi editoriali. Spesso la grande letteratura fiorisce solo dentro minuscole nicchie.

 

Tiziano Scarpa: Stabat mater. Romanzo. Trad.dall’ital. di Olaf Matthias Roth. Wagenbachverlag, Berlin 2009, p.138, Fr 31.10.

 

Traduzione di Adelmina Albini

 

L’articolo è apparso il 28.10.2009 nella Neue Zürcher Zeitung.

38 pensieri su “La penosa carnevalata italiana

  1. ariosto

    forse all’estero resiste la decenza critica; tuttavia è logico domandarsi per quale motivo hanno acquistato e pubblicato pure loro un libro non buono. logiche di mercato per quella malattia che l’articolista rimprovera alla critica italiana.

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  2. flora restivo

    Purtroppo lo strapotere di una logica mirata a scelte che nulla hanno a che spartire con il valore effettivo dei testi esaminati, ma diretta a scopi meramente di bassa macelleria commerciale, provoca esiti simili a questo. Non è, comunque, un fatto nuovo, andando indietro, neppure di secoli, ma di anni, abbiamo trovato innalzati agli altari, delle emerite nullità, poi scomparse nel nulla di loro competenza, solo perchè avevano fatto intascare tanti, ma tanti bei soldini alle case editrici e “gratificato” le giurie di turno.
    Per mio conto, ho scritto una, come chiamarla, riflessione similare, per ciò che concerne il campo dove io mi muovo più frequentemente, la poesia in dialetto. Magari la posterò solo per far notare come i guasti denunciati dall’autore dell’articolo, siano tali in ogni campo e in ogni angolo di mondo.
    Grazie.

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  3. riccardo ferrazzi

    Chiedo scusa se non me la cavo dando il link. Non so come si fa. Il mio parere sulla vicenda Strega (non sui libri di Scarpa e Scurati, che non ho letto) l’ho dato su http://www.merlincocai.splinder.com nel post del 5 ottobre intitolato “Meditazioni sotto l’ombrellone”.
    Francamente, credo che ognuno abbia il diritto di restare deluso da un testo e di criticarlo anche aspramente; ma l’acrimonia di Haas è davvero eccessiva. Sta’ a vedere che adesso Scarpa ha vinto perché l’ha imposto Berlusconi! Ma si rende conto di ciò che dice? Per una cosa del genere Tiziano ucciderebbe il premier e poi si suiciderebbe.

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  4. ariosto

    io non leggo dell’acrimonia. c’è invece un giudizio critico puntiglioso, mirato a sfrondare il mito di un premio che come ben sappiamo è determinato più da logiche di mercato che da altro. è stato battuto più volte sui giornali che è il terzo anno di seguito che il gruppo mondadori/einaudi vince il premio Strega. non sarebbe dunque esagerato pensare che la vincita sia stata attribuita al gruppo editoriale prima che all’autore, ultima ruota del carro a ben vedere, per lo meno in questo caso. con ciò non dico che Scurati meritasse di vincere lo Strega. entrambi gli autori arrivati finalisti, con uno scarto di un solo punto di differenza, non meritavano il premio. ho l’impressione che di questo passo lo Strega venga svalutato più di quanto non lo sia già. Scurati ha ragione su un solo punto, Scarpa è “il sintomo della degenerazione della società intellettuale in Italia”; ma anche Scurati lo è. in particolare Stabat Mater è un racconto lungo scritto male in un linguaggio barocco, che ha come solo fine quello di sviare l’attenzione del lettore perché non si renda conto che manca di contenuti. l’utilizzo di un linguaggio così vetusto più che evidenziare la genialità di Vivaldi la vanifica.

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  5. renatamorresi

    Mah, a me questa pare una recensione accidiosa e ideologica, e non vedo strumenti critici all’opera, anzi, vedo il rifiuto degli strumenti critici e l’adozione di un atteggiamento prescrittivo borioso (ma perché parlando di Venezia non si possono citare l’acqua e le maschere?), e il facile liquidare, da parte di un lettore frettoloso e prevenuto, un linguaggio che è tutt’altro che involuto e faticoso, anzi, che mi pare assai fresco e creaturale.

    Sulle politiche editoriali dei premi letterari italiani è stato già detto tutto, quello sì.

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  6. Frank Spada

    Condivido con il 6 che un cassetto possa restar vuoto, purché almeno scorra bene tra le guide!
    Quanto a “… degenerazione della società intellettuale in Italia.”, c’è l’aggettivo di troppo – ormai i confini della grande editoria nazional-riunita oltrepassano gli occhi dei lettori normalmente accorti, soffocano i piccoli editori e trasformano gli incassi(questi non noti) in furti compartecipati con la politica. La degenerazione, pertanto, la limiterei all’Italia intera.
    Ben venga la “critica” estera, allora, tradotta senza errori o reticenze.

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  7. lucy

    mi aveva dato un po’ ai nervi tutta la polemica scatenatasi alla notizia della vittoria di scarpa: un po’ perché lo scrittore è una persona gradevole, che ha scritto cose anche di valore, un po’ perché era come se avesse vinto la squadra di casa. motivazioni debolissime, invero da me utilizzate a priori rispetto alla lettura, allora ancora non effettuata, del romanzo. infatti non difendevo il romanzo, ma scarpa, attaccato per il premio anche da chi non aveva, come me, letto il romanzo. mi dava fastidio tutta la bega “politica” e un po’ invidiosetta, a prescindere dal valore dell’opera in sé. in compenso ho letto anche qualche giudizio entusiastico, qui e altrove, di cui, ORA, non capisco le ragioni. il romanzo è stato una lettura deludente quanto mai: il finale è tirato via come se l’autore avesse perso il filo, si fosse distratto, o avesse messa tanta e tale tensione emotiva in troppe “belle pagine” che rasentano la poesia, da non ruscire però a chiudere mantenendo inalterato il livello. racconto lungo, non romanzo. linguaggio fresco, sicuramente, non barocco: ma dov’è il plot? frega assai del “messaggo”: che non c’è, ma può benissimo non esserci. ma, mon dieu, vogliamo “andare a parare” da qualche parte? oppure è troppo chiedere OGGI che una storia sia una storia? haas non se lo fa dire due volte se può avere occasione di trovar da ridire sugli itagliani*: la durezza me la spiego così. sulle ragioni economiche del premio non mi dice niente di nuovo, ma, isolando le motivazioni addotte dall’asperrimo giudizio di valore, il giudizio rimane e non è incondivisibile.

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  8. carta e calamaio

    Non ho letto Stabat Mater di Scarpa e non posso quindi esprimere una valutazione sulla crescente polemica nata attorno alla premiazione. Sicuramente però mi trovo concorde con Frank Spada nella convinzione che oramai i grandi editori agiscono esclusivamente sulla scia di logiche di mercato dannosissime per l’editoria seria, quella che ci crede, che cerca di portare avanti un certo discorso coerente. ma del resto è una corrente, questa, che sta investendo tutta la nostra società.

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  9. leila mascano

    Non ho letto Stabat mater, ma non capisco con quali criteri( anzi li capisco fin troppo )siano portati avanti e premiati libri che spesso lasciano il lettore del tutto indifferente, se non infastidito. Ripeto, non posso parlare del libro in questione non avendolo letto, però concordo con un precedente articolo di Haas che parlava di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, Ci vediamo al Bar biturico e Con le peggiori intenzioni, per cui qualcuno ha scomodato Proust, che si starà rivoltando nella tomba.Intendiamoci, qui nessuno si aspetta un capolavoro, però un libro che coinvolga, diverta o emozioni sì. E che sia percorso da un soffio di autenticità. E’ stato tanto osannato il francese L’eleganza del riccio, ma per me è un divertissement intellettuale costruito a tavolino con intelligenza e misura, il che non è poco, però si sente che è un libro costruito su una tesi, senza nessuna vera emozione. E’ “finto”, almeno per me.Però possidede una sua dignità, che molto spesso manca in certi romanzi di casa nostra. Penso che Haas sia una persona che esprime la sua opinione correttamente e a buon diritto, né mi sembra che voglia dare addosso agli “itagliani”. Si è interessato fin da giovanissimo alla letteratura italiana, apprezzando ed è essendo ricambiato dalla stima della Ortese, inoltre credo che almeno in parte sia italiano egli stesso. Non mi pare che ci sia alcun partito preso.In questa batracomiomachia l’unico a rimetterci è il lettore, cui spesso viene imposto un “prodotto” che delude le sue aspettative, e che in un certo senso fa quel che fa lo spettatore deluso dalla mancanza di un buon cinema d’autore: passa al film americano, l”americanata” spettacolare che almeno ti diverte, senza pretese. Si affollano le vetrine dei vari Ken Follet etc., che appunto ti divertono senza pretese, e almeno sai cosa aspettarti. Quanto ai nuovi autori, o pagano per farsi pubblicare, o si affidano a piccole case editrici che, una volta che il libro vede la luce, si affidano al suono del tam-tam. Ma nel fracasso orchestrato dai soliti big, il tam-tam non lo sente nessuno, e quel picchiare soffocato su porte pesanti e ben serrate sembra più che altro una richiesta disperata di attenzione e di aiuto.

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  10. nadia

    Giusto oggi guardavo una rivista di selezione di libri tra i quali “Stabat mater”. Ho letto un pochino la trama e ho deciso così di non comprarlo. Non mi interessava il contenuto.
    Non sapevo fosse stato premiato. Ignoranza mia. Lo ammetto. Ma anche se lo avessi saputo, non lo avrei acquistato ugualmente. Non sono una lettrice che prende solo ciò che è urlato nel fracasso di cui sopra, ma che ascolta i tam tam. E mi trovo benissimo.
    Ho discusso per il libro di Giordano, difendendolo contro accuse mal costruite, fatte a mio parere solo perchè aveva vinto il premio. Sennò, credo, sarebbe passato inosservato come molti altri autori. Alla fine, le critiche sia in positivo che in negativo, inducono all’acquisto per poter dare il proprio punto di vista. Il buon lettore fa così. Non si fida. Vuole leggere e provare da sè se un libro è buono o meno. Ammetto che, dopo aver letto questi post, ho quasi cambiato idea sull’acquisto di “Stabat mater”. Poi ho riletto la trama dalla rivista che ho qui accanto e no, non mi ispira proprio.

    Condivido quanto già detto sulle case editrici piccole e grandi. Su bravi autori costretti alla poca visibilità perchè pubblicati appunto da piccole case editrici che non hanno la forza di contrastare chi detiene, in fondo, il monopolio della nostra cultura letteraria.

    Mi chiedo, forse ingenuamente non so, i motivi per i quali le case editrici minori non possano/riescono ad inviare le loro pubblicazioni ai vari premi.

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  11. Butterfly

    Che a vincere premi letterari quali il Campiello o lo Strega siano generalmente libri di grosse case editrici italiane non ci dovrebbe sorprendere.Che questi libri siano mediocri quando non tediosi invece ci indigna.Osannare cose modeste non è però un malcostume solo di questi poveri critici di casa nostra,in verità non mi è sembrato un capolavoro neppure il libro vincitore del Pulitzer 2009…Che fare quindi? Lasciamo che la folla continui a leggere libri da ombrellone,noi invece andiamo dal libraio di fiducia che ,se competente e intellettualmente onesto (ce ne sono tanti)ci farà scoprire opere indimenticabili anche se di case editrici meno note.la differenza è nel contenuto, non nel contenitore….

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  12. franz krauspenhaar

    mi sembra che riccardo ferrazzi, nel suo pezzo linkato, abbia scritto parole di buonsenso.

    il pezzo di haas non è una recensione seria; è un modo per attaccare livorosamente il sistema italiano con modi da giornalista svizzero di provincia (“la grande carnevalata italiana”), come se il carnevale, e le carnevalate, non ci fossero anche in svizzera, germania, austria. sicuramente avrà letto il bel libro di thomas bernhard sui premi letterari (del suo paese)… carnevalata per carnevalata, diciamolo.

    è un pezzo che non ha rispetto; e anche se afferma in buona parte cose giuste, è la “forma” che fa pena, fatta apposta per titillare il gusto di disistima che i suoi bravi lettori svizzeri hanno per le cose italiane. fa proprio pena. sospetto sempre degli stranieri che fanno la “morale” agli italiani.

    non ho letto nè Stabat nè il libro di scurati perchè anche a me, come a riccardo ferrazzi, seguendo le polemiche estive, è passata la voglia. ma se questo di haas è il modo di dire “le cose come stanno”, stiamo freschi. come va in svizzera? siamo sicuri che i premi siano lindi e puliti come tele non ancora dipinte?

    certo, che le grandi case editrici dettino legge lo sanno anche i sassi (che il mare ha consumato, sono le mie parole ecc.) l’impreparazione di haas si legge anche quando chiama Fazi una piccola casa editrice; lo è stata, io che ho pubblicato un libro con loro posso dire che si tratta di una media casa editrice che è molto ben distribuita e che è arrivata nella cinquina dello strega…

    insomma, da stralci letti qua e là, da opinioni di amici scrittori e non, mi sembra di capire (col mio fiuto) che il libro di scarpa non sia comunque un capolavoro. Gli è che effettivament scarpa non è un romanziere capo: è un brillantissimo e bravissimo scattista, ma nel mezzo fondo si perde. scrittori enormi come manganelli avevano lo stesso “vizio”, mi pare.

    ma lo strega è il premio del romanzo, del grande contenitore narrativo. soltanto, ai “bei tempi” (fino a un certo punto, I suppose) lo strega lo vincevano romanzi di altissimo valore (anche se non sempre, non pensiamo al passato come a un idillio, se lo facciamo a mio parere invecchiamo di colpo e possiamo pure morire), oggi sono le “griffes” e i poteri forti ad avere la meglio. l’indignazione di franz haas la trovo abbastanza ipocrita. la svizzera lava sempre più bianco, comunque, questo si sa.

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  13. Giocatore d'Azzardo

    Bah, a me Stabat Mater ha fatto addormentare dopo poche pagine (scroccate a un’amica che l’aveva comperato), ma siccome Franz Haas mi sta sui “ministri” [tradurre in maroni], non posso fare altro che appoggiare Scarpa. Haas, eddai, fatti gli affari delle tue terre, una volta tanto; già ti paghiamo un discreto stipendio, qui in Italia, per sparlare, continuamente, dell’Italia. Non esagerare 🙂

    Blackjack.

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  14. ariosto

    non capisco il livore nei confronti del critico Haas, il quale ha esposto in maniera bilanciata un giudizio che è non è appellabile però giusto. mi sembra che qui, in maniera piuttosto da provincialotti, si difenda l’italianità in ogni caso, a costo di dire che il lavoro di Scarpa non è valido ma che però non meritava d’essere stroncato da Haas in quanto svizzero. se i critici italiani non hanno il coraggio di stroncare, qualcuno deve pure portarla la croce di passare per antipatico: è toccato ad Haas, ma suppongo gli e ne freghi poco di ciò. Scarpa non meritava lo Strega e il critico lo ha dichiarato con metodo investigativo e critico severo, che non fa una piega, tanto più che non mi sembra, perlomeno leggendo i commenti online né le classifiche dei libri più venduti in Italia, che Stabat Mater abbia raccolto chissà quali consensi, tutt’altro. il libro è rimasto in sordina con la sua fascetta al pari di quello di Scurati con una fascetta uguale però di 2ndo classificato. trovo squallido questo modo di pubblicizzare i libri e gli autori che si prestano a simili giochi voluti dagli editori, anche se sorge spontaneo il dubbio che gli autori non siano estranei a tutto ciò. qualcuno di voi qui ha pubblicato, ma l’Olimpo gli è stato negato; tuttavia tutti parlano male di Haas, dichiarano che Scarpa non meritava e allo stesso tempo lo difendono in quanto italiano, e mi si consenta allora di dire che un comportamento così è da ipocriti. ha dunque ragione Haas a parlare di “carnevalata italiana”.

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  15. Frank Spada

    Il prof. Franz Haas non appicca incendi a caso (lo ha fatto anche in passato e fa bene a farlo ancora), e non è lanciandogli addosso secchiate – lo fa chi evidentemente conosce poco la “letteratura” senza confini, senza tempo – che lo strapotere di certa editoria (finanziaria innanzitutto – v. che fine ha fatto Fazi), con quel che ne consegue per la piccola, o media editoria italiana, e per il povero lettore (scrittori/autori a parte, ché qui ce ne sarebbero di secchiate da lanciare), verrà arrestato (sì, manette ai polsi!).
    Mi associo a Ariosto, a Carta e calamaio, a Leila Mascano, a Nadia, a Butterfly e a tutti quelli che dimostreranno commentando di conoscere chi è l’autore dell’articolo (digitate in Google: letteratura tedesca franz haas), uno che parte da lontano, tanto quanto Borges, Musil, la Bachman, e via così in giro per il “mondo” letterario – il resto scopritelo da soli).

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  16. Carlo Cannella

    Io sono sostanzialmente d’accordo con quanto dice Haas, ma davvero mi risulta indigesto tutto questo proliferare di pseudonimi, quest’atmosfera carbonara da sovversivi che si armano contro il potere editoriale e finanziario, il pastificio mafioso delle patrie lettere, come se affermassero cose penalmente perseguibili. La sensazione e’ che qualcuno si nasconda dietro una sfilza di nomignoli per evitare ritorsioni il giorno in cui entrera’ negli uffici di quel potere a elemosinare un contratto.

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  17. lucy

    io non sono esterofila, ma meno ancora patriottica. mi dispiace che il mio conterraneo abbia fatto un buco nell’acqua, ero orgogliosa che il premio fosse toccato a lui. ma il romanzo è proprio bruttino e haas e altri non possono che farsi la domanda che molti in italia all’epoca si erano posti: come ha fatto a vincere? domanda retorica perché avevano già la risposta in tasca (domanda/risposta che, se per inciso, la fa un italiano è lecita, altrimenti è da rigettare?). siccome qualcuno lo deve vincere ‘sto premio, lo vince preferibilmente chi pubblica presso una major. ok. però credo che il livello degli altri non sia travolgente: così come stratosferico non è quasi niente di ciò che si pubblica attualmente in italia, indipendentemente dal successo editoriale. credo che carlo cannella dica una cosa vera: quanti di non eletti, di stenterelli, di eterni fuori dai giochi, fuori da tutto, scodinzolerebbero di fronte all’opportunità di essere pubblicati da einaudi o mondadori? la volpe e l’uva, ragazzi, la volpe e l’uva…

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  18. franz krauspenhaar

    so chi è haas. secondo me non ha appiccato nessun incendio. ha detto delle verità sputando sulle cose italiane, come se all’estero le cose fossero molto diverse – altrimenti non avrebbe parlato di “carnevalata italiana”. che lo strega sia una buffonata lo sappiamo da lustri, perlomeno da quando lo vinse la mazzantini con la sua letteratura in “similpelle”. e dunque? nessuno scandalo, lo strega è un premio fatto per vendere, cosa quest’anno poco riuscita. per tiziano scarpa più che altro un premio alla carriera, nonostante la giovane età; uno scrittore valido, perlomeno.

    ma non è questo il punto, ancora: scandalizzarsi per una rissa (quella tra scarpa e scurati) fà un po’ ridere. sono cose che capitano. boell tirò una sberla a un critico, forse era reinicki, ma puo’ darsi che io mi sbagli. non capisco perchè gli scrittori non abbiano il diritto di suonarsele di santa ragione. una cosa sono i loro libri, un’altra il loro temperamento, fede o malafede. non facciamo i bravi scolaretti; e soprattutto non diamo patenti di conoscenza di letteratura internazionale; soprattutto non le diano, le patenti nautiche del mare letterario, coloro che, come ha fatto rilevare canella, si nascondono dietro a nomignoli di fantasia per salvare la faccia.

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  19. stefanie golisch

    … ringrazio tutti coloro che con commenti sensati e moderati, hanno cercato di salvaguardare il livello della discussione.Io non conosco il libro di Scarpa. Ho soltanto
    “ospitato” la recensione di Franz Haas che me l’ha chiesto. Comunque ho seguito – pur in modo assai superficiale – la discussione e mi chiedo: dove finirebbe la critica letteraria se io, in quanto tedesca, non avessi più il diritto di analizzare – e criticare – un romanzo, diciamo, bulgaro? Questa – se vogliamo chiamarla così – “figura del pensiero” – o meglio: “smorfia del pensiero” è davvero assurda! E certi commenti, per me, di un provincialismo assolutamente inconcepibili!

    Cordialmente

    Stefanie Golisch

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  20. Frank Spada

    Bene, bene, la Bora increspa il fondale! Si va? Ma certo. E quelli li lasciamo a terra? Certo, a sputare per spegnere gli incendi, se ce la faranno, ché con le curiosità indigeste che hanno in pancia… Vorrai dire in testa! No, no, in pancia. Molla a dritta, Franz!

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  21. franz krauspenhaar

    il provincialismo. ci mancava la tirata sul “provincialismo assolutamente inconcepibile.”

    è concepibile esprime una critica al critico? no, è inconcepibile. non c’è nulla di più provinciale di chi dà del provinciale agli altri, è cosa nota.

    golisch, il pezzo di haas, secondo me, fa pena. una pena provincialmente concepibile.

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  22. riccardo ferrazzi

    In effetti, non avevo il coraggio di dirlo io ma ci ha pensato Franz: è il pezzo di Haas che ricalca i più provinciali e stereotipati pregiudizi tedeschi nei confronti dell’Italia e degli italiani. E’ triste, ma è proprio così.

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  23. franz krauspenhaar

    sarebbe urbanamente concepibile per noi provinciali leggere una nota di franz haas su questo articolo, visto che ha chiesto a stefanie golisch di pubblicarlo anche qui. potrebbe essere una buona occasione per un urbano confronto, e lo dico senza ironia. ovviamente quoto ferrazzi, che conosce piuttosto bene la cultura tedesca.

    frank spada: finchè lei sparerà “bolinate” dal suo catamarano protetto non avrà alcuno sputo in capitolo, perlomeno con me…

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  24. Frank Spada

    Magnifico! Nemmeno ai tempi di Rodolfo c’era qualcuno che frequentava i luoghi della cortesia viennese così a fondo da scusarsi con se stesso, e a ragione, inciampando su stesso per scusarsi e presentarsi ancora a se stesso ripetendo: sono uno che si veste di rosso! E l’altro: Anch’io, come vede.

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  25. Mimma

    Le vedo solo io le evidenti contraddizioni di alcuni commenti? Sì, ok ragazzi, il romanzo di Scarpa non vale molto, ma non si può dirlo e se lo dice un critico straniero, come osa? In questo atteggiamento se non volete leggere provincialismo (e perchè no?), leggo una dose massiccia di autoreferenzialità, convenzionalismo, e ben poca libertà di giudizio. Perchè? Sembra quasi una assuefatta rassegnazione alla, da tutti riconosciuta, logica economica dell’editoria.
    Che importa se il romanzo è italiano, il critico austriaco e il giornale svizzero? Siamo o no d’accordo sui contenuti? Secondo me, è solo questa la domanda che dovremmo porci e su cui discutere.

    Un saluto a tutti
    m.

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  26. Frank Spada

    Assieme a molti altri, chiusa ogni polemica insensata, attendo la discussione “vera” gentilmente segnalata e auspicata dalle signore Stefanie Golisch e Mimma!

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  27. Franz Haas

    Lo scrittore Franz Krauspenhaar dovrebbe almeno saper leggere. In fondo alla traduzione del mio pezzo c’è scritto: “L’articolo è apparso il 28.10.2009 nella Neue Zürcher Zeitung.” Quindi è stato scritto per un pubblico di lingua tedesca, ma deduco, da vari interventi insensati, che non fa male a nessuno guardare oltre il bordo della pentola in cui si cuoce nel proprio brodo. Mi stupisce però che Franz Krauspenhaar voglia “un urbano confronto” con me, l’autore di un articolo che secondo lui “fa pena”, con un “giornalista svizzero di provincia”. Gli insulti non mi turbano più di tanto, la provincia e le metropoli mi vanno bene, ognuna a suo tempo. Sono nato in un paesino austriaco di 70 anime, vivo a Roma da 25 anni, ma non vedo perché dovrei fare l’avvocato della Svizzera, che è un bel paese, dove sarò stato al massimo cinque (5) volte in vita mia. Scrivo per la “Neue Zürcher Zeitung” perché è un buon giornale di lingua tedesca (“generally considered one of the world’s great newspapers”, Encyclopædia Britannica), perché mi fanno scrivere quello che ritengo giusto secondo la mia coscienza critica. Visto che sono, fra i partecipanti di questo dibattito, quasi l’unico ad aver letto “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, temo che il nostro “urbano confronto” finisca qui.

    Saluto cordialmente, come scrive la gentilissima Stefanie Golisch, “tutti coloro che con commenti sensati e moderati, hanno cercato di salvaguardare il livello della discussione”, e ringrazio in particolare la traduttrice Adelmina Albini,

    Franz Haas

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  28. Alcor

    Evidentemente Wagenbach l’ha fatto tradurre senza leggerlo, ma al di là di Scarpa, chissà cosa intende Haas per “critica letteraria” che si è arresa al business? mi piacerebbe che non restasse nel generico e facesse i nomi, distinguendo magari tra recensori e critici, che non sono esattamente e sempre la stessa cosa.

    E anche quando dice “la vittoria dello “Stabat mater” di Scarpa è sintomatica della condizione in cui versa l’industria letteraria italiana” mi piacerebbe che facesse qualche nome di industria letteraria (ma forse intende editoriale).

    E nell’inciso: “industria letteraria italiana– nella quale la mediocrità sta mettendo gli ultimi fiori –” mi piacerebbe avere qualche altro mediocre titolo, tanto per sapere se legge tutto quello che esce, se è informato. O se non si limita anche lui ad andare a cercare la materia di cui occuparsi nelle classifiche del fine settimana.

    E anche quando dice che questa condizione “ha, ancora una volta, una spaventosa analogia con lo stato disastrato del paese” mi piacerebbe saperne di più.

    Altrimenti restano generalizzazioni a un tanto al chilo, buone per épater gli svizzeri.

    Anche perché se Haas può dire che lo Strega è manovrato dalla grande industria editoriale, lo sa attraverso questi disastrati italiani? o è uno dei giurati?

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  29. roberto bugliani

    Niente di nuovo sotto il sole, nostrano e straniero. Ma una domanda ogni tanto me la pongo, naturalmente è un quesito grezzo, banale,primitivo, però mi chiedo: qual è l’ispirazione, la poetica, la ragione che induce uno scrittore che altrove, nel quotidiano, da mostra di un impegno politico forte, a scrivere storie ambientate nei secoli andati, storie che universali ed evergreen lo possono essere solo nei sentimenti (e un sentimento “troppo” universale a mio modo di vedere non ha storia), ma che contrastano col suo biglietto da visita? Ché forse l’oggi, a livello mondiale, non ha storie forti, drammatiche, importanti che chiedono di essere raccontate? (PS.: quando parlo dell’oggi, non mi riferisco a quello ombelicale di molti altri scrittori).

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  30. franz krauspenhaar

    certo haas, lei decide tutto quanto; è una giuria in forma di critico.
    non ho parlato delle sue credenziali: ho parlato del suo articolo. se lei è austriaco e non svizzero e se la svizzera la conosce meno di me che sono italiano questo non importa a nessuno, credo. lei lavora per un giornale svizzero, a quanto pare; e i suoi lettori svizzeri – in maggioranza – sono.

    so leggere, magari non so scrivere, anche se lei mi attribuisce – bontà sua – la patente di scrittore.

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  31. roberto bugliani

    Così in alto come in basso. Così qui e così là. E partiamo dal basso e dal qui (italiano).
    Mesi fa un blog (a scanso di equivoci: non si parla di questo blog, né dello scrittore o dei commentatori qui in causa) pubblicò alcuni brani del libro dello scrittore XY. In un commento il lettore Z scrisse: “Il mio amico XY ha scritto un libro davvero…” (e qui si metta un qualsiasi aggettivo qualificativo altisonante). Pochi mesi dopo, lo scrittore XY fa una entuasiasta recensione su un altro blog (niente a che vedere con questo) al lettore Z a sua volta scrittore.
    Chévvodì tutto ciò? Che le catene di Sant’Antonio non hanno confini né frontiere, che nei premi letterari avviene come nei blog (magari là sono un po’ più noti e grandicelli), che le cordate di amici e protettori agiscono tanto tra i “grandi” editori quanto nei “piccoli” blog, che la consorteria è un virus trasverale.
    Ad majora

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  32. Giocatore d'Azzardo

    Ma dai professor Haas, ancora con queste polemichine da insegnante che non perde occasione per distribuire voti dalla cattedra? Qui, dei suoi voti, non importa a nessuno e li può risparmiare.
    Dai, forza, scriviamo qualcosina sulla Svizzera invece (se è d’accordo l’Austria la lasciamo per la prossima tornata. Può andare?).
    Da dove partiamo? Il segreto bancario (e tutta la cacca che si trascina appresso lo ignorerei; sarebbe troppo facile. Credo sia d’accordo; giusto?). Iniziamo però dalle banche. UBS: resoconto Bloomberg Luglio 2009 (pubblicato da pochissime testate, nemmeno dal suo miglior giornale del mondo), credo conosca Bloomberg, stima che UBS abbia un debito di 49 euro ogni euro raccolto dai suoi depositanti. Urca: roba da fallimento istantaneo! Credit Suisse: stesso resoconto, qui va meglio però, solo 30 euro di debito ogni euro raccolto. Ri-Urca! Sa che persino la banca centrale svizzera, dovrebbe saperlo, ha rinunciato a coprire il loro debito? Beh, scelta semplice; UBS e CS sono più grandi della Banca Centrale Svizzera: come avrebbe potuto?

    Vogliamo parlare della BIS? Non sa cos’è la BIS? Ma dai, non mi dica! Il solito svizzero di specchiata moralità, sempre pronto a menare il randello che però, come la maggior parte degli specchiati svizzeri, non sa cos’è la BIS. Su, non faccia l’offeso; la BIS è la “Bank for International Settlements”. In pratica: la banca delle banche e si trova a Basilea. Una specie di Mediobanca italiana, ma in grande; la comanda un belga: il Barone Alexander Lamfalussy. (Ehi, pst, io fossi al suo posto protesterei: banca svizzera, la più importante del mondo, e nemmeno il presidente svizzero vi lasciano…) Sa cosa hanno deciso all’interno della BIS?
    Solo OTTO incontri. In otto incontri, all’interno della sala riunioni della BIS (sempre la stessa, quella con il grande tavolo con inserti in radica di noce chiara e mogano), la commissione Delors (guidata dal Lamfalussy, ehm, ospitata, sorry) e i suoi “sceriffi” decisero TUTTA la strategia economica dell’EURO. Dei geni vero? Beh, normale: in Svizzera tutto gira sempre al meglio. Sarà l’aria buona…

    Dai continuiamo. Vogliamo parlare dello scudo fiscale? Porcaccia miseria ladra: tutte le banche del canton ticino (e non solo) a rilasciare dichiarazioni di fuoco e il ministro cantonese (o del cantone, che a chiamarlo così pare un cinese) a protestare ufficialmente e, per ritorsione, a cercare di bloccare alcuni lavori sul confine con l’Italia per circa 55 milioni di euro (che poi metà li ha pagati la UE e non si capisce perché). Che carattere! Ma mica si è limitato a quello: ha anche minacciato di sospendere il trattato di Shengen e creare problemi alle frontiere ai lavoratori pendolari. Che fisico gli svizzeri. Faranno passare solo gli spalloni?

    Ancora la BIS dai, altrimenti pensa che sia una bufala, che lei queste informazioni, mica le possiede; impegnato com’è a raccoglierle sull’Italia. Provvedo subito. Sa quando nasce la BIS? Nasce nel 1930, voluta fermamente da Hjalmar Horace Greeley Schacht; che poi diventò ministro nazista dell’economia. Sorrida, su, non tenga il broncio. Avrebbe dovuto servire, la BIS o BIZ [Bank für Internationalen Zahlungsausgleich] per incassare le “riparazioni” di guerra della Germania dopo la prima grande guerra. Divenne tutt’altro, ma non la tedierò oltre con dettagli non “letterari”. Oggi la BIS controlla circa il 95% della massa monetaria circolante e ne ha in deposito il 7%. Sono sempre loro, con la copertura della Svizzera e la sua neutralità, a suggerire a Nixon nel ’71 di sganciare il dollaro dall’oro. Se le riuscirà di scorrere l’elenco dei “rappresentanti” della BIS (non dovesse trovarlo mi faccia un cenno, glielo procuro), avrà la piacevole sorpresa di ritrovarli, sempre gli stessi, nelle principali strutture economiche mondiali; FMI e Banca Mondiale compresa, ma non manca nemmeno la BCE. Forti questi della BIS!
    Sono anche sospettati (sospetto mai verificato, ovviamente) di aver riciclato l’oro trafugato dai nazisti durante le occupazioni di Austria, Cecoslovacchia, Olanda e Belgio; scomparso senza lasciare tracce.
    Però voi, specchiati svizzeri, siete abituati a queste sparizioni. Giusto?

    Ecco, sono d’accordo professor Haas: l’industria letteraria italiana (???) è alla frutta, epperò abbiamo l’industria letteraria svizzera che compensa. Ops, mi sono sbagliato: è quella bancaria che compensa (anche gli orologi sono in crisi e a Ginevra e dintorni sono un po’ incacchiati, quelli che lavorano; passavo giusto di lì qualche giorno fa e a Meyrin c’erano le bandiere rosse. Ho sorriso.).

    Sappia, professor Hass, e non me ne voglia la gentile Sgolish, che la Svizzera e tutti gli svizzeri, mi stanno così simpatici, nella loro perfezione, che tutte le volte che posterà qualcosa che può essere commentato, non perderò occasione per ricordarle che, prima di sparlare degli altri, dovrebbe fornire qualche traccia di autocritica. Poi, visto che si è degnato di intervenire direttamente, anche se per interposta persona e a fronte di una precedente incacchiatura, anche il mio nome non è più segreto, mi firmo per esteso. Distinti saluti.

    Blackjack aka Frank Maria Alessandro De Carli Marchetti Zaijchenok.

    PS: rimarrò, nonostante tutto, un grande estimatore di Durrenmatt. Nonostante tutto!

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  33. lucy

    roberto bugliani: avevo scritto un commento molto vicino al tuo, ma l’ho eliminato perché:
    1. non sono nessuno
    2. ho un nick, ché tanto è il mio nome, e mi copre come foglia di fico, ma periodicamente mi viene rinfacciato questo mio scrivere “senza metterci la faccia”
    3. se non sei scrittore – pubblicato – devi star zitto: che ne vuoi sapere tu? la letteratura è quella cosa circolare, di cui la boccuccia che gli “scrittori” si fanno reciprocamente è emblema. circolare eppure piena di spigoli e anfratti e trabocchetti, e inciampi e corde perché si impicchino, gli amici
    4. avevo detto corporativismo. tu consorteria. potremmo dire confraternita, congrega, fazione, setta, parrochhietta: gli amici della.
    5. dalla 4 consegue che chi non vi fa parte non verrà preso in considerazione
    6. dalla 5 consegue che ti risponderanno in coro che ti prenderebbero in considerazione se non dicessi scemate
    7. dalla 1 alla 6 consegue la seténa: che appunto è meglio cancellare i commenti troppo sinceri, nonché commenti di “lettori”: che siamo lettori potrebbero ricordarselo, però, gli “scrittori”
    8. per me tutto quello che gli stranieri dicono degli italiani attualmente è molto più veritiero del fumus che viene prodotto qui da noi
    9. si parla di scarpa, ma potrebbe essere ammaniti, o de carlo, che ne so: uno di questi contemporanei, scrittori di valore a fasi alterne. è solo un pretesto per dire alcuni zitto tu! dici cretinate. ma va a scrivere in svizzera, o in papuasia, insomma pensa agli affaracci di ca’ toa, ché fuori di qua mica è tutto oro colato. no, non è oro, ma non è neanche quella cosina là in cui sguazziamo, grazie anche al provincialismo che alligna in ogni espressione della vita italiana
    10. mo’ me ne vado a cucca, perché star dietro a queste miserie è sfibrante. alla prossima occasione si diranno le stesse cose.
    grazie a stefanie e franz haas.

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  34. roberto bugliani

    @ lucy: il mio commento me lo sono tenuto in pancia per un po’, ma quando ho letto in un altro blog che lo scrittore XY se la prende con il silenzio e l’indifferenza dei lettori che non commentano a sufficienza il bellissimo libro dell’amico autore Z, accusandoli di interessarsi solo alle polemicucce letterarie e non a temi nobili (quelli del libro dell’amico), allora ho “sbottato”.
    Perché qui? Perché tout se tient, come dicevano gli strutturalisti

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